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Ferie non godute: possono essere pagate?

4 Marzo 2019


Ferie non godute: possono essere pagate?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 4 Marzo 2019



Il diritto alle ferie è riconosciuto dalla stessa Costituzione e, salvo alcune eccezioni, non può essere ceduto in cambio di soldi.

Il lavoratore non è una macchina e proprio per questo l’ordinamento si preoccupa di garantirgli una serie di diritti che gli consentano di bilanciare il lavoro con la vita privata e familiare ed anche il giusto recupero delle energie. In questo senso vanno lette le norme che limitano l’orario massimo di lavoro, il lavoro notturno, il riposo settimanale, etc. Le ferie hanno, per l’appunto, la funzione di permettere al lavorare di recuperare le energie psico-fisiche attraverso un periodo di stop dal lavoro, pur mantenendo comunque la normale retribuzione. Per la loro stessa natura le ferie non sono barattabili con una somma di denaro. La funzione delle ferie infatti è legata anche alla tutela della salute psico-fisica del lavoratore e, dunque, il loro scopo non potrà mai essere raggiunto da una somma di denaro. Ferie non godute: possono essere pagate? A questa domanda occorre rispondere tendenzialmente di no, salvo casi specifici che vedremo.

Cosa sono le ferie?

L’ordinamento giuridico italiano, al pari di quello di tutti i moderni paesi, tutela il lavoratore in quanto lo considera la parte debole nel rapporto di lavoro. Da questa considerazione derivano la gran parte delle tutele che per legge sono riconosciute ai lavoratori. In particolare, considerando che il lavoratore è una persona umana la cui personalità va protetta, la legge si preoccupa di impedire che il lavoro diventi una dimensione totalizzante nella vita del dipendente e che lo privi di qualsiasi spazio per il tempo libero, la cura degli affetti e della vita sociale, il riposo.

Le ferie nascono per questo: per permettere al dipendente di avere a disposizione delle giornate pagate di non lavoro, in cui poter recuperare le energie psico-fisiche e dedicarsi alla propria famiglia, ai propri interessi, a tutte le attività extralavorative.

Il diritto alle ferie è il diritto ad assentarsi dal lavoro per un certo numero di giorni mantenendo la normale retribuzione. Le giornate di ferie vengono pagate esattamente come le giornate di lavoro effettivo ma il dipendente è esonerato dallo svolgimento della prestazione di lavoro.

Quante ferie ha il dipendente?

La legge [1] stabilisce la durata minima del periodo di ferie che è pari a quattro settimane in un anno. In realtà la legge non impedisce assolutamente di riconoscere al dipendente un numero di giorni di ferie maggiore. Questa possibilità è rimessa alla contrattazione tra le parti.

Molti contratti collettivi nazionali di lavoro prevedono che, ai lavoratori del relativo settore di riferimento, sia riconosciuto un numero di giorni di ferie maggiore di quattro settimane.

Sul numero dei giorni di ferie può intervenire anche il contratto individuale di lavoro tra datore di lavoro e dipendente che potrebbe attribuire al dipendente altri giorni di ferie oltre alle quattro settimane di legge ed agli altri giorni eventualmente riconosciuti dal contratto collettivo di lavoro.

Ciò che il Ccnl ed il contratto individuale di lavoro non posso fare è ridurre il numero minimo di giorni di ferie previsti dalla legge. La deroga alla durata delle ferie può, dunque, avvenire solo a favore del lavoratore ma non in senso peggiorativo per il dipendente.

Quando vanno usate le ferie?

La legge stabilisce che il periodo annuale di ferie pari a quattro settimane, salvo quanto previsto dalla contrattazione collettiva o dalla specifica disciplina di settore, deve essere goduto per almeno due settimane, consecutive in caso di richiesta del lavoratore, nel corso dell’anno di maturazione e, per le restanti due settimane, nei 18 mesi successivi al termine dell’anno di maturazione.

La legge, dunque, apre alla possibilità che le ferie non siano utilizzate tutte durante l’anno in cui sono maturate ma fissa comunque un limite temporale entro cui le ferie vanno usate e, cioè, 18 mesi successivi alla fine dell’anno in cui sono state maturate.

Facciamo un esempio. Tizio nel 2018 ha maturato quattro settimane di ferie. Due settimane consecutive le ha usate durante le vacanze di Natale 2018. Le restanti due settimane che ha maturato nel 2018, ma che non ha utilizzato dovrà usarle entro giugno 2020.

Chi decide quando si fanno le ferie?

Un altro tema caldo è stabilire chi decide quando deve essere svolto il periodo feriale.

La legge [2] prevede che il diritto al periodo di ferie debba essere fruito possibilmente in modo continuativo, nel tempo che l’imprenditore stabilisce, tenuto conto delle esigenze dell’impresa e degli interessi del prestatore di lavoro.

Il periodo in cui il dipendente può prendersi le ferie è stabilito, dunque, in primis dal datore di lavoro il quale, comunque, deve tenere conto degli interessi del lavoratore.

L’azienda deve dunque fare il calendario delle ferie del personale trovando un compromesso tra le esigenze organizzative aziendali e le preferenze espresse dai lavoratori. Come sempre, i criteri di buona fede e correttezza devono guidare azienda e dipendente nella determinazione del periodo di ferie.

Le esigenze aziendali sono comunque prevalenti rispetto alle preferenze espresse dal dipendente. Per questo, qualora assolutamente necessario ed inevitabile, la giurisprudenza ha considerato legittimo richiedere al dipendente il rientro anticipato dalle ferie, a patto che sussistano esigenze aziendali che non possono essere soddisfatte con una soluzione alternativa e a patto che l’azienda rimborsi al dipendente le spese per il rientro anticipato. In ogni caso il periodo di ferie non è perso ma il dipendente potrà fruirne in seguito.

Le ferie accumulate possono essere pagate?

Come abbiamo detto, il diritto alle ferie corrisponde ad un diritto irrinunciabile del dipendente che si collega direttamente alla tutela della sua personalità ed anche della sua salute e del suo equilibrio psico-fisico.

Per questa ragione la legge stabilisce che il predetto periodo minimo di quattro settimane non può essere sostituito dalla relativa indennità per ferie non godute, salvo il caso di risoluzione del rapporto di lavoro.

Nell’esempio fatto prima, Tizio, una volta chiuso l’anno 2018 con un saldo di ferie non godute pari a due settimane non potrebbe dunque chiedere all’azienda la monetizzazione di queste ferie, ma deve per forza di cose goderne.

Il discorso cambia se il dipendente ha a disposizione un numero di ferie maggiore del periodo minimo legale di quattro settimane.

In questo caso, infatti, le giornate di ferie in più rispetto alle quattro settimane di legge, costituendo un diritto ulteriore, possono essere anche pagate tramite l’indennità sostitutiva delle ferie non godute.

È dunque inutile che il dipendente eviti di prendersi le ferie sperando che a un certo punto le ferie accumulate gli verranno monetizzate.

Indennità sostitutiva delle ferie: quando può essere versata?

La regola generale, dunque, è che le ferie accumulate devono essere fruite in quanto il dipendente non può “barattare” questo diritto irrinunciabile con una somma di denaro.

Ci sono, però, delle eccezioni a tale regola, ossia dei casi in cui al dipendente spetta l’indennità sostitutiva delle ferie non godute.

Questi casi sono:

  • la cessazione del rapporto di lavoro;
  • la monetizzazione delle ferie eccedenti il minimo legale di quattro settimane annue.

Con riferimento alla cessazione del rapporto di lavoro, occorre considerare che se un dipendente termina il proprio rapporto di lavoro ed ha ancora un saldo ferie attivo, ossia ha a disposizione dei giorni di ferie accumulati e non goduti, la regola generale, secondo cui le ferie devono essere fruite e non pagate, non può applicarsi.

Il dipendente, infatti, non lavorando più presso quel datore di lavoro non ha la materiale possibilità di prendersi i giorni di ferie.

In questo caso, insieme alle spettanze di fine rapporto (trattamento di fine rapporto, retribuzioni non ancora pagate, ratei di tredicesima e quattordicesima mensilità, etc.), il datore di lavoro, con la busta paga finale, pagherà al lavoratore l’indennità sostitutiva delle ferie non godute.

Le ipotesi di cessazione del rapporto di lavoro che danno diritto alla monetizzazione delle ferie sono tutti i casi in cui il rapporto di lavoro cessa e quindi:

  • dimissioni del dipendente;
  • licenziamento del dipendente da parte del datore di lavoro;
  • risoluzione consensuale del rapporto.

L’indennità sostitutiva delle ferie non godute si calcola prendendo come parametro di riferimento la retribuzione giornaliera dipendente.

Di fatto monetizzare un giorno di ferie significa versare al dipendente la retribuzione che avrebbe percepito in un giorno di lavoro.

Indennità sostitutiva delle ferie: quando non è dovuta?

Possono esserci dei casi in cui il mancato godimento delle ferie da parte del dipendente non è stato determinato dall’azienda, che ha impedito al lavoratore di fruire regolarmente delle ferie ma, al contrario, il datore di lavoro ha fatto di tutto per consentire al dipendente di mettersi in ferie ma questi non lo ha fatto.

La Corte di Giustizia dell’Unione Europea [3] ha stabilito che nel caso in cui il dipendente decide per sua volontà di non chiedere al proprio datore di lavoro il godimento delle ferie accumulate e previste dalla legge e dalla contrattazione collettiva, perde anche il diritto all’indennità sostitutiva delle ferie non godute. Per poter giungere alla perdita di questo diritto, oltre alla mancata richiesta del dipendente, il datore di lavoro deve avere messo in atto tutta una serie di condizioni per consentire al dipendente la fruizione regolare delle ferie annuali retribuite.

Un altro caso di perdita del diritto all’indennità sostitutiva delle ferie non godute è quello del dirigente apicale che, pur potendo scegliere in autonomia quando prendersi le ferie, non se le è prese e le ha accumulate: quando il rapporto cessa, essendo il mancato godimento delle ferie una scelta del dirigente, lo stesso non potrà chiedere l’indennità sostitutiva delle ferie. Questo principio è stato ribadito spesso, e anche di recente, dalla Cassazione [4].

note

[1] Art. 10 D. Lgs. n. 66/2003.

[2] Art. 2109 cod. civ.

[3] Corte di Giustizia dell’Unione Europea sent. C-619/16 e C-684/16.

[4] Cass. sent. n. 23697/2017.


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