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Convivenza more uxorio: restituzione somme

18 Febbraio 2019


Convivenza more uxorio: restituzione somme

> Diritto e Fisco Pubblicato il 18 Febbraio 2019



Esborsi tra conviventi fidanzati: che succede quando ci si separa? Solo le spese sproporzionate vanno restituite e quelle derivanti da prestiti, tutti da provare.

Come noto, anche le coppie di fatto hanno ottenuto una regolamentazione legale tramite i contratti di convivenza. La riforma è contenuta nel famoso decreto Cirinnà. Per i partner che decidono di convivere si aprono due scelte: o regolare il loro rapporto tramite un apposito patto scritto, realizzato da un avvocato o un notaio – patto che andrà a disciplinare ogni aspetto legale della loro vita in comune (anche per la successiva ed eventuale fase di separazione) – oppure lasciare le cose come stanno e non formalizzare alcun accordo. Chi però non regolarizza il rapporto tramite il contratto di convivenza non potrà poi chiedere l’assegno di mantenimento all’esito della separazione. Né c’è possibilità di contestare l’eventuale tradimento che, ad oggi, resta causa di addebito della separazione solo per le coppie sposate. Non resta che regolare il problema delle erogazioni di denaro avvenute durante la convivenza. Come spesso succede, quando si vive sotto lo stesso tetto si partecipa a tutte le spese necessarie ai bisogni della famiglia; ciascuno dei partner lo fa secondo le proprie possibilità economiche senza divisioni millimetriche. Così, finché la coppia è unita, è difficile che uno dei due pretenda la restituzione di eventuali esborsi superiori alla media (si pensi all’acquisto della mobilia o di un’automobile condivisa). Ma che succede se sopraggiunge la separazione? In caso di coppia che ha optato per una convivenza more uxorio come si regola la restituzione delle somme versate durante la convivenza? Come fare a capire se si è trattato di un prestito o di una donazione? La risposta è stata fornita da una recente sentenza del tribunale di Reggio Calabria [1].

Prestito, anticipo o donazione tra conviventi?

Per comprendere la questione facciamo un esempio concreto. Luca e Roberta decidono di vivere insieme. Roberta ha già una casa che le hanno lasciato i genitori in cui ospita Luca. I due decidono di effettuare una ristrutturazione al fine di rendere l’immobile giù confortevole e moderno. Luca ha un lavoro full time e, guadagnando più della compagna, si sobbarca tutto l’onere economico: compra i materiali, paga la ditta di lavori e l’architetto, procede alla sostituzione degli infissi e della caldaia, attribuendosi anche i diritti sulle relative detrazioni fiscali. Dopo qualche anno, però, Roberta dà il ben servito a Luca e, per questioni di incompatibilità, gli chiede di andare via. Luca rivendica il diritto alla restituzione delle somme servite per ristrutturare l’appartamento della partner, visto che sarà questa a goderne per il futuro. Che chance ha di ottenere giustizia?

Secondo i giudici calabresi, quando termina la convivenza, il partner che ha speso di più non ha diritto a chiedere il rimborso delle somme versate all’altro durante il rapporto, a meno che non si tratti di cifre sproporzionate.

Il principio è facilmente spiegabile. La nostra Costituzione riconosce un dovere di contribuzione, derivante dai vincoli di solidarietà familiare, per tutte le persone sposate. Significa che ciascuno ha l’obbligo di partecipare, secondo le proprie possibilità economiche, alle esigenze della coppia e degli eventuali figli. Questa norma è stata poi estesa – in via interpretativa – anche alle coppie di conviventi in quanto equiparate alle prime. 

Si tratta delle cosiddette obbligazioni naturali che valgono quindi sia per le coppie sposate che per quelle more uxorio. Anche tra conviventi vige il principio solidaristico che prevede un obbligo di partecipazione alle spese domestiche. Si tratta di doveri di carattere morale nonché di mutua assistenza che si giustificano come atti di liberalità.

Restituzione solo per le spese elevate

Si va oltre il dovere morale di solidarietà quando la somma spesa da uno dei conviventi è sproporzionata rispetto alle condizioni della coppia [2]. Si pensi a una spesa di diverse decine di migliaia di euro.

Per la Corte di appello di Venezia, invece, quando le somme sono congrue rappresentano addirittura adempimenti che «la coscienza sociale ritiene doverosi nell’ambito di un consolidato rapporto affettivo» [3].

Se c’è la prova che l’esborso è stato a titolo di prestito

Risultato: se le somme spese non risultano essere sproporzionate, esse si presumono effettuate come adempimento dei doveri di solidarietà familiare, non soggette quindi a restituzione. 

Tuttavia resta – anche per le somme più modeste – la possibilità di dimostrare che l’esborso è stato effettuato a titolo di prestito, con l’obbligo per l’altro alla restituzione delle stesse (si pensi al compagno che aiuta la convivente ad aprire una propria attività commerciale o che le anticipa 500 euro). 

In questi casi, tra partner è improbabile procedere alla stipula di un contratto di mutuo tra privati, ciò nonostante è sempre possibile dimostrare che, tra i due, vi fosse un’intesa rivolta alla restituzione degli importi anticipati (l’atto scritto infatti, seppur rende più facile dimostrare i termini dell’accordo, non è necessario). 

La prova dell’esistenza di un contratto (benché verbale) di prestito può essere data anche tramite messaggi, testo e audio, estrapolati da WhatsApp. Ma per il tribunale di Reggio Calabria non basta produrre una semplice chiavetta usb con i file audio né lo screenshot dei messaggi, supportati eventualmente da una successiva consulenza tecnica, ma occorre produrre da subito la copia forense del dispositivo accompagnata da una relazione che attesti la metodologia usata per estrarre la copia. Era stata la Cassazione a spiegare, qualche mese fa, che per l’acquisizione della prova informatica nel processo civile è necessaria l’acquisizione del dispositivo (ad esempio lo smartphone); non basta quindi la registrazione o la trascrizione dei relativi contenuti.

Sul punto è intervenuta anche la Cassazione. Gli Ermellini ribadiscono che «l’ingiustizia dell’arricchimento» è configurabile anche da parte di un «convivente more uxorio nei riguardi dell’altro» in presenza di «prestazioni che siano a vantaggio del primo», estranee dal «mero adempimento delle obbligazioni nascenti dal rapporto di convivenza» e «travalicanti i limiti di proporzionalità e di adeguatezza». Inoltre, la medesima Corte precisa che il contenuto di suddette prestazioni deve essere «parametrato» in base alle «condizioni sociali e patrimoniali di componenti della famiglia di fatto».

In conclusione, ricordando che «il difetto di giusta causa» di cui all’art. 2041 c.c. deve essere inteso nei termini di «carenza di una ragione che consenta» all’arricchito di trattenere quanto ricevuto, la S.C. rigetta il ricorso.

Come fare a capire se si è trattato di un prestito o di una donazione?

In sintesi possiamo dire che tutte le somme versate durante la convivenza, salvo quelle sproporzionate, si considerano effettuate in adempimento di un dovere di solidarietà, e pertanto rientrano nelle normali donazioni. Resta sempre la possibilità di dimostrare il contrario, ossia che si è trattato di un prestito; a tal fine però chi chiede la restituzione degli importi ha l’onere della prova dell’esistenza di un accordo rivolto alla restituzione del denaro.

note

[1] Trib. Reggio Calabria, sent. n. 10/2019 del 3.01.2019.

[2] Trib. Trieste sent. n. 714 del 3.12.2018.

[3] Corte di appello di Venezia sent. del 13/12/2018 n. 3447.

[4] Cass. ordinanza n. 4659/19; depositata il 15 febbraio.

Autore immagine Coppia uomo donna soldi Di New Africa

N. R.G. 2083/2013

Sentenza n. 10/2019 pubbl. il 03/01/2019 RG n. 2083/2013 Repert. n. 10/2019 del 03/01/2019

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

IL TRIBUNALE DI REGGIO CALABRIA

Prima Sezione Civile, in persona del Presidente istruttore dott. Giuseppe Campagna, ha

pronunciato la seguente

SENTENZA

nella causa civile iscritta al n.2083 dell’anno 2013 R.G.A.C. riservata in decisione all’udienza del 13.02.2018 vertente

TRA (…) (cod. fisc.: …), rappresentato e difeso

dall’avv. Leo Condemi, giusta procura a margine dell’atto di citazione, presso il cui studio in Reggio Calabria alla via Spagnolio n.12/B ha eletto domicilio

-attore-

E

(…) (cod. fisc.: …), rappresentata e difesa, unitamente e disgiuntamente, dagli avv.ti Fabio de Simone Saccà e Cristina Brigida Labate, giusta procura in calce alla comparsa di costituzione e risposta, ed elettivamente domiciliata in Reggio Calabria alla via

Nazionale n.189 presso lo studio del primo

Conclusioni delle parti

-convenuto-

All’udienza del 13 febbraio 2018 i procuratori delle parti insistevano nell’accoglimento delle conclusioni così come rassegnate nei propri scritti difensivi, nei verbali ed atti di causa.

IN FATTO ED IN DIRITTO

La presente sentenza è redatta ai sensi dell’art.132 c.p.c. come novellato, in base al quale si richiede soltanto la concisa esposizione delle ragioni di fatto e di diritto della decisione.

Con atto di citazione notificato il 13.05.2013 (…) conveniva in giudizio (…) per sentirla condannare alla restituzione in suo favore della complessiva somma di € 24.000,00 o della diversa maggiore o minore somma che sarebbe stata accertata in corso di causa, oltre al risarcimento dei danni subiti da quantificarsi in complessivi €

12.611,42 nonché ai danni morali, e con vittoria di spese e competenze di lite. Premetteva l’istante di svolgere l’attività di ballerino professionista in Italia e di avere conosciuto (…) con la quale si creava un rapporto di affettuosa amicizia ed intimità; assumeva di avere corrisposto alla donna, titolare di un centro estetico in città, quale prestito la complessiva somma di € 28.000,00 erogata nel corso degli anni 2009-

2011 e che nonostante le sue insistenze e i diversi contatti avuti con la controparte e con il suo legale finalizzati ad una composizione bonaria della vicenda, tale importo non gli era stato restituito.

Rassegnava le conclusioni di cui in premessa.

Si costituiva (…) la quale deduceva l’assoluta infondatezza della domanda, offrendo una diversa prospettazione dei fatti e chiarendo innanzitutto che tra i due si era istaura una relazione sentimentale tanto che per oltre due anni gli stessi avevano convissuto in un immobile condotto in locazione dalla donna in via Nazionale Pentimele all’interno del Residence Le Palme; assumeva di avere costituito unitamente ai suoi familiari un’associazione dilettantistica sportiva di danza dalla quale si prefiggevano di ricavare proventi economici in loro favore e che parte delle somme indicate da controparte (€ 5.000,00) erano state utilizzate per il pagamento del cachet ai concorrenti della nota trasmissione televisiva “Amici” che avevano presenziato alla serata di inaugurazione della scuola di danza; rilevava, altresì, che le somme asseritamente oggetto di prestito erano state invece utilizzate ed investite di comune accordo per la suddetta attività; osservava che i rapporti esistenti tra i due si erano radicati nell’ambito della relazione sentimentale e di convivenza dalla quale potevano scaturire soltanto obbligazioni naturali; disconosceva tutta la documentazione prodotta dall’attore che riproduceva il contenuto di sms, mail, skype, conversazioni telefoniche, ecc.; evidenziava che nessuna promessa di pagamento poteva legittimamente configurarsi nella fattispecie in esame, in difetto di prova dei fatti costitutivi dell’obbligazione; aggiungeva, infine, che la pretesa avversaria si caratterizzava anche per l’assoluta indeterminatezza delle somme invocate.

Insisteva, pertanto per il rigetto della domanda.

Il processo veniva istruito con l’espletamento della prova testimoniale articolata dalla convenuta, mentre, sebbene ammessa, non veniva espletata la prova testimoniale richiesta dall’attore, non avendo detta parte provveduto a citare i testi per l’udienza all’uopo fissata; quindi all’udienza del 13.02.2018 la causa, sulle conclusioni nei termini integralmente riportati in epigrafe, veniva riservata per la decisione con l’assegnazione alle parti del termine perentorio di giorni sessanta per il deposito in cancelleria di comparse conclusionali e di ulteriore termine perentorio di giorni venti per le eventuali repliche.

La domanda è infondata e non può trovare accoglimento per le causali qui appresso specificate.

Deve subito affrontarsi la questione della validità legale della trascrizione di chat Whatsapp, di email, di messaggi sms a fini giudiziari, come prova in un processo, precisando che tali strumenti possono essere considerati prova documentale ed essere utilizzati nel processo civile o penale solamente a certe condizioni.

Ebbene, proprio di recente la Suprema Corte ha avuto modo di chiarire che tali strumenti hanno valore come prova informatica nel processo solamente se viene acquisito anche il supporto -telematico o figurativo- contenente la registrazione, essendo la trascrizione una semplice riproduzione del contenuto della principale prova documentale.

I giudici di legittimità hanno evidenziato che la necessità di depositare il supporto risiede nel fatto che questo permette di “controllare l’affidabilità della prova medesima

mediante l’esame diretto del supporto onde verificare con certezza sia la paternità delle registrazioni sia l’attendibilità di quanto da esse documentato” (Cass. n.49016/2017). Poiché non è sempre possibile depositare il dispositivo originale (per motivi legati alla privacy dei contenuti, indisponibilità dell’hardware, danneggiamento, perdita, etc…) e dato che ormai in ambito digitale non esiste più il concetto di “originale” dato che la copia forense di un dispositivo ha la stessa valenza probatoria del dispositivo, è possibile valutare il deposito della copia forense del dispositivo di registrazione (registratore digitale, smartphone, telecamera, etc…) così da conferire il valore legale di prova informatica e documentale al suo contenuto (registrazioni, filmati, messaggi SMS o Whatsapp, etc…).

Deve aggiungersi, quindi, che oltre al deposito dell’acquisizione forense del contenuto del dispositivo dal quale si vogliono estrarre le prove informatiche, si ritiene sia essenziale depositare anche una relazione tecnica forense che attesti la metodologia e strumentazione utilizzata per la copia forense, l’assenza di tracce di alterazione o manipolazione ai dati che dovranno essere utilizzati in giudizio e i criteri con i quali sono stati estratti gli elementi probatori d’interesse come ad esempio i messaggi SMS o Whatsapp, registrazioni audio, filmati, etc…

Ciò significa che se il deposito viene fatto in modo “integrale” (quindi con il dispositivo originale o il suo equivalente tramite acquisizione forense certificata) i dati possono essere accettati e utilizzati in giudizio.

Per creare una copia conforme dei messaggi Whatsapp a uso legale (inclusi anche SMS, messaggi, chat o gruppi Telegram, Viber, iMessage, Facebook Messenger, Skype o qualunque altro sistema di Instant Messaging) è quindi necessario avvalersi delle tecniche di acquisizione forense da cellulare, smartphone o tablet, basate sui principi di inalterabilità della prova e conformità con l’originale espressi dalla Legge 48 del 2008 che cita, ad esempio, come le copie forensi debbano esse eseguite “adottando misure tecniche dirette ad assicurare la conservazione dei dati originali e ad impedirne l’alterazione“, “con una procedura che assicuri la conformità dei dati acquisiti a quelli originali e la loro immodificabilità.”.

Orbene, nella specie, l’attore, sul quale gavava il relative onere, non ha prodotto il dispositivo e/o i diversi supporti con i quali sono stati acquisiti o nel quale sono conservati tali dati, ma è stata offerta una mera stampa (sms e chat) o una semplice riproduzione (files audio) che sebbene supportate da una perizia di parte, non apportano alcun elemento in termini di certezza ed autenticità dei documenti, poichè carenti dei necessari riscontri tecnici (autenticità su indirizzo IP, file di log, data, ora, pagina richiesta, login, account etc. etc.).

D’altra parte, a fronte di una specifica e tempestiva eccezione in tal senso sollevata da parte convenuta, l’istante ha soltanto richiesto l’espletamento di una consulenza tecnica che oltre ad avere carattere esplorativo non avrebbe potuto certamente accertare o verificare alcunchè ai fini dell’attendibilità, genuinità e provenienza dei dati forniti. Dunque, ai fini dell’utilizzazione probatoria di tali dati, l’attore avrebbe dovuto produrre tali files con modalità tali da consentirne la verifica nel contraddittorio delle parti e nei termini del codice di rito.

Ebbene, tanto premesso, del tutto sfornito di prova è risultato l’assunto del presunto riconoscimento di debito e dunque della dazione di danaro in esecuzione di un accordo di prestito o di finanziamento che sarebbe stato accordato dall’uomo alla donna, nè tantomeno sarebbero stati dimostrati i termini e le modalità di tale convenzione.

Ed invero, nessun significativo e/o decisivo contributo che possa corroborare la tesi attorea ha fornito l’espletata prova testimoniale, laddove in particolare se per un verso il teste Ripepi Andrea si è limitato a riferire che durante il soggiorno reggino il (…) era solito alloggiare presso l’abitazione della (…)e di tanto in tanto, nel periodo estivo anche presso la sua abitazione in Melito Porto Salvo, per contro i testi indicate dalla donna avrebbero supportato la contrastante ed inconciliabile prospettazione offerta dalla convenuta, e cioè che le somme erogate dall’uomo sarebbero serviti quale contribuzione per le spese comuni e quotidiane affrontate dalle parti tra le quali si era instaurata una relazione sentimentale durata all’incirca due anni, nonchè per le spese sostenute per la costituzione dell’associazione sportiva dilettantistica di danza.

A tal proposito, vale la pena rammentare che le unioni di fatto, quali formazioni sociali che presentano significative analogie con la famiglia formatasi nell’ambito di un legame matrimoniale e assumono rilievo ai sensi dell’art.2 Cost., sono caratterizzate da doveri di natura morale e sociale di ciascun convivente nei confronti dell’altro, che si esprimono anche nei rapporti di natura patrimoniale.

Ne consegue che le attribuzioni patrimoniali a favore del convivente effettuate nel corso del rapporto configurano l’adempimento di una obbligazione naturale ex art.2034 c.c., a condizione che siano rispettati i principi di proporzionalità e di adeguatezza (Cass. n.1277/2014; Cass. n.1266/2016).

Ebbene, dalle risultanze istruttorie è verosimile ritenere che tra le odierne parti si era instaurata una relazione sentimentale stabile, nell’ambito della quale il (…) ha provveduto a sostenere delle spese.

In altri termini, si deve presumere che, come di norma avviene nei rapporti di coppia, le spese del ménage familiare sono state assunte nel pieno spirito solidaristico ovvero senza verificare quanto avesse contribuito l’uno piuttosto che l’altro, per cui gli esborsi con i quali l’uomo ha inteso partecipare ai bisogni e alle necessità domestiche e di coppia possono giustificarsi come atto di liberalità ovvero come versamenti eseguiti in attuazione di un’obbligazione naturale ex art.2034 c.c..

Allo stesso modo, va sottolineato che nelle unioni di fatto le attribuzioni patrimoniali e le prestazioni lavorative in favore del convivente effettuate nel corso del rapporto, configurano l’adempimento di un’obbligazione naturale ex art.2034 c.c., poichè si presume che tali prestazioni vengono eseguite in funzione dei doveri di carattere morale e civile nonchè di mutua assistenza e collaborazione che caratterizza questi rapporti (Cass. n.1266/2016 citata).

D’altra parte, costituisce principio giurisprudenziale pacifico quello secondo cui l’attore che chiede la restituzione di somme date a mutuo è, ai sensi dell’art.2697 comma 1 c.c.,

tenuto a provare gli elementi costitutivi della domanda e, quindi, non solo la consegna ma anche il titolo della stessa, da cui derivi l’obbligo della vantata restituzione; l’attore è infatti tenuto a dimostrare per intero il fatto costitutivo della sua pretesa; il fatto che il convenuta ammetta di aver ricevuto una somma di denaro dall’attore ma neghi che ciò sia avvenuto a titolo di mutuo, non costituisce un’eccezione in senso sostanziale, sì da invertire l’onere della prova; con la conseguenza che rimane fermo a carico dell’attore l’onere di dimostrare che la consegna del denaro è avvenuta in base a un titolo che ne imponga la restituzione (tra le altre, Cass. n.9864/2014).

Dunque, alla luce delle superiori considerazioni, non resta che rigettare la domanda.

Le spese del presente giudizio, seguendo la soccombenza, vanno poste a carico di parte attrice e liquidate come da dispositivo.

P.Q.M.

Il Tribunale di Reggio Calabria, Prima Sezione Civile, in persona del giudice unico dott. Giuseppe Campagna, uditi i procuratori delle parti, definitivamente pronunciando sulla domanda proposta da (…) nei confronti di (…), con atto di citazione notificato il 13.05.2013, ogni altra istanza, eccezione e deduzione disattese, così provvede:

-rigetta la domanda per le causali di cui in parte motiva;

-condanna (…) al pagamento in favore di (…) delle spese processuali del presente giudizio che liquida in complessivi € 2.000,00, oltre Iva, Cpa e rimborso forfettario come per legge nella misura del 12%;

-sentenza provvisoriamente esecutiva per legge.

Così deciso in Reggio Calabria il 02.01.2019

Il Presidente Istruttore

dott. Giuseppe Campagna


Corte di Cassazione, sez. VI Civile – 3, ordinanza 8 novembre 2018 – 15 febbraio 2019, n. 4659

Presidente Frasca- Relatore Sestini

Rilevato che:

P.M. convenne in giudizio l’ex convivente more uxorio C.V. chiedendo che, ai sensi dell’art. 2041 c.c., fosse condannato a corrisponderle la metà del valore di un immobile intestato al solo convenuto, che era stato costruito col rilevante contributo economico dell’attrice, o al pagamento di altra somma pari agli importi investiti dalla P. nella costruzione dell’immobile;

il Tribunale di Ivrea accolse la domanda per l’importo di 80.000,00 Euro e condannò il C. al pagamento di tale somma;

in parziale accoglimento del gravame di quest’ultimo, la Corte di Appello di Torino ha ridotto la somma dovuta a 25.000,00 Euro e, rigettato l’appello incidentale della P. , ha condannato il C. al pagamento delle spese dei due gradi di giudizio;

ha proposto ricorso per cassazione il C. , affidandosi a tre motivi illustrati da memoria; ha resistito l’intimata con controricorso.

Considerato che:

col primo motivo, articolato in due sotto-motivi, il ricorrente deduce la violazione o falsa applicazione dell’art. 2041 c.c., ex art. 360 c.p.c., n. 3, “e/o omessa o insufficiente motivazione ai sensi dell’art. 360, n. 5”: il C. afferma (sub IA) la “inapplicabilità tout court dell’art. 2041 c.c. in ambito di convivenza more uxorio”,- dovendosi ricondurre gli esborsi effettuati in corso di convivenza all’adempimento di doveri morali e sociali ex art. 2034 c.c., e sostiene (sub IB) che la Corte ha “errato nel valutare solo l’aspetto economico”, senza considerare che i supposti trasferimenti di somme non erano privi di causa, in quanto effettuati dalla P. “nell’ottica di contribuire alla ristrutturazione della “casa coniugale””, anche al fine di provvedere alle necessità abitative del figlio allora minorenne;

premessa l’inammissibilità della censura formulata in termini di “omessa o insufficiente motivazione” (ai sensi del vecchio testo dell’art. 360 c.p.c., n. 5), il primo sotto-motivo è inammissibile ex art 360 bis c.p.c., in quanto la decisione è conforme alla consolidata giurisprudenza di legittimità (da cui non v’è ragione di discostarsi), secondo cui è “possibile configurare l’ingiustizia dell’arricchimento da parte di un convivente “more uxorio” nei confronti dell’altro in presenza di prestazioni a vantaggio del primo esulanti dal mero adempimento delle obbligazioni nascenti dal rapporto di convivenza – il cui contenuto va parametrato sulle condizioni sociali e patrimoniali dei componenti della famiglia di fatto – e travalicanti i limiti di proporzionalità e di adeguatezza” (Cass. n. 11330/2009; cfr. anche Cass. n. 1277/2014 e Cass. n. 14732/2018); il secondo sotto-motivo è parimenti inammissibile perché mira a conseguire una diversa valutazione di merito circa il fatto che gli esborsi travalicassero, nello specifico, i limiti di proporzionalità e adeguatezza rispetto al mero adempimento di un’obbligazione naturale; tanto più perché il difetto di una giusta causa non va inteso – come parrebbe proporre il ricorrente- quale assenza di una ragione che abbia determinato la locupletazione in favore dell’arricchito, ma quale carenza di una ragione che consenta a quest’ultimo di trattenere quanto ricevuto;

il secondo motivo (che denuncia nuovamente la violazione o falsa applicazione dell’art. 2041 c.c. e l’omesso o erroneo esame di un fatto decisivo) è anch’esso inammissibile in quanto non contiene alcuna specifica censura in iure, limitandosi a contestare l’apprezzamento delle prove da parte della Corte e a sollecitare una lettura di segno opposto, e non individua specificamente alcun fatto effettivamente decisivo di cui la sentenza abbia omesso l’esame;

il terzo motivo (in punto di violazione degli artt. 91 e 92 c.p.c.) censura la sentenza per avere condannato il C. al pagamento delle spese del grado di appello, nonostante il parziale accoglimento dell’appello principale e il rigetto dell’impugnazione incidentale;

il motivo è infondato in quanto la Corte si è attenuta al criterio della soccombenza, sulla base dell’esito complessivo della lite (cfr. Cass. 11423/2016), che ha visto accogliere seppure parzialmente- la domanda della P. , e non è censurabile in sede di legittimità la scelta del giudice di merito di non avvalersi della facoltà di compensare, in tutto o in parte, le spese di lite;

al rigetto del ricorso consegue la condanna del C. al pagamento delle spese del presente giudizio;

sussistono le condizioni per l’applicazione del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese di lite, liquidate in Euro 2.800,00 per compensi, oltre alle spese forfettarie nella misura del 15%, al rimborso degli esborsi (liquidati in Euro 200,00) e agli accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

 


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