Diritto e Fisco | Articoli

Dimissioni indotte dal datore di lavoro: che fare?

19 Febbraio 2019


Dimissioni indotte dal datore di lavoro: che fare?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 19 Febbraio 2019



Quando il dipendente viene costretto a licenziarsi sotto minaccia del datore di lavoro o per via di un ambiente conflittuale e stressante può ripensarci? Possibile la revoca delle dimissioni?

Hai avuto un violento dissidio con il tuo datore di lavoro. Il clima si è fatto subito rovente. Vi siete reciprocamente rinfacciati una serie di colpe e di condotte. I toni si sono alzati. Ma se tu hai cercato di mantenere il controllo di te stesso, temendo che un atteggiamento troppo aggressivo potesse essere sanzionato come insubordinazione, lui si è fatto forte della sua posizione e così, alla fine del litigio, ti ha intimato: «È meglio che ti licenzi. Se rimani, diventerò cattivo con te. Non ti darò tregua. Non ti lascerò andare in bagno e neanche a fumare una sigaretta». Ti senti così costretto a prendere una decisione che, altrimenti, non avresti mai assunto: rimanere in azienda per portare a casa lo stipendio, a fronte di una vita che si preannuncia infernale, oppure andartene come ti è stato chiesto? Poter tornare indietro non è più possibile; vorresti allora consultare un avvocato perché ti dica quali garanzie ti offre, in questi casi, la legge. In altri termini, in caso di dimissioni indotte dal datore di lavoro, che fare? La risposta è stata fornita dalla Cassazione con una recente sentenza [1].

Dimissioni per giusta causa: cosa spetta?

Quando il dipendente “si licenzia” – o, meglio detto, rassegna le dimissioni – ha diritto a ottenere la liquidazione delle ultime buste paga non ancora versate e il Tfr, il trattamento di fine rapporto. Egli ha l’obbligo di dare le dimissioni rispettando il termine di preavviso previsto dal contratto collettivo. Tuttavia, tanto il lavoratore quanto il datore di lavoro possono rinunciare al preavviso, imponendo la risoluzione immediata del rapporto di lavoro; chi lo fa però deve versare all’altra parte la cosiddetta indennità sostitutiva del preavviso, una sorta di indennizzo per l’immediata cessazione del contratto.

Il dipendente che si dimette volontariamente non può ottenere l’assegno di disoccupazione dall’Inps a meno che le dimissioni non sono motivate da «giusta casa», ossia a causa di un comportamento colpevole del datore. Il caso tipico è l’omesso pagamento degli stipendi che costringe il lavoratore a licenziarsi. Altro caso emblematico è il mobbing, l’illegittimo trasferimento, le violenze e le minacce, ecc.

Si possono revocare le dimissioni già date?

Come noto, la legge prevede oggi che le dimissioni siano date con un’apposita procedura online. Ciò è stato disposto al fine di contrastare l’antica pratica delle cosiddette “dimissioni in bianco”: in pratica alcuni imprenditori facevano firmare al dipendente, già al momento dell’assunzione, una lettera non datata di dimissioni, da utilizzare nel momento in cui ve ne fosse stato bisogno, in modo da evitare eventuali contestazioni per il licenziamento.

Le dimissioni online non precludono la possibilità al dipendente di ripensarci ossia di revocare tale dichiarazione. In particolare, per quanto riguarda il pubblico dipendente, la legge [2] gli consente di chiedere la riassunzione. L’accettazione della domanda è però subordinata a una valutazione dell’amministrazione, chiamata a verificare se ancora sussistono i presupposti e ci sono posti vacanti. In buona sostanza non siamo dinanzi a un vero e proprio diritto soggettivo ma a una facoltà subordinata al consenso dell’ente.

Il lavoratore privato, invece, è tutelato dal decreto attuativo del Jobs Act [3] in base al quale chi presenta le dimissioni online ha 7 giorni di tempo, a partire dalla data di inoltro, per revocarle.  Leggi maggiori informazioni su Ripensamento dopo le dimissioni volontarie.

Dimissioni indotte dal datore di lavoro: sono valide?

Le dimissioni devono dipendere dalla volontà spontanea del dipendente che ha valutato attentamente la situazione e ha ritenuto non più conveniente la prosecuzione del rapporto di lavoro (a prescindere dalle ragioni che hanno portato a tale conclusione: siano esse dipendenti dalla situazione di crisi aziendale o da proprie valutazioni personali).

L’azienda non può costringere il dipendente a dimettersi, né con le buone, né con le cattive. Può tutt’al più incentivare tale atto con appositi benefici economici, ma se il dipendente non accetta, tutto ciò che può fare l’imprenditore è valutare se sussistono ragioni organizzative o produttive che consentano di disfarsi del dipendente (è il cosiddetto “licenziamento per giustificato motivo oggettivo”). Leggi sul punto Dimissioni incentivate: se il datore mi chiede di licenziarmi.

Quando la volontà del dipendente è viziata da una condotta violenta altrui, essa può essere impugnata e quindi annullata (ciò quindi a prescindere dal diritto di ripensamento che abbiamo visto nel precedente paragrafo). Così, il dipendente messo alle strette, costretto cioè a dimettersi sotto minaccia del datore di lavoro, può impugnare il proprio stesso atto e farlo annullare. Dovrà però dimostrare la violenza subita.

Ma non è tutto. Egli può anche denunciare il datore di lavoro. Qui sta il chiarimento offerto di recente dalla Cassazione [1]: obbligare il dipendente a dimettersi, sottoponendolo al ricatto di una vita altrimenti difficoltosa, integra il reato di minaccia.

Sempre la Cassazione [4] ha ritenuto che commette il reato di estorsione il datore che, sotto minaccia di licenziamento, costringa il dipendente ad accettare una paga più bassa (facendosi restituire una parte dello stipendio in contanti).

Dimissioni sotto stress o in una condizione di incapacità

Sempre seguendo le istruzioni fornite dalla Suprema Corte [5] è possibile revocare le dimissioni rassegnate dal lavoratore che si trova in uno stato di turbamento emotivo e psicologico come nel caso di chi è soggetto a continui e immotivati controlli del datore o a mobbing. Ciò in quanto manca una vera e propria capacità di intendere e volere, seppure temporanea, che dia all’interessato la facoltà di comprendere il significato e le conseguenze del proprio gesto. Per la Cassazione non sono quindi valide le dimissioni del dipendente (pubblico o privato) afflitto da stress lavorativo e da conseguenti malattie accertate.

«In un contesto ambientale connotato da forti litigi ed insoddisfazione, possono sempre essere ritrattate le dimissioni del lavoratore esposto ad una condizione di notevole turbamento psichico che impedisca la formazione di una volontà cosciente e consapevole sulle effettive conseguenze che derivano dalla rinunzia al posto di lavoro».

La medesima regola si applica al dipendente che, per ragioni di incapacità naturale (ad esempio dovute a una malattia psichica, a uno stato di depressione, ecc.) compie la scelta di dimettersi ma poi, a “mente lucida” ci ripensa.

note

[1] Cass. sent. n. 7225/19 del 15.02.2019.

[2] Art. 132 TU pubblico impiego: «“L’impiegato con qualifica inferiore a direttore generale, cessato dal servizio per dimissioni o per collocamento a riposo o per decadenza dall’impiego nei casi previsti dalle lettere b) e c) dell’art. 127, puo’ essere riammesso in servizio, sentito il parere del Consiglio di amministrazione. (56) Puo’ essere riammesso in servizio l’impiegata dichiarata decaduta ai sensi della, lettera a) dell’art. 127, quando la perdita della cittadinanza italiana si sia verificata a seguito di matrimonio contratto con cittadino straniero e l’impiegata abbia riacquistata la cittadinanza per effetto dell’annullamento o dello scioglimento del matrimonio. L’impiegato riammesso e’ collocato nel ruolo e nella qualifica cui apparteneva al momento della cessazione dal servizio, con decorrenza di anzianita’ nella qualifica stessa dalla data del provvedimento di riammissione. La riammissione in servizio è subordinata alla vacanza del posto e non puo’ aver luogo se la cessazione dal servizio avvenne in applicazione di disposizioni di carattere transitorio o speciale».

[3] Art.26 D.lgs. 151/2015.

[4] Cass. sent. n. 7304/19 del 18.02.2019.

[5] Cass. sent. n. 30126/2018.

Autore immagine uomo licenziamento dimissioni Di frankie’s

Corte di Cassazione, sez. V Penale, sentenza 18 gennaio – 15 febbraio 2019, n. 7225

Presidente Palla – Relatore Borrelli

Ritenuto in fatto

1. L’odierno giudizio verte intorno alla sentenza del Tribunale di Trieste che, quale Giudice di appello, aveva confermato la condanna di Mi. Sp. per minaccia ai danni di una sua dipendente presso la casa di riposo “La Primula”, Sabina Barbo, con l’irrogazione di una pena di cinquanta Euro di multa.

2. Lo Sp. ha proposto ricorso per cassazione a mezzo del proprio difensore di fiducia, strutturandolo su due motivi, non prima di avere riepilogato e commentato il contenuto degli atti del procedimento – dalla querela, alle sommarie informazioni testimoniali, alle deposizioni testimoniali, ai motivi di appello, alla sentenza resa dal Tribunale – e di avere segnalato che vi era stata rinunzia alla prescrizione.

2.1. Il primo motivo di ricorso deduce omessa motivazione e violazione di legge, con specifico riferimento alla ritenuta configurabilità del reato di minaccia per difetto di ingiustizia del male prospettato. Secondo quando contestato nel capo di imputazione, la frase attribuita all’imputato non aveva contenuto minatorio, trattandosi di una sollecitazione a rassegnare le dimissioni che, una volta non accolta, avrebbe determinato il datore di lavoro ad impedire alla dipendente di fumare in bagno. Una riflessione analoga, benché contenuta nell’atto di appello, non aveva ricevuto risposta.

2.2. Il secondo motivo lamenta mancanza, manifesta illogicità o contraddittorietà della motivazione in punto di attendibilità della persona offesa; il Tribunale aveva infatti trascurato di considerare che la Barbo aveva confessato di avere prodotto un falso certificato medico per essere collocata in malattia, il che avrebbe dovuto svilire la sua credibilità. Analoga conseguenza sarebbe dovuta derivare dal mancato apprezzamento della evidente falsità della sua affermazione di essersi recata presso il sindacato per far controllare la propria busta-paga e dalle contraddizioni della sua deposizione emerse in dibattimento, oltre che da quelle con la testimonianza del Licandro, giustificate dal Giudice monocratico con l’assunto che, ove le due versioni fossero state concordate a tavolino, esse sarebbero state perfettamente coincidenti.

Considerato in diritto

1. Il ricorso è inammissibile.

2. Il primo motivo di ricorso è manifestamente infondato, dal momento che fonda la mancanza di ingiustizia del male prospettato su una lettura erronea della frase riportata nel capo di imputazione; in quest’ultimo, infatti, la frase attribuita al ricorrente è «ti conviene licenziarti….se rimani diventerò cattivo, non ti darò tregua, non ti lascerò andare in bagno e neanche a fumare una sigaretta» e non, quanto a quest’ultima parte, «…non ti lascerò andare in bagno neanche a fumare una sigaretta». E’ evidente, dunque, che il contenuto della frase oggetto di contestazione non può essere in alcun modo riferito alla sola prefigurazione, da parte del datore di lavoro, del potere di controllo circa l’abitudine della prestatrice d’opera di fumare in bagno, ma ad una più ampia limitazione dei diritti della lavoratrice, quale quello di utilizzare i servizi igienici, a prescindere dall’abitudine del fumo.

3. Il secondo motivo di ricorso è inammissibile in parte perché diretto ad ottenere una rivalutazione del materiale istruttorio ed a sostenere una diversa concatenazione degli eventi secondo una prospettiva alternativa e soggettivamente orientata; e in parte perché manifestamente infondato siccome denso di critiche nei confronti di una sentenza che invece non presenta tratti di manifesta illogicità, con particolare riferimento alla valutazione circa le non negate incongruenze tra la deposizione della Barbo e quella del Licandro e circa la giustificazione delle imprecisioni narrative dei due.

A questo riguardo, va ricordato che, in tema di vizi della motivazione, il controllo di legittimità operato dalla Corte di cassazione non deve stabilire se la decisione di merito proponga effettivamente la migliore possibile ricostruzione dei fatti, né deve condividerne la giustificazione, ma deve limitarsi a verificare se tale giustificazione sia compatibile con il senso comune e con i limiti di una plausibile opinabilità di apprezzamento.

Con riferimento, infine, alla dedotta carenza di affidabilità della persona offesa nel momento in cui non aveva esitato a produrre un falso certificato medico ed a simulare una malattia, il Collegio ritiene che, quantunque tale aspetto non sia stato affrontato nella decisione impugnata, non può per ciò solo configurarsi un’omissione motivazionale idonea ad inficiare la tenuta della motivazione.

Giova, infatti, rievocare il principio di diritto secondo cui, quando viene dedotto vizio di motivazione, la presenza di minime incongruenze argomentative o l’omessa esposizione di elementi di valutazione, che non siano inequivocabilmente munite di un chiaro carattere di decisività, non possono dar luogo all’annullamento della sentenza, posto che non costituisce vizio della motivazione qualunque omissione valutativa che riguardi singoli dati estrapolati dal contesto, ma è solo l’esame del complesso probatorio entro il quale ogni elemento sia contestualizzato che consente di verificare la consistenza e la decisività degli elementi medesimi oppure la loro ininfluenza ai fini della compattezza logica dell’impianto argomentativo della motivazione (Sez. 1, n. 46566 del 21/02/2017, M e altri, Rv. 271227 – 01; Sez. 2, n. 9242 del 8/02/2013, Reggio, Rv. 254988).

Ebbene, nei limiti del sindacato del Giudice di legittimità, la lettura complessiva del materiale valorizzato induce ad escludere la valenza disarticolante dell’omesso esame su quel dato, restando il medesimo confinato ad un tentativo di smentire l’attendibilità della persona offesa avendo riguardo ad una condotta priva di implicazioni dirette sul suo narrato eteroaccusatorio.

2. All’inammissibilità del ricorso consegue la condanna del ricorrente, ai sensi dell’art.616 cod. proc. pen., al pagamento delle spese del procedimento e al versamento della somma di Euro 2.000,00 in favore della Cassa delle ammende, così equitativamente determinata in relazione ai motivi di ricorso che inducono a ritenere la parte in colpa nella determinazione della causa di inammissibilità (Corte cost. 13/6/2000 n.186).

P.Q.M.

dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali ed al pagamento della somma di Euro 2000,00 a favore della Cassa delle ammende.


scarica gratis il tuo contratto su misura

Per avere il pdf inserisci qui la tua email. Se non sei già iscritto, riceverai la nostra newsletter:

Informativa sulla privacy
DOWNLOAD

Lascia un commento

Usa il form per discutere sul tema. Per richiedere una consulenza vai all’apposito modulo.

 



NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA