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La responsabilità dei magistrati

7 Marzo 2019


La responsabilità dei magistrati

> Diritto e Fisco Pubblicato il 7 Marzo 2019



La responsabilità dei magistrati: quando scatta, come azionarla, chi risarcisce i danni. 

Giudici e pubblici ministeri sono investiti di funzioni delicate che incidono profondamente nella vita e nel patrimonio delle persone. Il legislatore si è posto il problema di regolare le forme e i limiti della loro necessaria responsabilità con l’esigenza di salvaguardare l’autonomia e l’indipendenza della magistratura; ne è derivata una disciplina molto particolare, diversa da quella che regola le altre categorie di pubblici dipendenti. Riguardo la responsabilità dei magistrati ne esistono tre tipi: quella civile, disciplinare e penale. La responsabilità civile può essere azionata da qualunque persona, ma non direttamente nei confronti del magistrato bensì verso lo Stato, che poi può esercitare la sua rivalsa; serve a risarcire i danni ingiusti cagionati dal comportamento illecito del magistrato. La responsabilità disciplinare riguarda gli illeciti commessi dai magistrati in qualità di pubblici dipendenti ma segue regole diverse rispetto a quelle dei funzionari o dirigenti statali; serve a punire il magistrato con sanzioni che ne pregiudicano la carriera, ma non a risarcire i danni arrecati. La responsabilità penale prevede alcune figure di reato che sono specifiche dei magistrati, come la corruzione in atti giudiziari e serve a condannare il colpevole e consente il risarcimento dei danni alle vittime del reato. Al cittadino interessa conoscere soprattutto la responsabilità civile dei magistrati perché può promuoverla direttamente (mentre quella disciplinare è prerogativa degli organi statali preposti, così come quella penale, in cui però la persona offesa può intervenire come parte civile) al fine di ottenere il ristoro dei danni patiti in conseguenza di provvedimenti giurisdizionali.

La responsabilità civile dei magistrati

Questo tipo di responsabilità riguarda gli atti e i comportamenti compiuti nell’esercizio delle funzioni giudiziarie.

La normativa che la prevede discende direttamente dalla Costituzione [1] ma fu introdotta solo nel 1988 dalla c.d. Legge Vassalli [2] a seguito di un referendum popolare tenuto l’anno prima.

Questa disciplina è stata modificata nel 2015 da una nuova legge [3] per renderla più ampia ed eliminare alcune limitazioni che la rendevano difficilmente applicabile. Per approfondire le differenze tra la vecchia legge e la nuova puoi leggere questo articolo.

Il principio di base è che i magistrati rispondono dei danni cagionati a privati nell’esercizio delle loro funzioni.

Questo significa che se hai concluso un contratto con un magistrato, privatamente e al di fuori di qualsiasi procedimento giudiziario (gli hai affittato un appartamento, riparato una macchina, venduto un computer, ecc. e non sei stato pagato), si applicheranno le regole comuni e non questa disciplina particolare. Così come se un magistrato ti investe con la sua autovettura, sarà responsabile secondo le normali norme che regolano l’attribuzione di colpa negli incidenti stradali.

Se invece hai subito un danno ingiusto e questo danno ti è stato causato da un atto o provvedimento giudiziario emesso da un magistrato – o anche da un suo comportamento, purché compiuto nell’esercizio delle sue funzioni giurisdizionali – potrai essere risarcito.

La norma è applicabile a ogni tipo di procedimento purché sia stato trattato da un magistrato durante lo svolgimento delle sue funzioni: potrà trattarsi di una causa civile di risarcimento danni, di un procedimento di separazione tra coniugi, di un’indagine penale condotta dal pubblico ministero o anche di un procedimento attribuito alla giurisdizione amministrativa come quella dei Tar.

Il tuo danno deve comunque essere la conseguenza e l’effetto di quel comportamento, atto o provvedimento che il magistrato ha compiuto o emesso.

Deve trattarsi di un danno ingiusto, perché altrimenti verrebbero in rilievo tutti i casi in cui il giudice avesse deciso di darti torto in una determinata causa: questo evidentemente ti provocherebbe un danno, anche notevole, ma non ingiusto, perché non è stato violato un tuo diritto.

Anzi, in tali casi il magistrato avrebbe svolto bene il suo lavoro proprio dandoti torto e condannandoti. La sua funzione è quella di giudicare ed è inevitabile che chi perde una causa civile oppure viene condannato in un processo penale subisca un danno; ma tale danno è la naturale conseguenza del modo attraverso cui quel giudice ha applicato correttamente la legge ed ha reso giustizia nel caso che ha deciso.

Quindi dobbiamo vedere precisamente a quali condizioni un danno può definirsi ingiusto e così far scattare la responsabilità del magistrato che consente alla parte lesa di essere risarcita.

Responsabilità dei magistrati: quando scatta?

Per qualificare ingiusto il danno che hai subito occorre che sia ingiusto l’atto o il provvedimento o il comportamento del magistrato.

L’ingiustizia del danno è una conseguenza dell’ingiustizia di un illecito compiuto dal magistrato. Ma quando avviene questo? Basta uno sbaglio del magistrato, è sufficiente un suo errore, una svista oppure occorre qualcosa di più? La legge [4] dice che è ingiusto l’atto che è stato compiuto con dolo o colpa grave oppure che costituisce diniego di giustizia. Vediamo bene ciascuna di queste tre ipotesi.

Il dolo

Il dolo è un atto compiuto con volontà diretta e intenzionale: è il caso che presenta meno problemi perché è il più evidente.

Il magistrato ha volutamente alterato il suo giudizio e in tal caso non può parlarsi di errore, ma piuttosto di una sua scelta consapevole e deliberata di violare la legge e così ledere un tuo diritto. In ciò consiste l’illecito che ti legittima a chiedere il risarcimento del danno.

Se poi questa condotta costituisce anche reato, ci sarà anche la sua responsabilità penale in aggiunta a quella che stiamo esaminando. Le possibilità di risarcimento per la vittima si amplieranno. Ne parleremo nell’ultimo paragrafo di questo articolo.

La colpa grave

La colpa grave si ha quando è stata compiuta:

  • una grave e manifesta violazione di legge (comprendente anche il diritto dell’Unione europea, non soltanto quello nazionale). Tieni presente che il magistrato deve essere un profondo conoscitore della legge quindi non può compiere errori gravi che comportino evidenti violazioni della legge stessa. Ad esempio, è impensabile che un magistrato possa arrestare un parlamentare senza autorizzazione della Camera, violandone l’immunità. Vengono quindi in rilievo i provvedimenti abnormi, completamente al di fuori dei dettami imposti dalla legge;
  • il travisamento del fatto o delle prove. Il travisamento è un’alterazione della verità: la sentenza emessa risulta perciò basata su fatti o prove falsi o comunque non corrispondenti alla realtà. In tali casi il giudice avrà deciso sulla base di fatti o prove che tali non sono ed anzi sono contraddetti o smentiti da altri fatti e prove “veri” e dei quali egli non ha invece tenuto alcun conto. Il compito fondamentale del giudice è interpretare i fatti e valutare le prove: se il suo ragionamento è distorto, illogico, non basato su fatti evidenti e prove vere, ma addirittura contraddetto da essi, ci sarà la sua responsabilità;
  • l’affermazione di un fatto che gli atti processuali dimostrano inesistente, o al contrario la negazione di un fatto la cui esistenza è provata in maniera incontrastabile dagli atti stessi. Il fatto inesistente affermato dal magistrato, o il fatto esistente negato dal magistrato, devono essere immediatamente evidenti e non suscettibili di interpretazioni, deduzioni o ragionamenti. Deve trattarsi di fatti obiettivi, accaduti e storici, non di ricostruzioni o qualificazioni giuridiche. Quei fatti inoltre devono essere presenti negli atti del processo;
  • l’emissione di un provvedimento cautelare personale o reale fuori dai casi consentiti dalla legge oppure senza motivazione. È il caso, ad esempio, di un giudice che applica la custodia cautelare per un reato che non la consente, oppure dispone un sequestro preventivo di beni senza motivazione. Le limitazioni della libertà personale richiedono la massima attenzione da parte del giudice e quindi la soglia da rispettare è più severa.

Il diniego di giustizia

Il diniego di giustizia consiste in un ingiustificato ritardo, rifiuto o omissione nel compiere un atto d’ufficio da considerarsi doveroso per quel magistrato.

Si ha quando il magistrato non provvede pur essendovi tenuto in base alla legge e dopo essere stato sollecitato ad adempiere al dovere del proprio ufficio.

In particolare, il ritardo o l’omissione diventano rilevanti quando:

  • è trascorso il termine che la legge prevede per il compimento di quell’atto;
  • la parte interessata ad averlo ha presentato una rituale istanza in cancelleria;
  • sono trascorsi inutilmente più di trenta giorni dal deposito dell’istanza;
  • non vi sono motivi che giustifichino il ritardo.

Quindi se rientri in uno di questi casi potrai azionare la responsabilità del magistrato instaurando il procedimento che ora ti illustriamo.

Responsabilità dei magistrati: quando c’è l’esonero?

La legge prevede espressamente una clausola di salvaguardia in favore dei magistrati, in base alla quale il giudice non può essere chiamato a rispondere dell’esercizio dell’attività di interpretazione della legge e di valutazione dei fatti e delle prove emersi nel processo.

In tali casi le parti lese potranno tutelarsi attraverso i normali mezzi di impugnazione del provvedimento viziato (ricorso in appello o per Cassazione). È considerato fisiologico che il giudice possa errare ed i vari gradi di giudizio servono proprio a correggere le possibilità di errore insite in ogni provvedimento giudiziario.

Tutto questo, però, a meno che gli errori compiuti dal magistrato non siano stati commessi con dolo oppure con colpa grave: nei casi che abbiamo esaminato nel paragrafo precedente, quindi, la responsabilità sussiste sempre.

Come si richiede il risarcimento dei danni?

Con la riforma del 2015 è diventato possibile richiedere il risarcimento di tutti i tipi di danni subiti, quindi non solo di quelli patrimoniali, ma anche di quelli non patrimoniali, come quelli morali e esistenziali.

Prima invece, nell’originaria formulazione della legge del 1988, era possibile richiedere i danni non patrimoniali solo nei casi di indebita privazione della libertà personale.

Ovviamente i danni devono essere sempre in relazione con il provvedimento ingiusto del magistrato e rappresentarne una conseguenza diretta.

Come si promuove l’azione?

Innanzitutto devono essere stati esperiti tutti i mezzi ordinari di impugnazione avverso il provvedimento lesivo.

Non è possibile richiedere il risarcimento dei danni per responsabilità del magistrato se prima non sono stati fatti tutti i ricorsi, appelli o reclami previsti dalla legge per quel tipo di provvedimento.

Anche per i provvedimenti cautelari e sommari, a seconda del tipo, sono previsti rimedi giurisdizionali, come ad esempio il reclamo al tribunale collegiale per i provvedimenti cautelari del giudice istruttore o in appello avverso le ordinanze presidenziali in tema di separazione coniugale. Il provvedimento che ha causato i danni, quindi, deve essere divenuto definitivo e immodificabile per poter essere azionato in via di responsabilità.

Se si tratta di un procedimento per il quale non sono previste impugnazioni, come ad esempio una decisione definitiva della Corte di Cassazione, si può invece procedere direttamente.

L’unico limite è quello di tempo entro cui poter promuovere l’azione: hai a disposizione un periodo di tre anni, previsto a pena di decadenza e che decorrono dal momento in cui l’azione diventa esperibile.

Quindi se vuoi azionare la responsabilità dei magistrati contro una sentenza di tribunale viziata da dolo o colpa grave dovrai attendere che sia divenuta definitiva e perciò dovrai prima appellarla e se occorre impugnare la decisione sfavorevole anche in Cassazione; quando quella sentenza sarà divenuta definitiva avrai a disposizione tre anni per instaurare il procedimento di responsabilità a carico dei magistrati che hanno sbagliato.

C’è però un’importante eccezione a questa regola: se il grado del procedimento non si è concluso entro tre anni dalla data del fatto che ti ha cagionato il danno ingiusto, potrai esercitare l’azione senza attendere la decisione definitiva.

Questo è importante specialmente nei casi di diniego di giustizia: se il magistrato rimane inerte e non emette il provvedimento che dovrebbe, hai tre anni a disposizione per agire in via di responsabilità nei suoi confronti. I tre anni decorrono dal termine entro il quale egli avrebbe dovuto provvedere sulla tua istanza.

A chi si rivolge la domanda?

La domanda non viene proposta direttamente nei confronti del magistrato, ma va presentata allo Stato, in persona del Presidente del Consiglio dei ministri.

Si avvierà un procedimento presso il tribunale del capoluogo del distretto di Corte d’Appello competente sui reati commessi dai magistrati [5] in modo da garantire che i giudici che decideranno il caso appartengano ad una regione diversa da quella in cui il magistrato incolpato esercita le sue funzioni (ad esempio Perugia per i casi di competenza del distretto di Corte d’Appello di Roma).

Lo Stato poi, se verrà condannato a risarcire i danni, si rivarrà nei confronti del magistrato responsabile, imponendogli una trattenuta sullo stipendio (che non potrà superare un terzo dello stipendio mensile netto percepito dal magistrato). Quindi tu verrai risarcito dallo Stato, il quale a sua volta si rivarrà della somma sul magistrato.

Quando il danno deriva da un reato del magistrato?

Se il danno deriva da un fatto che costituisce anche reato commesso dal magistrato (esempio: corruzione in atti giudiziari) l’azione per il risarcimento non subisce le limitazioni che abbiamo esaminato nei paragrafi precedenti.

In tali casi infatti sia il magistrato che ha commesso il reato sia lo Stato saranno tenuti a risarcire la vittima del reato [6]. Sono cioè entrambi direttamente responsabili.

Questo significa che se sei parte lesa in un reato commesso da un magistrato nell’esercizio delle sue funzioni potrai esercitare l’azione civile nel processo penale instaurato a suo carico secondo le norme ordinarie e chiamare in causa quel magistrato in persona (che coinciderà con l’imputato in quel processo) e contemporaneamente anche lo Stato, per garantirti meglio attraverso un responsabile civile in grado di risarcirti integralmente.

note

[1] Art. 28 Cost: I funzionari e i dipendenti dello Stato e degli enti pubblici sono direttamente responsabili, secondo le leggi penali, civili e amministrative, degli atti compiuti in violazione di diritti. In tali casi la responsabilità civile si estende allo Stato e agli enti pubblici.

[2] L. n.117 del 13.04.1988 approvata a seguito di referendum abrogativo tenuto nel 1987.

[3] L. n.18 del 27.02.2015 in vigore dal 19.03.2015.

[4] Artt. 2 e 3 L. n.18 del 27.02.2015.

[5] Art. 11 cod. proc. pen.

[6] Art. 13 L. n.18 del 27.02.2015.


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1 Commento

  1. Quale pena comporta per il pm quando il teste fa una deposizione volontaria in assenza dell’avvocato difensore? A chi rivolgersi per annullare l’interrogatorio e fare istanza per annullamento della deposizione e con quali criteri? Grazie!

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