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Cosa fare quando il bambino piange disperato

20 Marzo 2019 | Autore: Maria Teresa Biscarini
Cosa fare quando il bambino piange disperato

Workshop internazionali sul pianto dei bambini, mappatura dei vagiti, scala dei pianti infantili secondo il pediatra Winnicott: una gamma di strumenti per i caregivers.

“Dimmi perchè piangi” cantava Aleandro Baldi nell’edizione 1992 del Festival di Sanremo. Una domanda che in quel caso si inseriva all’interno di un rapporto di coppia e che quindi trovava una sua spiegazione nel prosieguo della canzone “Non amarmi” aggiudicatasi il primo premio nella sezione “Nuove Proposte”. Se a piangere non fosse un adulto, ma un bambino? Siamo poi così certi di saper interpretare i messaggi che sta lanciando? Perché un conto è che il piccolo sappia già parlare, un altro è che sia ancora neonato. Un distinguo di non poco conto visto che il pianto in questo caso rientra tra le modalità comunicative del piccolo, per cui da considerare come un fatto sano e naturale, salvo casi particolari che dovrebbero mettere in allerta. Il punto però spesso è trovare un contatto tra le lacrime del piccolo e il mondo dei grandi, specie quando niente sembra in grado di sedare il pianto. Se quindi non hanno funzionato le coccole, il ciuccio, il biberon e neppure il seno, anche le mamme e i papà più navigati potrebbero cedere allo sconforto. Dunque cosa fare quando il bambino piange disperato? Sicuramente non perdere la calma, perché si sa, i bambini sono come la carta assorbente, vale a dire assorbono tutto quanto perviene loro dal mondo circostante, non avendo ancora filtri che li schermino dagli altri, per cui se gli adulti perdono le staffe, i piccoli lo percepiscono innescando un circuito che si autoalimenta. Quindi se anche tu vuoi saperne di più, seguici! C’è persino chi ha proceduto con una vera e propria “mappatura” dei vagiti, di cui, a detta di molti, esiste una gamma amplia e c’è anche chi ha scritto manuali di istruzioni sul pianto dei bebè [1].

Il pianto prima e dopo i sei mesi di vita: quali differenze?

Premesso che il primo segnale di vita di un bambino è proprio il pianto al punto che in sala parto gli occhi o forse le orecchie sono spesso puntate sul primo pianto del bambino appena nato, è pur vero che superato questo primo saluto d’ingresso nel mondo, la giornate sono fitte e lunghe.

Se quindi non si riesce sin da subito ad entrare in empatia col nuovo venuto, qualche indizio utile alla decodifica dei suoi segnali non potrà che essere di ausilio. Tenendo quindi fermo lo spartiacque dei sei mesi, di cui sopra, cosa c’è da sapere?

Fino ai 6 mesi circa, il pianto è l’unico modo con cui il bambino riesce ad esprimere le proprie sensazioni fisiche (del tipo: ho freddo/caldo, ho fame, ho dolori) richiamando così l’attenzione di chi può aiutarlo nel soddisfare i propri bisogni; quindi in questa fase il pianto è genuino e non si può ovviamente ancora parlare di capricci o intenti manipolatori.

Dai 7 mesi in poi il pianto assume connotati più complessi, legati per esempio alla paura dell’abbandono e al timore degli estranei.

Quasi inutile dire che le mamme hanno spesso una sorta di radar per cogliere a pelle ciò che sta cercando di dire il loro piccolo. Forse non tutti sanno che aguzzando l’orecchio, con buona approssimazione, chiunque potrebbe imparare a riconoscere le varie tipologie di pianto al fine di fornire risposte più adeguate possibili. Scorrendo le casistiche stilate da chi si occupa da tempo di bambini è emerso quanto segue.

Il pianto da bisogno di cure primarie

Fame 

La fame, com’è intuibile, è il motivo più ricorrente che può scatenare il pianto del neonato, riconoscibile per l’emissione di strilli talmente acuti e prolungati che specie nelle ore notturne, sono in grado di svegliare chiunque si trovi nelle vicinanze. Questo è un tipo di pianto inconsolabile finché al piccolo non verrà somministrata la sua razione di latte.

Per cui, orologio alla mano, laddove si approssimi l’ora della pappa, sarà probabile che il pianto in questa fascia di tempo possa essere “risolto” con l’allattamento, mentre se il bambino anticipasse di molto l’ora prevista, potrebbe essere utile a calmarlo temporeggiare con un biberon di camomilla non zuccherata.

Dolore

Il pianto generato da uno stato doloroso solitamente compare all’improvviso, è acuto, prolungato e inconsolabile. Se non si riesce a risalire alla causa (ad esempio un urto subito, o la pappa troppo calda), bisogna lasciarsi guidare dall’istinto.

In caso di mal di pancia può ad esempio risultare efficace collocare una mano sul pancino, spesso il calore sprigionato dalla mano può già di per sé avere un effetto terapeutico; altrimenti anche porre il bambino a pancia in giù mentre lo si tiene tra le braccia può essere di sollievo. Utile anche il baby-massage per le colichette o anche la tisana naturale al finocchio che, se ingerita dalla mamma, può evitare che nel piccino si creino quelle fastidiosissime bolle d’aria, responsabili degli spasmi dolorosi e di tanti pianti irrefrenabili.

In caso di mal di denti frequente nella fase di dentizione (che comincia verso i 3 mesi), quando, di norma, il primo incisivo centrale taglia la gengiva, il bimbo presenta abbondante salivazione accompagnata anche da qualche linea di febbre. Qui i pianti estenuanti sono più che giustificati e in attesa che le fitte passino, il ricorso alla camomilla può avere effetti lenitivi sul dolore e calmanti anche per il pianto.

In caso di mal d’orecchio che produce dolori intensi che si presentano spesso di notte, la spia è più semplice da interpretare. I piccoli saranno indotti a portarsi le mani alle orecchie e se allo sfiorare i padiglioni auricolari, il pianto aumenta progressivamente ci sono buone probabilità che quel pianto insistente sia dovuto ad una infiammazione per la quale si dovrà consultare un pediatra.

Interruzione del sonno

Questo è un pianto molto sonoro e insistente che si associa, nei casi in cui il bambino comincia ad essere già autonomo, alla paura del buio, al timore di non trovare la mamma, ad eventuali brutti sogni che pure i piccoli fanno. Per cui, in questi casi può essere “sufficiente” tranquillizzare il piccolo con la voce, con qualche coccola o con il ciuccio e riaccompagnarlo nel sonno in modo che possa terminare il suo ciclo di riposo.

La fase prima del sonno

Anche questa è una tappa particolarmente delicata della giornata in cui il piccolo può andare incontro a delle vere e proprie crisi di pianto che possono durare pure svariati minuti in cui è preferibile non lasciare il bambino a sé stesso. Quindi se non si vuole abituarlo ad addormentarsi in braccio, va bene il passeggino o la culla, ma senza dimenticare coccole, carillon, ninne nanne che facilitano la tranquillità e quindi il sonno.

Il pianto generato da fattori di disturbo

Agitazione

È il caso questo ad esempio in cui i bimbi sono portati in luoghi affollati come i centri commerciali, in cui abbondano gli stimoli “sgradevoli” quali rumori forti, luci intense, numero di persone; se a questo poi si aggiunge il tentativo degli adulti di addormentare i piccoli, forse questi ultimi non hanno tutti i torti a piangere disperati.

Quindi, se proprio non è stato possibile organizzare la scaletta della giornata diversamente, evitando ai piccolissimi di casa le scorribande in luoghi sovraffollati in concomitanza con gli orari del sonnellino, allora meglio correre ai ripari prendendoli in braccio e rimandando ad un momento successivo la fila alle casse o al banco dei freschi. La parola d’ordine in questo caso sarà “tranquillizzare i piccoli”; solo dopo che si sarà in qualche modo ristabilita la calma, si potranno riprendere le commissioni, con buona pace di tutti.

Sensazioni di caldo/freddo

Anche le situazioni che portano a denudare il bambino, per prepararlo al bagnetto ad esempio, non sono ben gradite. Lo stato di agitazione che accompagna questo momento della giornata sembra infatti non essere in diretta connessione con il senso di freddo percepito, al quale ovviamente si può ovviare pre-riscaldando l’ambiente, quanto con il senso di nudità e quindi di perdita di confini che potrebbe infastidire non poco il piccolo che come reazione piangerà a perdifiato.

In questi casi per ristabilire la calma, potrà essere utile coprire il piccolo con un asciugamano che lo farà nuovamente sentire al sicuro. Sensazioni parimenti sgradite quelle legate all’“intabarramento” prima dell’uscita a passeggio. Quindi, meglio procedere a strati nella vestizione evitando surriscaldamenti innaturali.

Il pianto generato da stati emozionali

Frustrazione

Sono questi i casi in cui i neonati cominciano a strepitare nell’immediatezza della sottrazione di una condizione che procurava loro piacere come ad esempio: il biberon, il gioco, il ciuccio, o anche l’allontanamento di una persona percepita come cara dal bambino.

Per dirla con Donald Winnicott, pediatra e psicologo, il pianto dei bambini si differenzia notevolmente a seconda dell’emozione suscitata. Per cui accanto al pianto di dolore emotivo, c’è il pianto di angoscia, il pianto di rabbia, ma anche il pianto di soddisfazione.

Come comportarsi dunque quando si tocca uno di questi tasti? La risposta è dipende; se quindi il gioco non può più essere proseguito, non resterà che optare per un diversivo, così che dal pianto il piccolo possa, a seguito del coinvolgimento in altra attività, ritrovare un suo stato di calma.

Se la frustrazione dovesse nascere dall’allontanamento di una persona cara, se il piccolo è già in grado di intendere le parole, meglio tranquillizzarlo dicendo che la mamma o il papà saranno presto di ritorno.

Estraneità

Nei casi in cui i piccoli dovessero essere lasciati in compagnia di persone mai viste prima, per evitare il senso di paura che comprensibilmente potrebbe afferrarli, si rivela spesso una buona cosa quella adottata negli asili con l’inserimento graduale.

La “soluzione” in questi casi ha cioè natura preventiva in modo che il bambino cominci gradatamente e naturalmente a prendere confidenza con le persone alle quali si intende affidarlo, in modo che non risultino più estranee.

Può il pianto dei piccoli innescare azioni configurabili come reato?

La risposta è purtroppo affermativa. A darne notizia sono spesso le cronache locali. Ciò che più sconcerta è che a rendersi autori di tali azioni criminose sono proprio i cosiddetti “caregivers” cioè le persone deputate a prendersi cura dei piccoli, come genitori, o educatori “estenuati”, a loro dire, dai pianti incessanti e acuti.

Qual è la risposta della legge in questi casi? Premesso che ogni storia è un caso a sé, riportiamo una pronuncia [2] con cui gli ermellini hanno chiaramente detto che “l’uso sistematico della violenza, quale ordinario trattamento del minore, anche lì dove fosse sostenuto da animus corrigendi, non può rientrare nell’ambito della fattispecie di abuso dei mezzi di correzione [3], ma concretizza, sotto il profilo oggettivo e soggettivo, gli estremi del più grave delitto di maltrattamenti [4]“.

Vale a dire che non può essere ammissibile considerare la violenza come mezzo di correzione dei minori; cosa questa ancora più vera nel caso di neonati o bambini comunque molto piccoli, quindi non solo incapaci di difendersi, ma anche per i quali il pianto è spesso l’unica modalità di comunicazione.

Una tematica quella del pianto dei bambini che interessa dunque non solo i familiari per ovvi motivi di sana convivenza, ma anche studiosi e ricercatori. Se quindi anche tu sei interessato ad approfondire l’argomento, sappi che esiste addirittura un gruppo internazionale di esperti che a cadenza periodica si riunisce all’interno dell’International Infant Cry Workshop. Sì, hai capito bene: esistono workshop su scala internazionale con oggetto il pianto dei bambini. Quindi, attenzione d’ora in avanti a fare di tutti i pianti un fascio!


Di Maria Teresa Biscarini

note

[1] “Quando il bebè piange” di Nessia Laniado, edizioni RED.

[2] Corte di Cassazione sentenza n. 11956 del 13.03.2017.

[3] Art. 571 cod. pen.

[4] Art. 572 cod. pen.


2 Commenti

  1. Salve. Fra qualche mese diventerò mamma e sono alquanto preoccupata dall’idea che non riuscirò ad essere una brava madre. Ho mille domande. Riuscirò a capire le sue esigenze? Riuscirò ad esser pronta al momento della nascita? C’è un modo per arrivare preparati alla nascita di un figlio? Come devo relazionarmi con il mio piccolo? Cambierà il rapporto con mio marito? Mi guarderà con gli stessi occhi di prima? Scusate, ma sono un po’ agitata. Forse sto affrontando questo parto con un po’ di ansia e angoscia…

    1. Buongiorno Rita. Non farti prendere dal panico. L’arrivo di un bebè è sempre un momento carico di emozioni da affrontare con consapevolezza e serenità. Ti consigliamo di leggere i nostri articoli:
      -Come prepararsi psicologicamente al parto. In questo articolo potrai trovare consigli utili per vivere serenamente il periodo della gravidanza e del parto https://www.laleggepertutti.it/260426_come-prepararsi-psicologicamente-al-parto
      -Come prepararsi alla nascita di un figlio. La nascita di un bambino è un evento straordinario che incide profondamente nella vita di coppia. Come prepararsi all’arrivo di un bebè? Scoprilo in questo articolo https://www.laleggepertutti.it/278133_come-prepararsi-alla-nascita-di-un-figlio
      In entrambi, abbiamo realizzato delle interviste a due psicologhe che hanno fornito consigli utili per i futuri genitori.

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