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Estorsione e affare concluso sotto minaccia

29 Marzo 2019
Estorsione e affare concluso sotto minaccia

Alcuni giorni fa un mio conoscente ha dovuto accettare la conclusione di un “affare” a seguito di una minaccia. Il venditore del bene, peraltro titolare dell’azienda, gli ha fatto presente che diversamente non avrebbe più pagato i bollettini di una finanziaria (a cui l’azienda in questione cede il credito in occasione delle vendite) che risultano intestati al mio conoscente in base ad un precedente contratto di compravendita con tale azienda. Contratto che, per quanto in seguito receduto, vede il relativo finanziamento ancora esistente in virtù di esplicita richiesta di favore proposta dall’azienda, ed ingenuamente accordata dal mio conoscente, che pur di evitare la restituzione dell’ingente somma erogatale dalla finanziaria aveva promesso di farsi carico dei pagamenti mensili. Detto ciò, si può configurare il reato di estorsione? 

Nel caso esposto dal lettore si potrebbero ravvisare gli estremi del reato di cui all’art. 629 cod. pen., cioè dell’estorsione. In effetti, il nodo cruciale riguarda la natura della minaccia di un danno ingiusto. Secondo la giurisprudenza, la minaccia estorsiva può concernere anche l’esercizio di un diritto o di una facoltà legittima in quanto essa, anche se apparentemente non è ingiusta, diventa tale nel momento in cui è utilizzata per perseguire un profitto non dovuto, cioè quando l’esercizio del diritto venga strumentalizzato per la realizzazione di un fine diverso da quello per il quale esso è riconosciuto (Cass., sent. n. 5093/2018).

Ad esempio, la giurisprudenza ha stabilito che il creditore che costringa, con minaccia, il proprio debitore a vendere l’immobile in cui abita per soddisfarsi del proprio credito sul ricavato della vendita, commette il reato di estorsione (Cassazione penale, Sez. II, sentenza n. 14160 del 27 marzo 2018). Anche colui che approfitta della situazione di obiettiva difficoltà del debitore, al fine di conseguire un ingiusto profitto, può incorrere in estorsione (Cass., Sez. II, sent. 17 febbraio 2017, n. 11979). La minaccia può concretarsi anche in un comportamento omissivo, come nell’ipotesi in cui il proprietario di un immobile rifiuti la conclusione di un contratto di locazione in caso di mancato pagamento di un canone superiore a quello stabilito dalla legge.

Come si può evincere da questi esempi, la minaccia di un male ingiusto non è solamente quella di una violenza fisica, ma, più in generale, può consistere in qualsiasi tipo di prospettazione che porti all’estorsore un vantaggio non dovuto, quale può essere, appunto, un introito derivante dalla conclusione di un contratto, come nel caso prospettato dal lettore.

Corre l’obbligo di precisare che dalla vicenda come prospettata dal lettore non è possibile a parere dello scrivente dire con certezza che ricorra l’ipotesi di estorsione, visto che si parla genericamente di un conoscente che è stato costretto ad accettare un “affare”; pertanto, non si conosce il modo preciso con cui questa persona è stata persuasa. Senza dimenticare che, ai fini del ricorrere del delitto di estorsione, conta anche il modo in cui la minaccia viene percepita (Cass., sent. n. 23075/2015), occorrerebbe un’analisi molto più approfondita delle circostanze di fatto e giuridiche che hanno spinto il conoscente del lettore a stipulare un nuovo accordo. Dalla narrazione sembrerebbe, però, che possano ricorrere gli estremi del reato.

Articolo tratto dalla consulenza resa dall’avv. Mariano Acquaviva



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