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Marito gay: richiesta di annullamento del matrimonio

30 Marzo 2019
Marito gay: richiesta di annullamento del matrimonio

Vent’anni fa mi sono sposata con rito concordatario, l’anno dopo è nato mio figlio. I primi tre anni, mio marito era affettuoso, ma ho sempre mantenuto io la famiglia. Dopodichè gli trovai una bustina di cocaina, iniziò un percorso da uno psicoterapeuta. In seguito non volle più avere rapporti intimi. Scoprii che aveva dilapidato i proventi della sua attività, poi tracollata. Nel 2010, mio figlio trova sul proprio computer le chat intrattenute dal padre con i suoi “amichetti” su un sito di incontri omosessuali. Sconvolta dalla sua natura depravata, lo cacciai da casa. Mantengo mio figlio. Nel 2017, il Trib. Eccl. Regionale dichiarava –in contumacia del mio ex- nullo il matrimonio per “errore di fatto determinante il consenso, su qualità dell’uomo, da parte della donna (can. 1097, motivo2) ed incapacità al consenso per cause di natura psichica da parte dell’uomo (can. 1095, n.3)”. Per annullare effetti civili del matrimonio, è fattibile la delibazione non congiunta o vi sono altre vie (122cc)?

In un caso come quello in esame la delibazione della sentenza ecclesiastica potrebbe non avere esito positivo e si spiega subìto il perché.

Con sentenze n. 16.379 e 16.380 del 17 luglio 2014 le Sezioni Unite della Corte di Cassazione hanno stabilito che “la convivenza coniugale che si sia protratta per almeno tre anni a partire dalla data di celebrazione del matrimonio concordatario crea una situazione giuridica disciplinata da norme costituzionali, convenzionali e ordinarie di ordine pubblico italiano che sono fonti di diritti inviolabili, di doveri inderogabili, di responsabilità, anche genitoriali, e di aspettative legittime tra i componenti della famiglia. Pertanto, non può essere dichiarata efficace nella Repubblica italiana la sentenza definitiva di nullità di matrimonio pronunciata dal Tribunale ecclesiastico per qualsiasi vizio genetico accertato e dichiarato dal giudice ecclesiastico per contrarietà all’ordine pubblico interno italiano”

Le Sezioni Unite della Corte di Cassazione, quindi, sono state molto chiare: qualunque sia stato il vizio riscontrato dal Tribunale ecclesiastico non potrà esservi la delibazione della sentenza ecclesiastica di nullità del matrimonio se la coppia ha convissuto per almeno tre anni dopo la celebrazione del matrimonio concordatario (anche nei casi, come quello specifico, in cui il coniuge sia venuto a conoscenza del vizio a distanza di anni dalla celebrazione stessa).

Pertanto, alla luce di questo orientamento, vi è un grosso ostacolo per ottenere la lettrice, da parte della Corte di appello competente, la delibazione della sentenza ecclesiastica che ha pronunciato la nullità del suo matrimonio.

Tuttavia sia le sentenze delle Sezioni Unite sopra citate, sia una successiva sentenza della Cassazione (la n. 24.279 del 2018) hanno aggiunto che l’eccezione di contrarietà all’ordine pubblico italiano deve essere sollevata dalla parte nel giudizio di delibazione a pena di decadenza; questo significa che se il marito della lettrice (che è ancora tale per la legge civile) non dovesse partecipare al giudizio di delibazione oppure se non evidenziasse nel corso del giudizio la loro convivenza triennale dopo la celebrazione del matrimonio concordatario, allora non vi sarebbero più ostacoli per la delibazione della sentenza di nullità ecclesiastica nell’ordinamento della Repubblica italiana.

In sostanza o è il marito della lettrice che fa rilevare al giudice che i due hanno convissuto per tre anni dopo la celebrazione del matrimonio concordatario, oppure la convivenza almeno triennale dopo la celebrazione del matrimonio concordatario non potrà essere rilevata d’ufficio dalla Corte d’appello e quindi non rappresenterà un ostacolo alla delibazione della sentenza ecclesiastica che, come è noto, farà venir meno gli effetti del matrimonio con effetto retroattivo fin dalla data della sua celebrazione (la domanda di delibazione può essere presentata anche da un solo coniuge).

La delibazione della sentenza ecclesiastica che riguarda la lettrice presenta quindi le problematicità sopra riferite.

In alternativa, ed indipendentemente dalla sentenza ecclesiastica, è possibile per la lettrice chiedere al Tribunale civile italiano di dichiarare invalido il suo matrimonio ai sensi dell’articolo 122, 2° comma, del Codice civile.

Il Tribunale di Milano, infatti, con sentenza del 13 febbraio 2013 ha già accolto una domanda di nullità del matrimonio, ai sensi dell’articolo 122, 2° comma del Codice civile, relativamente al caso di un coniuge che aveva taciuto la sua reale identità sessuale inducendo, perciò, in errore la moglie.

Si tratta, nel caso di un uomo che non dichiari alla moglie il suo orientamento omosessuale, di una condotta che induce in errore la moglie sulla complessiva identità sessuale del partner cioè, in definitiva, sulla soggettività e sulla specifica individualità del marito.

Una domanda di questo genere può essere proposta al Tribunale a condizione che non vi sia stata coabitazione tra i coniugi per un anno dopo la scoperta dell’errore (cioè, nel caso di specie, dopo che la lettrice ha scoperto l’inclinazione omosessuale di suo marito).

Articolo tratto dalla consulenza resa dall’avv. Angelo Forte 



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