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Offendere una persona in chat è reato?

24 Febbraio 2019


Offendere una persona in chat è reato?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 24 Febbraio 2019



Diffamazione e ingiuria: quale dei due comportamenti viene commesso in una chat di WhatsApp se la vittima delle offese partecipa alla discussione ed è presente?

Il diritto entra anche nella tecnologia. Nonostante le chat vengano considerate stanze “private”, ove parlare liberamente e con una certa franchezza, questo non vale per la legge. Chi, su un gruppo di WhatsApp, si lascia andare alle offese e alle volgarità può rischiare un’incriminazione penale. A dirlo è la Cassazione in una recente sentenza [1]. Il caso deciso dai giudici supremi è particolare e merita di essere approfondito. Non è infatti il classico caso in cui una persona parla male di un’altra alle sue spalle in presenza di più soggetti, fattispecie che tutti sanno rientrare nel reato di diffamazione ed essere quindi vietata; questa volta la vittima è presente e consapevole perché partecipe alla chat. La Corte è stata così chiamata a valutare se, in un’ipotesi del genere, si debba parlare di ingiuria – illecito ormai depenalizzato – o di diffamazione. Ma procediamo con ordine e vediamo se e quando offendere una persona in chat è reato.

Quando parlare male di una persona è reato

Offendere una persona, rivolgendosi direttamente a questa, costituiva un tempo il reato di ingiuria. Oggi questo comportamento è stato depenalizzato. Questo non significa che non sia più vietato, ma è solo un illecito di natura civile; in termini pratici vuol dire che non c’è alcuna macchia sulla fedina penale e non viene applicata alcuna pena. La vittima può chiedere però il risarcimento del danno – da valutare in base alle modalità e alle circostanze dell’offesa – e, all’esito del processo, il giudice deve infliggere anche una sanzione amministrativa. Leggi Ingiuria: come difendersi?

Viceversa, quando si parla male di una persona in sua assenza e con almeno due persone, scatta il reato di diffamazione. Non viene presa in considerazione la semplice critica (si pensi a una chat di condomini ove ci si lamenta delle continue inadempienze dell’amministratore), ma le offese che pregiudicano l’onore e la reputazione della vittima, quelle cioè che vanno a incidere sulla sua morale (sempre nell’esempio della chat di condomini potrebbe essere il caso di chi dica che l’amministratore è corrotto).

In questo caso la persona offesa può recarsi dai Carabinieri, alla Polizia oppure depositare direttamente una querela alla Procura della Repubblica affinché sia avviato il processo penale contro il colpevole. 

Parlare male in chat è reato?

Immaginiamo ora una situazione intermedia alle due che abbiamo appena descritto. In una chat di WhatsApp, costituita da alcuni ex compagni del liceo, un giorno due persone hanno un diverbio. Una delle due non è di modi eleganti e si lancia in una serie di insulti nei riguardi dell’altro. In questa fattispecie abbiamo sia un elemento tipico della diffamazione, ossia la presenza di più persone ad assistere al reato, sia un elemento dell’ingiuria, ossia la presenza della vittima nei cui confronti vengono indirizzate le parolacce. Ecco che allora ci si è chiesto se offendere una persona in chat è reato quando quest’ultima fa parte del gruppo WhatsApp. La risposta data dalla Cassazione è la seguente.

Offendere pesantemente una persona in una chat di gruppo su WhatsApp può costare una condanna per diffamazione. Per i giudici, in sostanza, è impossibile parlare di semplice ingiuria. Sebbene il mezzo di trasmissione dell’offesa adoperato dal colpevole consenta anche al soggetto vilipeso di percepire direttamente gli insulti, il fatto che il messaggio sia diretto a una cerchia di più persone fa sì che la lesione delle reputazione «si collochi in una dimensione ben più ampia di quella tra offensore e offeso».

Più logico, dunque, catalogare il comportamento come reato di «diffamazione» in piena regola.

Per dimostrare le offese basterà effettuare le trascrizioni delle chat, anche se un più recente orientamento della Cassazione ritiene che il querelante sia tenuto a consegnare il proprio smartphone contenente le prove della diffamazione. 

Se gli insulti sono reciproci chi commette reato?

Potrebbe succedere – e anzi avviene spesso – che, a fronte degli insulti ricevuti, la vittima non resti in silenzio ma risponda a tono, usando lo stesso linguaggio. La legge, in queste ipotesi, ritiene che non costituisca reato la reazione, quella dettata dalle stesse offese ricevute e nell’immediatezza (“a sangue caldo”). Pertanto, quando ci sono offese reciproche, chi dei due ha dato il via ai fatti con le proprie parole può essere querelato per diffamazione mentre l’altro viene “perdonato”.

note

[1] Cass. sent. n. 7904/19 del 21.02.2019.

Autore immagine: ragazza con cellulare offesa Di WAYHOME studio

Corte di Cassazione, sez. V Penale, sentenza 17 gennaio – 20 febbraio 2019, n. 7904

Presidente Pezzullo – Relatore Scordamaglia

Ritenuto in fatto

1. Nell’interesse di Co. Al. è proposto ricorso per cassazione avverso la sentenza del Giudice delle indagini preliminari presso il Tribunale per i minorenni di Bari del 18 gennaio 2018, che ha dichiarato non luogo a procedere nei confronti di Co. Al., indagato per il delitto di cui all’art. 595 cod. pen., trattandosi di persona non imputabile perché minore degli anni quattrodici al momento del fatto.

A sostegno della decisione assunta, il giudice censurato ha escluso che dagli atti d’indagine emergesse l’evidenza della prova richiesta ai fini dell’invocato proscioglimento nel merito del minore, atteso che il tenore dei messaggi a questi riferibili, versati nella “chat di un ‘gruppo whatsapp’ cui egli partecipava, non potevano dirsi ‘ictu oculi’ privi di valenza offensiva per la reputazione di altra minore.

2. Della sentenza impugnata è chiesto l’annullamento, denunciandosi:

– il vizio di violazione di legge, in relazione all’art. 234 cod.proc.pen., per essere inutilizzabili le trascrizioni delle conversazioni effettuate tramite ‘whatsapp’ non essendone stato acquisito il relativo supporto, il quale solo costituisce la prova documentale delle conversazioni medesime;

– il vizio di violazione di legge, in relazione all’art. 595 cod. pen., la situazione di scambio comunicativo che viene in rilievo in una ‘chat’ di ‘whatsapp’ non integrando il delitto di diffamazione, ma l’illecito civile di ingiuria;

– il vizio di violazione di legge, in relazione all’art. 599, comma 2, cod. pen., e il vizio di motivazione, nella parte in cui il giudice censurato aveva escluso che l’allontanamento di una delle minori partecipanti alla ‘chat’ dalla scuola, determinata da contrasti con la minore vittima delle espressioni offensive, non integrasse il fatto ingiusto altrui suscettibile di innescare la reazione degli autori del reato rilevante quale causa di loro non punibilità.

Considerato in diritto

Il ricorso è infondato.

1. Il primo motivo è inammissibile per aspecificità, perché omette di indicare l’incidenza dell’eventuale eliminazione dell’elemento di prova ritenuto inutilizzabile – nel caso di specie le trascrizioni delle conversazioni “whatsapp” -ai fini della cosiddetta “prova di resistenza”: ciò in quanto, secondo il magistero di questa Corte, gli elementi di prova acquisiti illegittimamente diventano irrilevanti ed ininfluenti se, nonostante la loro espunzione, le residue risultanze risultino sufficienti a giustificare l’identico convincimento (Sez. 2, n. 7986 del 18/11/2016 – dep. 20/02/2017, La Gumina e altro, Rv. 269218; Sez. 3, n. 3207 del 02/10/2014 – dep. 23/01/2015, Calabrese, Rv. 262011; Sez. 6, n. 18764 del 05/02/2014 – dep. 06/05/2014, Barilari, Rv. 259452). Indicazione tanto più necessaria nel caso al vaglio, posto che è lo stesso ricorrente a dare atto, nel corpo del motivo di ricorso, dell’esistenza, nel compendio probatorio, della stampa dei messaggi di contenuto offensivo riferibili all’indagato, estrapolata dal ‘display’ di un telefono cellulare nella disponibilità della persona offesa, certamente utilizzabile alla stregua di prova documentale ai sensi dell’art. 234 cod.proc.pen., che consente «L’acquisizione di scritti o altri documenti che rappresentano fatti, persone o cose mediante la fotografia, la cinematografia o qualsiasi altro mezzo» e della quale non è disconosciuta la genuinità.

2. Il profilo di doglianza che deduce l’inconfigurabilità del delitto di diffamazione, attesa la partecipazione della destinataria delle offese alla “chat’ di ‘whatsapp’, ricorrendo, piuttosto, l’illecito civile di ingiuria, deve essere affrontato assumendo a parametro interpretativo i principi enunciati da questa Corte in tema di diffamazione commessa mediante ‘e – mail’ o mediante ‘internet’.

Nelle pronunce in materia si è, infatti, argomentato nel senso che la eventualità che tra i fruitori del messaggio vi sia anche la persona nei cui confronti vengono formulate le espressioni offensive non può indurre a ritenere che, in realtà, venga, in tale maniera, integrato l’illecito di ingiuria (magari, a suo tempo, sub specie del delitto di ingiuria aggravata ai sensi dell’art. 594, comma 4, cod.pen.), piuttosto che il delitto di diffamazione, posto che, sebbene il mezzo di trasmissione/comunicazione adoperato (‘e-mail’ o ‘internet) consenta, in astratto, (anche) al soggetto vilipeso di percepire direttamente l’offesa, il fatto che messaggio sia diretto ad una cerchia di fruitori – i quali, peraltro, potrebbero venirne a conoscenza in tempi diversi -, fa si che l’addebito lesivo si collochi in una dimensione ben più ampia di quella interpersonale tra offensore ed offeso (Sez. 5, n. 44980 del 16/10/2012, P.M. in proc. Nastro, Rv. 254044; Sez. 5, n. 4741 del 17/11/2000, Pm. In proc. Ignoti, Rv. 217745): di qui l’offesa alla reputazione della persona ricompresa nella cerchia dei destinatari del messaggio.

Nel caso al vaglio, peraltro, dallo stesso tenore dei messaggi offensivi siccome riportato in sentenza: «Si vabbè non se ne deve andare lei per colpa di una Troia Putt zo» emerge come la minore parte lesa del reato fosse estranea allo specifico contesto comunicativo, nel quale erano coinvolti i soli minori indagati dialoganti tra loro.

3. Il secondo motivo di ricorso non tiene conto dello statuto probatorio della pronuncia di proscioglimento nel merito adottabile ai sensi dell’art. 129, comma 2, cod.proc.pen.. Se, infatti, il giudice è legittimato a pronunciare sentenza di assoluzione a norma dell’art. 129, comma 2, cod. proc. pen. soltanto nei casi in cui le circostanze idonee ad escludere l’esistenza del fatto, la commissione del medesimo da parte dell’imputato e la sua rilevanza penale emergano dagli atti in modo assolutamente non contestabile, così che la valutazione che il giudice deve compiere al riguardo appartenga più al concetto di “constatazione”, ossia di percezione “ictu oculi”, che a quello di “apprezzamento” (Sez. U, n. 35490 del 28/05/2009, Tettamanti, Rv. 244274), l’approfondimento richiesto ai fini della verifica del ricorrere, nel caso al vaglio, della causa di non punibilità di cui all’art. 599, comma 2, cod. pen., è incompatibile con l’evidenza” richiesta dalla norma dianzi evocata, che presuppone la manifestazione di una verità processuale così chiara, manifesta ed obiettiva da rendere superflua ogni dimostrazione (Sez. 2, n. 9174 del 19/02/2008, Palladini, Rv. 239552).

4. S’impone, pertanto, il rigetto del ricorso. In caso di diffusione del presente provvedimento occorre omettere le generalità e gli altri dati identificativi, a norma dell’art. 52 D.Lgs. 196/03, tanto essendo imposto dalla legge.

P. Q. M.

Rigetta il ricorso.

In caso di diffusione del presente provvedimento omettere le generalità e gli altri dati identificativi, a norma dell’art. 52 d.lgs. 196/03 in quanto imposto dalla legge.

 


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4 Commenti

    1. Luisa qualunque messaggio lesivo della dignità o del decoro di una persona, se comunicato anche soltanto a due persone, costituisce diffamazione. Di conseguenza, la frase irrispettosa scritta nei riguardi di una persona e comunicata in un gruppo composto anche di soli tre membri (compreso il diffamatore), può integrare il delitto di diffamazione.

  1. Scusate, vorrei sapere se una persona può parlare male del datore di lavoro in un gruppo WhatsApp. Grazie

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