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Padre non versa gli alimenti al figlio ma fa la spesa

24 Febbraio 2019


Padre non versa gli alimenti al figlio ma fa la spesa

> Diritto e Fisco Pubblicato il 24 Febbraio 2019



Assegno di mantenimento non pagato alla madre: all’ex marito non basta non far mancare nulla ai figli, provvedere ad acquistare i generi alimentari e i vestiti.

Immaginiamo un uomo e una donna che si separino. Il figlio della coppia va a vivere dalla madre mentre il padre deve versare, a entrambi, un assegno di mantenimento. L’importo è stato fissato dal giudice all’atto della separazione, poi confermato con la sentenza di divorzio. Il tribunale non ha tenuto conto del fatto che l’ex marito è sostanzialmente disoccupato: a parte alcuni lavoretti saltuari, spesso in nero, non ha entrate fisse come quelle che potrebbe avere chi può contare su una busta paga mensile. Ciò nonostante il magistrato ha ritenuto che sia comunque suo obbligo contribuire, seppur in minima parte, alle spese della famiglia. Il padre ritiene ingiusta la decisione; ma, invece di fare appello, decide di interpretarla a modo suo. Così, invece di versare gli alimenti al figlio, fa la spesa: si reca al supermercato, riempie un carrello di generi alimentari e, una volta ogni 15 giorni, li consegna alla madre per il mantenimento di entrambi. Talvolta provvede ad acquistare qualche capo di abbigliamento di cui il bambino ha bisogno. L’ex moglie non ci sta e minaccia di denunciarlo: «Il giudice ha parlato di soldi e soldi voglio avere. La spesa, da sola, non basta» gli dice con tono minaccioso. Lui invece continua a farsi scudo delle proprie condizioni economiche. Chi dei due ha ragione? Conta più la sostanza (il carrello della spesa che garantisce di avere sempre il frigorifero pieno e di non morire di fame) o l’ordine contenuto nella sentenza (che liquida l’assegno di mantenimento con ben precisa e periodica somma di denaro)?

L’esempio che abbiamo appena descritto è tutt’altro che raro. Spesso il padre non versa gli alimenti al figlio ma fa la spesa; ciò nonostante, secondo i giudici, può essere condannato per violazione degli obblighi familiari. A confermare questa linea interpretativa è una sentenza della Cassazione [1] pubblicata proprio in questi giorni. 

Al padre che non versa l’assegno non basta fare la spesa ai figli per evitare la condanna

La Corte ha confermato la condanna a 4 mesi di carcere e 400 euro di multa nei confronti di un ex marito, padre di tre bambini, che si limitava a comprare loro generi alimentari. L’uomo si era difeso sostenendo di non essere in grado di provvedere ai loro bisogni per via di un reddito discontinuo, alimentato solo da lavori saltuari e mal pagati.

Secondo i giudici supremi, però, l’acquisto mensile di generi alimentari per qualche mese successivo alla separazione non esonera il genitore dal mantenimento alla prole. Anche se la condotta inadempiente si è protratta per poco tempo e se il volume della spesa è di ammontare pari ai soldi che, altrimenti, sarebbero stati consegnati alla madre, scatta comunque la condanna per violazione degli obblighi di assistenza familiare [2]. Questo perché bisogna rispettare alla lettera l’ordine del giudice. 

L’assegno di mantenimento deve essere versato per intero

C’è solo un modo per evitare la condanna in presenza di difficoltà economiche: fare un ricorso al tribunale per ottenere una revisione dell’assegno di mantenimento. A tal fine, però, è necessario dimostrare che le proprie condizioni di reddito siano mutate rispetto all’epoca in cui il giudice ha quantificato l’importo da corrispondere all’ex moglie e ai figli. Se invece nulla è cambiato, non è possibile modificare da sé l’entità dell’assegno. E non solo. Con una recente sentenza [3] la Cassazione ha detto che può essere condannato penalmente il padre che assicura al minore un buon tenore di vita ma non versa tutto l’importo dell’assegno stabilito in sede di separazione. L’omessa corresponsione del mantenimento, anche solo parziale, configura reato a prescindere da ogni accertamento sulla sufficienza della somma prestata in concreto alla loro sussistenza. La Corte ha respinto il ricorso di un padre, legalmente separato, contro il giudizio di colpevolezza della Corte d’appello di Torino che lo ha condannato per non aver versato integralmente (per 8 mesi) l’assegno di 3.500 euro in favore della figlia minore oltre le quote di competenza per le spese scolastiche.

Lo stato di bisogno dei figli si presume sempre. Al contrario della madre. Infatti chi non versa il mantenimento all’ex moglie può essere assolto se questa ha una grande capacità di spesa. Prima però di condannare l’uomo il tribunale deve valutare la disponibilità economica del coniuge debole, ossia se l’ex moglie ha buone capacità di spesa. A dirlo è sempre la Cassazione con una sentenza di due mesi fa [4]. Lo stato di bisogno del coniuge deve essere specificamente accertato anche alla luce delle disponibilità in concreto palesate e, quanto ai minori, il loro stato di bisogno può presumersi.

Non basta avere un buon rapporto con il figlio

Viola l’obbligo di assistenza il padre che non versa l’assegno anche se ha un buon rapporto con il figlio e al quale non ha mai fatto mancare nulla. Non basta lo «stato di difficoltà finanziarie» per escludere la configurabilità del reato; il padre deve dimostrare l’assoluta incapacità ad adempiere. Per Piazza Cavour è irrilevante che il padre, fino al momento contestato, non abbia fatto mai mancare nulla alle figlie e con le quali ha sempre avuto un buon rapporto [6]. 

Il padre che percepisce un reddito modesto deve dimostrare che le sue condizioni economiche precarie gli impediscono di adempiere l’obbligo di sussistenza familiare. Insomma, per evitare la configurabilità del reato, è necessario che le difficoltà patrimoniali e finanziarie si traducano in uno stato di vera e propria indigenza economica e quindi nell’impossibilità di adempiere l’obbligazione [7]. 

note

[1] Cass. sent. n.  8047/19 del 22.02.2019.

[2] Art. 570 cod. pen.

[3] Cass. sent. n. 1653 del 15.01.2014.

[5] Cass. sent. n. 1327 dell’11.01.2019.

[6] Cass. sent. n. 23580 del 30.05.2013.

[7] Cass. sent. n. 48459 del 4.12.2013.

Autore immagine: mani padre e figlio Di Pavel L Photo and Video

Corte di Cassazione, sez. VI Penale, sentenza 31 gennaio – 22 febbraio 2019, n. 8047

Presidente Paoloni – Relatore Criscuolo

Ritenuto in fatto

1. La Corte di appello di Palermo, in parziale riforma della sentenza emessa dal Tribunale di Palermo in data 16 gennaio 2017 nei confronti di T.L. , ha assolto l’imputato dal reato di cui all’art. 570 c.p., comma 2, n. 2, limitatamente alle condotte poste in essere nei confronti del figlio J.C. , a far data dal 26 giugno 2012, perché il fatto non sussiste e ha ridotto la pena inflitta a mesi 4 di reclusione ed Euro 400 di multa nonché l’entità della provvisionale in suo favore ad Euro 5 mila, confermando nel resto la sentenza appellata.

2. Avverso la sentenza ha proposto ricorso il difensore del L. , che ne chiede l’annullamento per i seguenti motivi:

2.1 violazione dell’art. 606 c.p.p., lett. b) per mancata applicazione degli artt. 157 e 158 cod. proc. e mancata dichiarazione di prescrizione del reato, richiesta in udienza dal difensore.

Si deduce che il reato è contestato come commesso in data 1 dicembre 2010 e permanente sino al 4 maggio 2011, cosicché alla data della pronuncia della sentenza di appello era maturato il termine di prescrizione di sei anni previsto dalla nuova disciplina della prescrizione;

2.2 violazione dell’art. 606 c.p.p., lett. c), per assenza di motivazione sulla dichiarazione di improcedibilità per intervenuta prescrizione, in quanto la Corte di appello ha del tutto omesso di pronunciare sul punto;

2.3 violazione dell’art. 606 c.p.p., lett. e) per vizio di motivazione e contraddittorietà tra l’indicazione della data di commissione del reato, contenuta nel capo di imputazione, e quella ritenuta in motivazione.

Si deduce che l’imputato è stato condannato per un fatto commesso dall’1 dicembre 2010 al 4 maggio 2011, ma nella motivazione manca l’indicazione dei mesi in cui l’omissione sarebbe avvenuta, atteso che la Corte di appello afferma che per alcuni mesi subito dopo la separazione, avvenuta nel novembre 2010, l’imputato avrebbe contribuito al mantenimento dei figli, acquistando loro i viveri, con conseguente incompatibilità logica e temporale tra i due assunti, specie considerando l’affermazione della moglie, secondo la quale l’imputato “faceva ogni mese la spesa…ha fatto quasi 4 mesi”. Vi è contraddizione anche nella valutazione della prova testimoniale e di quella documentale, in quanto si afferma che l’imputato non ha mai adempiuto gli obblighi stabiliti dal decreto del Tribunale per i minorenni di Palermo in data 28 aprile 2014, a differenza di quanto affermato dalla parte lesa; manifestamente illogica è l’assoluzione parziale per un periodo di tempo non contestato nell’imputazione ovvero per le condotte nei confronti del figlio, divenuto maggiorenne nel giugno 2012, trattandosi di epoca successiva a quella di cessazione della condotta;

2.4 erronea applicazione della legge penale in relazione all’art. 51 c.p., in quanto l’imputato ha fornito ai figli viveri per un valore di 100 Euro mensili, acquistando generi consoni alla propria religione: pertanto, non può non ritenersi sussistente nella fattispecie la scriminante culturale, avendo l’imputato provveduto all’educazione alimentare dei figli secondo i dettami della sua religione;

2.5 violazione dell’art. 125 c.p.p., comma 3, e art. 546 c.p.p., u.c., per mancata valutazione delle prove contrarie, in quanto la Corte di appello ha tenuto conto solo delle prove a carico, trascurando che dagli atti non risulta che la persona offesa avesse richiesto delle somme di danaro all’imputato, il quale ha dichiarato di essersi accordato con la ex moglie sulle modalità di adempimento degli obblighi assistenziali, provvedendo alla spesa. Non risulta, inoltre, alcuna valutazione degli elementi indicati nell’atto di appello, idonei a determinare una diminuzione della pena.

Considerato in diritto

1. Il ricorso è inammissibile per manifesta infondatezza.

2. Manifestamente infondato è il primo motivo relativo alla mancata dichiarazione di prescrizione del reato, in quanto fondato su un assunto erroneo.

Il ricorrente individua la cessazione della permanenza alla data del 4 maggio 2011 e non alla data di emissione della sentenza di primo grado, ma, oltre a non argomentare sul punto, non tiene conto né dei periodi di sospensione del termine di prescrizione verificatisi nel corso del giudizio di primo grado, indicati nella sentenza di primo grado, né degli elementi di segno diverso, contenuti in quella impugnata.

La sentenza espressamente richiama il provvedimento, emesso il 28 aprile 2014 dal Tribunale per i minorenni di Palermo, acquisito all’udienza del 23 settembre 2014, dal quale risulta che, oltre ad essere stato dichiarato decaduto dalla responsabilità genitoriale per le condotte maltrattanti poste in essere nei confronti dei figli minori, l’imputato non aveva mai provveduto al loro mantenimento, rimesso esclusivamente alla madre, che non aveva mai ricevuto denaro dal padre dei tre minori.

In tal modo i giudici di appello hanno dato atto della protrazione della condotta, accertata anche in sede civile, e risultante dalle dichiarazioni della persona offesa, che va ben oltre la data individuata dal ricorrente come quella di cessazione della permanenza.

La decisione è corretta e conforme all’orientamento di questa Corte, secondo il quale in tema di violazione degli obblighi di assistenza familiare, quando la condotta è contestata con l’individuazione della sola data d’inizio, il termine di prescrizione, trattandosi di reato permanente, decorre dalla data della sentenza di condanna di primo grado e non da quella di emissione del decreto di citazione, qualora sia emerso, nel corso del giudizio, che la condotta omissiva si è protratta anche dopo l’esercizio dell’azione penale (Sez. 6, n. 16561 del 15/03/2016, Rv. 266927; Sez. 6, n. 33220 del 22/07/2015, Rv. 264429), come avvenuto nella fattispecie.

Considerato che la sentenza di primo grado è stata emessa il 16 gennaio 2017 e la permanenza del reato è stata accertata sino a tale data, il termine di prescrizione non era decorso alla data di emissione della sentenza di appello.

3. Per tale ragione deve ritenersi del tutto infondato il secondo motivo, con il quale si deduce la mancanza di motivazione sul punto, atteso che la mancata risposta ad un motivo ab origine inammissibile non integra il vizio denunciato.

4. Analogamente è manifestamente infondato il terzo motivo con il quale si censura la decisione e se ne sottolinea la contraddittorietà.

All’evidenza la censura si fonda sull’erronea individuazione dell’epoca di commissione del reato, che il ricorrente circoscrive a soli quattro mesi anziché al ben più ampio arco temporale di protrazione della condotta e da tale premessa erronea fa discendere l’insussistenza del reato, in quanto la stessa persona offesa avrebbe ammesso che per i primi quattro mesi, dopo la separazione di fatto, l’imputato aveva provveduto a fare la spesa per un valore di circa 100 Euro mensili e fornire beni alimentari ai figli, senza poi corrispondere più nulla, pur continuando a lavorare presso una palestra.

Come evidenziato in sentenza, la persona offesa, lavorando saltuariamente, non era stata in grado di provvedere ai bisogni dei tre figli minori, tanto da dover ricorrere all’aiuto di enti assistenziali, come confermato dalla responsabile del centro di accoglienza (…) e dal provvedimento del Tribunale per i minorenni, indicato in precedenza, acquisito agli atti ed in relazione al quale l’imputato aveva potuto controdedurre e difendersi.

Pertanto, facendo corretta applicazione dei principi affermati da questa Corte in tema di violazione degli obblighi di assistenza familiare, i giudici hanno ritenuto che la minore età dei discendenti, destinatari dei mezzi di sussistenza, rappresenta “in re ipsa” una condizione soggettiva dello stato di bisogno, che obbliga entrambi i genitori a contribuire al loro mantenimento, assicurando loro i mezzi di sussistenza (Sez. 6, n. 53607 del 20/11/2014, Rv. 261871) e ritenuto provato lo stato di bisogno dell’ex coniuge, rinvenendone la conferma proprio nella necessità della stessa di ricorrere a lavori saltuari ed all’aiuto di terzi per provvedere alle esigenze dei figli.

Conseguentemente, in modo del tutto coerente, contrariamente a quanto dedotto in ricorso, i giudici hanno ritenuto sussistente il reato contestato nei confronti del figlio maggiore sino al compimento della maggiore età dello stesso.

5. Inammissibile è il motivo relativo alla mancata applicazione della scriminante di cui all’art. 51 cod. pen., non dedotto in appello e, pertanto, non deducibile per la prima volta in questa sede, ma anche manifestamente infondato, atteso che alcun rilievo è stato attribuito al tipo di alimenti acquistati dal ricorrente in ossequio alla sua confessione religiosa, bensì alla circostanza che tale contributo minimo fosse durato solo per i primi mesi successivi alla separazione.

6. Inammissibile per genericità è infine, l’ultimo motivo con il quale si sostiene la mancata valutazione di elementi favorevoli all’imputato, indicati nell’atto di appello, ma non specificati nel ricorso.

Peraltro, la tesi difensiva risulta già valutata e disattesa con motivazione congrua dai giudici di appello sia con riguardo alla mancanza di atti di messa in mora o di richieste da parte della persona offesa che alle disagiate condizioni economiche dell’imputato, essendo emerso che alle esigenze dei figli provvedeva esclusivamente la madre e che l’imputato aveva provveduto solo a volte ad acquistare prodotti alimentari per i figli, senza occuparsi di altre loro esigenze o bisogni essenziali, anche per cure mediche.

All’inammissibilità del ricorso consegue ex art. 616 c.p.p. la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali ed al versamento di una somma in favore della cassa delle ammende, equitativamente determinata in Euro duemila, nonché alla rifusione delle spese di rappresentanza e difesa, sostenute nel presente giudizio dalle parti civili costituite, ammesse al patrocinio a spese dello stato, nella misura che sarà separatamente liquidata D.P.R. n. 115 del 2002, ex art. 83, comma 2, disponendone il pagamento in favore dello stato.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro duemila in favore della cassa delle ammende.

Condanna inoltre il ricorrente alla rifusione delle spese di rappresentanza e difesa sostenute nel presente giudizio dalle parti civili T.J.C. e T.V.L. ammesse al patrocinio a spese dello stato, nella misura che sarà separatamente liquidata, disponendo il pagamento di tali spese in favore dello stato.


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