Diritto e Fisco | Articoli

Tabelle risarcimento morso di cane

24 Febbraio 2019


Tabelle risarcimento morso di cane

> Diritto e Fisco Pubblicato il 24 Febbraio 2019



Come si calcola il risarcimento per l’aggressione di un cane? Quando c’è responsabilità penale? La quantificazione del danno e gli esempi secondo le tabelle del tribunale di Milano.

Il proprietario del cane che ha aggredito un’altra persona si chiederà, molto probabilmente, a quanto ammonta il risarcimento per un morso del cane. La prima risposta è anche quella più scontata: dipende dalla gravità delle lesioni procurate dall’animale. Si potrà trattare di un risarcimento simbolico se la vittima ha riportato ferite lievi, guaribili nell’arco di qualche giorno; la somma da versare sarà invece più cospicua se ci sono postumi invalidanti e traumi emotivi. Chiaramente non sarà né il proprietario del cane, né il danneggiato ad avere l’ultima parola sull’entità dei danni. In caso di disaccordo, si finisce inevitabilmente dal giudice il quale, a sua volta, si avvale di un medico legale. La perizia di quest’ultimo avrà valore decisivo per definire l’entità del risarcimento. Ma sulla base di quali criteri oggettivi il perito del tribunale quantifica le lesioni? Esistono delle tabelle per il risarcimento da morso di cane? 

Una recente sentenza della Cassazione penale ha ritenuto non punibile del reato di lesioni personali il padrone di un boxer che aveva aggredito una donna, per aver questi recapitato alla vittima un assegno di 1.500 euro insieme a una lettera di scuse [1]. Il risarcimento è stato ritenuto congruo ai fini dell’estinzione del reato per condotta riparatoria, nonostante l’opposizione della parte offesa.  

Diciamo subito che non esistono delle tabelle apposite per il risarcimento da morso di un cane. Si dovrebbero usare le tabelle generali, quelle previste per qualsiasi tipo di danno (incidenti stradali, infortuni sul lavoro, ecc.). Ma non esistono neanche queste: o meglio, non sono mai state fissate da una legge. Per colmare la lacuna, molti tribunali hanno individuato delle proprie tabelle del risarcimento del danno non patrimoniale che oggi vengono prese a parametro per definire gli importi da liquidare alle vittime. Le tabelle del Tribunale di Milano e di Roma sono quelle a cui più spesso si riferiscono gli altri tribunali italiani. 

Dunque, per stabilire a quanto ammonta il risarcimento del danno da morso di un cane bisogna consultare una di tali tabelle. In realtà, l’operazione non è così semplice e il calcolo può essere fatto solo da un perito esperto in medicina legale. Infatti è necessario innanzitutto individuare, con precisione, quale tipo di lesione è stata procurata e gli eventuali postumi. Poi bisogna tradurre tutto ciò in un numero: la percentuale di invalidità. Per ogni percentuale di invalidità poi corrisponde un risarcimento. In verità, il calcolo deve tenere anche conto dell’età della vittima: alla stessa percentuale di invalidità, infatti, corrisponde un risarcimento maggiore se la vittima è giovane e un risarcimento minore se invece è anziana. 

Detto ciò, qui di seguito forniremo comunque alcune indicazioni che potranno risultare molto utili per comprendere quando c’è responsabilità del padrone del cane responsabile di un morso, come fare a ottenere il risarcimento, come si calcola.

Responsabilità del padrone del cane per morso

Chi ha in custodia un cane – sia che si tratti del proprietario che di altra persona (ad esempio il coniuge o il dog-sister) – è responsabile di tutti i danni procurati dall’animale. La responsabilità è sia penale che civile. In buona sostanza, chi ha in mano il guinzaglio o sta portando a spasso il cane rischia tanto una incriminazione per il reato di lesioni personali (aspetto penale), tanto una condanna a risarcire i danni procurati a terzi (aspetto civile). 

La responsabilità si può evitare solo se si dimostra che l’aggressione è avvenuta per “caso fortuito” come nel caso in cui la vittima abbia stuzzicato il cane, lo abbia indispettito o lo abbia minacciato con un bastone. 

Non rientra nel caso fortuito la condotta imprevedibile e repentina del cane che, ad esempio, abbia azzannato una persona che lo ha accarezzato o che si trovava sullo stesso marciapiedi. Il fatto che l’animale abbia agito sul più bello e senza una apparente causa non esime da colpa il proprietario. Insomma, il mutamento di umore del quadrupede non è una scusa per non risarcire i danni alla vittima, a meno che non sia stata questa, con il proprio comportamento colpevole, a determinare la reazione violenta e istintiva dell’animale.

La responsabilità scatta anche quando si tiene il cane al guinzaglio e questi, con uno strappo improvviso, riesce a liberarsi o quando scavalca il cancello del giardino in cui è custodito o rompe la catena a cui era assicurato. Per legge infatti il proprietario dell’animale è responsabile anche se questo fugge o si smarrisce. 

Come ottenere il risarcimento per morso di cane

La vittima di un morso di cane ha diritto a chiedere, a colui che lo portava a passeggio, le relative generalità: nome, cognome, indirizzo di residenza, data e luogo di nascita. Non può obbligarlo a esibire una carta d’identità ma, per la tutela dei propri diritti, potrebbe anche fotografarlo con lo smartphone in modo da portare lo scatto ai carabinieri per l’identificazione. 

I passanti che hanno visto la scena potranno essere dei validi testimoni in un eventuale processo di risarcimento per lesioni.

La vittima dovrà quindi recarsi al pronto soccorso per far accertare le lesioni e ottenere un certificato con la prognosi. Tale certificato, e gli eventuali successivi rilasciati dal medico curante, potranno servire per aiutare il perito del giudice a quantificare il danno.

Dopodiché, si potrà agire su due fronti: 

  • la querela penale, da inoltrare ai carabinieri, alla polizia o direttamente alla Procura della Repubblica;
  • la causa civile di risarcimento del danno.

Se si agisce penalmente, l’azione civile resta sospesa fino alla decisione del giudice penale. Il quale liquiderà anche una “provvisionale” in attesa della definitiva quantificazione del giudice civile. La vittima che agisce anche penalmente è però tenuta a costituirsi come «parte civile» nel processo; diversamente non potrà sperare nel risarcimento.

In alternativa la vittima può azionare solo la tutela civile per ottenere direttamente l’indennizzo, disinteressandosi dell’azione penale.

Come viene quantificato il danno da morso di cane

Senza entrare nel tecnico, cerchiamo di comprendere quali sono i criteri di quantificazione del danno da morso di cane. 

Come detto, in assenza di un accordo tra le parti, alla vittima non resta altra scelta che fare causa al possessore dell’animale (colui cioè che lo aveva in custodia al momento dell’aggressione, anche se non si tratta del padrone) e chiedere al giudice di condannarlo a pagare i danni fisici e morali. 

Il tribunale nominerà un CTU, ossia un consulente tecnico d’ufficio con competenze in medicina legale. Questi valuterà innanzitutto le lesioni subite dalla parte lesa. Nella perizia calcolerà una serie di circostanze come:

  • l’inabilità temporanea: i giorni di malattia che hanno portato la vittima a restare a casa, magari distesa a letto, comunque incapace di svolgere le proprie attività quotidiane. Si può trattare di una inabilità totale (si pensi a una persona che non è stata in grado di camminare) o parziale (si pensi a una persona ferita al braccio sinistro che non ha potuto usare solo tale arto). Ad ogni giorno di inabilità (totale o parziale) corrisponde una somma in risarcimento;
  • l’invalidità permanente: gli eventuali postumi che accompagneranno la vittima per tutto il resto della propria vita (si pensi anche a un pezzo di carne che non ricrescerà più o a una cicatrice). Sulla base di questa viene definita la percentuale del danno biologico. Tanto più è alta tale percentuale e bassa l’età della vittima, tanto maggiore è il risarcimento.

Esempi

Tanto per fare qualche esempio, secondo le tabelle del danno biologico del tribunale di Milano, un giovane di 20 anni, cui siano stati riscontrati 4 punti di percentuale di invalidità, avrà diritto a 6.353,57 euro di risarcimento.

A questi importi andranno aggiunti ovviamente anche i danni patrimoniali, ossia le spese sostenute per curarsi, le medicine acquistate, le analisi diagnostiche, ecc., ma anche i giorni di lavoro persi e non retribuiti (nel caso di libero professionista o imprenditore). 

Se lo stesso ventenne avesse subito un danno pari solo all’1% di invalidità, avrebbe avuto diritto a 1.337,60 euro di risarcimento. 

Viceversa, un anziano di 70 anni, con 5 punti di invalidità, ha diritto a un risarcimento pari a 6.050,60 euro.

Una persona di 40 anni con una invalidità di 20 punti percentuali, ha diritto a be 70.792,83 euro di risarcimento. 

note

[1] Cass. sent. n. 7655/19 del 20.02.2019.

Autore immagine: morso di cane Di meawtai99

Corte di Cassazione, sez. IV Penale, sentenza 10 gennaio – 20 febbraio 2019, n. 7655

Presidente Dovere – Relatore Pavich

Ritenuto in fatto

1. Con sentenza resa il 22 marzo 2018, il Giudice di Pace di Napoli ha dichiarato estinto il reato di lesioni personali colpose contestato ad F.A. per intervenuta condotta riparatoria D.Lgs. n. 274 del 2000, ex art. 35, per avere lo stesso colposamente provocato le suddette lesioni a P.G. omettendo di custodire adeguatamente il proprio cane (un boxer) che aggrediva la donna: fatto occorso in (omissis).

1.1. La decisione del Giudice di Pace era fondata sul fatto che il F. aveva provveduto, in esito all’infruttuoso tentativo di conciliazione, alla riparazione del danno da lui cagionato, mediante consegna alla persona offesa di un assegno dell’importo di Euro 1.500,00; la condotta riparatoria de qua, accompagnata da una lettera di scuse, era stata ritenuta satisfattiva indipendentemente dal positivo apprezzamento della persona offesa; né vi erano ragioni ostative alla definizione del giudizio, in mancanza di permanenti conseguenze dannose o pericolose del reato e in presenza di un ristoro che il giudicante riteneva idoneo a soddisfare le esigenze riparatorie correnti nel caso di specie.

2. Avverso la sentenza ricorre agli effetti civili la parte civile P.G., per il tramite del suo difensore. Il ricorso, preceduto da una breve premessa (nella quale vengono riassunti i fatti e vengono altresì rivendicate le ragioni in diritto sottese all’ammissibilità del ricorso) è articolato in due motivi.

Nel primo l’esponente lamenta violazione di legge, affermando che la condotta riparatoria – peraltro realizzata ex art. 162 ter c.p., e non D.Lgs. n. 274 del 2000, ex art. 35, – ha formato oggetto di repechege strumentale alla quarta udienza successiva a quella di riparazione, condotta posta poi in essere due udienze dopo, laddove essa è comunque avvenuta oltre il termine pacificamente indicato come perentorio ai fini della tempestività della condotta riparatoria ex D.Lgs. n. 274 del 2000, art. 35.

Con il secondo motivo l’esponente lamenta vizio di motivazione in relazione alla statuizione del Giudice di pace con la quale è stata ritenuta congrua la condotta riparatoria in esame, avuto riguardo alla sostanziale assenza di un percorso argomentativo a tal fine nella sentenza impugnata.

Considerato in diritto

1. Il ricorso è inammissibile, per carenza d’interesse.

1.1. La questione dell’impugnabilità a fini civili, ad opera della parte civile, delle sentenze di proscioglimento per condotta riparatoria è stata definita recentemente in senso negativo, con pronunzia della Corte a Sezioni Unite (Sez. U, n. 33864 del 23/04/2015, Sbaiz, Rv. 264238) nella quale si è affermato il principio in base al quale non sussiste l’interesse per la parte civile ad impugnare, anche ai soli fini civili, la sentenza emessa ai sensi del D.Lgs. 28 agosto 2000, n. 274, art. 35, a seguito di condotte riparatorie, in quanto tale pronuncia, limitandosi ad accertare la congruità del risarcimento offerto ai soli fini dell’estinzione del reato, non riveste autorità di giudicato nel giudizio civile per le restituzioni o per il risarcimento del danno e non produce, pertanto, alcun effetto pregiudizievole nei confronti della parte civile.

1.2. Detta decisione, che ha risolto un contrasto di giurisprudenza sul punto, muove dalla considerazione che l’unica ipotesi nella quale possono dirsi concretamente pregiudicate le pretese risarcitorie della parte civile è costituita dalla pronuncia assolutoria: ciò in quanto è consolidato l’orientamento nella giurisprudenza delle Sezioni Unite sia civili che penali, che limita l’efficacia extrapenale del giudicato alle sole ipotesi previste dall’art. 652 c.p.p., ossia alla sentenza penale irrevocabile di assoluzione pronunciata in seguito a dibattimento o a giudizio abbreviato (qualora, in quest’ultimo caso, la parte civile abbia accettato tale rito), sempreché con la pronunzia assolutoria sia stato positivamente ed effettivamente accertato che il fatto non sussiste o che l’imputato non lo ha commesso o che esso è stato compiuto in adempimento di un dovere o nell’esercizio di una facoltà legittima.

1.3. Le Sezioni Unite, nella sentenza Sbaiz, hanno sottolineato in subiecta materia che l’ordinamento prevede l’efficacia della sentenza a fini extrapenali in “limitate ipotesi che, costituendo appunto un’eccezione, sono soggette ad un’interpretazione restrittiva e non possono essere applicate per via di analogia oltre i casi espressamente previsti, concernenti gli elementi relativi alla insussistenza del fatto, alla non commissione dello stesso ed alla non illiceità per l’esistenza dell’esimente di cui all’art. 51 c.p.. È stata dunque esclusa l’efficacia delle pronunce di improcedibilità, sia di quelle emesse, per ragioni anche di merito, prima del dibattimento (artt. 425 e 469 c.p.p.), sia di quelle di carattere processuale (per mancanza di una condizione di procedibilità o per estinzione del reato) emesse in esito al dibattimento (artt. 529 e 531 c.p.p.)”.

1.4. La peculiarità del caso di specie sta nel fatto che, come dedotto dal ricorrente, la pronunzia di proscioglimento per condotta riparatoria non è qui intervenuta alla prima udienza di comparizione, ma dopo alcune udienze di rinvio, sempre in fase predibattimentale.

Peraltro, il già richiamato dictum delle Sezioni Unite ha chiarito che il principio in base al quale la parte civile non può impugnare ai fini civili la sentenza di proscioglimento per condotta riparatoria va correlato non già alle modalità dell’accertamento attraverso il quale la riparazione sia stata ritenuta congrua e satisfattiva, ma all’insuscettibilità di tale pronunzia di formare giudicato con efficacia in sede extrapenale. Non assumerebbe rilievo, ai fini dell’accoglimento del ricorso, neppure l’eventualità che il Giudice di pace avesse fondato il proprio convincimento sulla base di accertamenti ulteriori rispetto a quelli in esito ai quali, normalmente “allo stato degli atti”, viene valutata la satisfattività della riparazione ex art. 35, D.Lgs. 274/2000 (in tal senso vds. Sez. 4, n. 1359 del 02/12/2016 – dep. 2017, Zhu, Rv. 268876).

1.6. Ne consegue che va dichiarata inammissibile l’impugnazione proposta dalla parte civile, e che tanto assume rilievo dirimente ai fini della specifica disamina dei motivi di lagnanza: in ordine ai quali, peraltro, basterà osservare che le considerazioni appena svolte rendono evidente la manifesta infondatezza delle lagnanze espresse dal ricorrente con il primo motivo di ricorso (ivi comprese quelle relative alla qualificazione della riparazione ex art. 162 ter c.p., per la quale il termine ultimo è fissato entro il momento della dichiarazione di apertura del dibattimento di primo grado); e che, quanto al vizio di motivazione denunciato con il secondo motivo, esso a ben vedere non sussiste, atteso che comunque il giudicante ha argomentato la satisfattività della somma versata a titolo di riparazione, rispetto alle esigenze di riprovazione e di prevenzione dal commettere in futuro analoghe condotte, sulla base del comportamento resipiscente dimostrato dall’imputato e all’assenza di conseguenze dannose o pericolose permanenti al momento della suddetta condotta.

2. Alla declaratoria d’inammissibilità consegue la condanna della parte civile ricorrente al pagamento delle spese processuali; ed inoltre, alla luce della sentenza 13 giugno 2000, n. 186, della Corte costituzionale e rilevato che, nella fattispecie, non sussistono elementi per ritenere che “la parte abbia proposto il ricorso senza versare in colpa nella determinazione della causa di inammissibilità”, la ricorrente va condannata al pagamento di una somma che si stima equo determinare in Euro 2.000,00 in favore della Cassa delle ammende.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro duemila in favore della cassa delle ammende.

 


scarica gratis il tuo contratto su misura

Per avere il pdf inserisci qui la tua email. Se non sei già iscritto, riceverai la nostra newsletter:

Informativa sulla privacy
DOWNLOAD

Lascia un commento

Usa il form per discutere sul tema. Per richiedere una consulenza vai all’apposito modulo.

 



NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA