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Cutting: cos’è e come si cura

12 Marzo 2019 | Autore:


> Salute e benessere Pubblicato il 12 Marzo 2019



Comportamenti autolesivi, come il cutting, sono i campanelli d’allarme di un malessere che può essere affrontato con l’aiuto di medici specialisti.

Angoscia, rabbia, solitudine, depressione, incomprensioni, mancanza di comunicazione, incapacità di affrontare le situazioni scomode e misurarsi con il dolore. Le ragioni per cui una persona arriva all’autolesionismo, e più nello specifico arriva a farsi del male fisicamente praticando dei tagli sul proprio corpo, possono essere molteplici. Questo fenomeno, che sta spopolando soprattutto fra i più giovani, prende il nome di cutting. Un comportamento che spesso mette in atto chi non è in grado di superare le emozioni negative e vede in questa pratica l’unica soluzione per alleviare il dolore psicologico. I fattori scatenanti possono essere: bullismo, cyberbullismo, maltrattamenti in famiglia, particolari vicende che hanno ferito la propria sensibilità, persone con cui si è a contatto e che si desidera emulare. Con molta probabilità ti starai ponendo alcune domande. Per quali motivi una persona arriva ad autolesionarsi? Cutting: cos’è e come si cura? Come si può intervenire? Come bisogna aiutare chi fa cutting? Chi si taglia può arrivare al suicidio? Se ti è capitato di vedere dei cambiamenti d’umore improvvisi in tuo figlio, in tuo nipote, in un tuo amico ed hai notato dei tagli sulle braccia o sulle gambe, è bene rivolgersi subito ad un medico ed affrontare il problema con estrema delicatezza per evitare conseguenze più gravi. Le pagine di cronaca sono piene di suicidi di adolescenti che, dopo il gesto estremo, si scopre stessero vivendo un profondo malessere ed un forte disagio psicologico che non erano in grado di gestire da soli; tragiche vicende che probabilmente con un intervento tempestivo potevano essere evitate. Se vuoi saperne di più sul cutting, continua a leggere il mio articolo. Ti spiegherò cosa dice la legge sul bullismo e sul cyberbullismo; dopodiché troverai l’intervista al dr. Stefano Vicari (esperto dei disturbi dello sviluppo, di psichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza e responsabile dell’U.O.C. di neuropsichiatria infantile dell’ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma).

Bullismo e cyberbullismo

Il bullismo è un comportamento (fisco e/o verbale) che mira intenzionalmente a fare del male alla vittima o a danneggiarla. Un’azione che può durare settimane, mesi e persino anni. Alla base di questo fenomeno c’è un abuso di potere e un desiderio di intimidire e dominare la vittima. Con l’evolversi della tecnologia, il bullismo si è trasferito anche sul web ed ha sviluppato nuove tecniche di attacco. Pertanto, accanto al bullismo, oggi si parla anche di cyberbullismo.

I genitori, la scuola, gli amici devono imparare a cogliere i segnali delle vittime e fare attenzione ad alcuni elementi come: lesioni (lividi, tagli, graffi), insonnia, isolamento, depressione, stati d’ansia e di tensione.

Se hai il sospetto che tuo figlio possa essere vittima di bullismo a scuola, dovrai rivolgerti: all’insegnante e al preside per far presente la vicenda; alla questura per una richiesta di ammonimento [1]; alla polizia o ai carabinieri per una denuncia o querela nei confronti dei bulli che hanno messo in atto condotte illecite come minaccia [2], diffamazione [3], stalking, istigazione al suicidio, percosse [4] e lesioni personali [5], violenza privata, violenza sessuale, estorsione.

Per quanto riguarda il cyberbullismo, gli strumenti di difesa sono i seguenti:

  • istanza al social network (Facebook, Youtube, Instagram, Twitter) o al titolare del sito (blog, forum, ecc.) con la richiesta di rimozione del contenuto lesivo;
  • istanza di rimozione a Google dei contenuti diffamatori o lesivi del diritto all’oblio;
  • inoltrare online un reclamo o una segnalazione al Garante per la privacy;
  • richiesta di ammonimento al questore nei confronti del responsabile.

Per maggiori informazioni sul cutting abbiamo intervistato il dr. Stefano Vicari, referente scientifico e docente presso il master di neuropsicologia dell’età evolutiva e il master di disturbi dello spettro autistico presso l’Istituto ReTe di Roma. Il dr. Vicari svolge attività clinica e di ricerca sui disturbi del neurosviluppo, psicopatologici e dell’apprendimento in età evolutiva. Ha scritto numerosi libri come “L’insalata sotto il cuscino – Sette storie per capire la sofferenza degli adolescenti”, “La dislessia – come riconoscerla e trattarla”, “Nostro figlio è autistico”.

Cos’è il cutting?

Il cutting un’attività autolesiva non suicidaria, che gli adolescenti mettono in atto per vari motivi. In genere, sono giovani quelli che lo praticano, ma non necessariamente. Le ragioni possono essere differenti. Ad esempio, perché questo da loro delle emozioni forti, perché gli consente di scaricare l’ansia, perché questo consente di vivere un’esperienza sul proprio corpo è questo racchiude l’angoscia che queste persone portano dentro. I motivi per cui si mette in atto questo comportamento sono molti e diversi, spesso però dietro c’è quadro psicopatologico anche molto importante, come ad esempio la depressione.

Quali sono i campanelli d’allarme?

Il fatto che si taglino. Nella stragrande maggioranza dei casi, l’attività autolesiva è il punto di arrivo di una condizione di tipo depressivo. I campanelli d’allarme della depressione sono numerosi. Ci sono sia dei sintomi fisici che psicologici. Quelli fisici sono legati alla stanchezza, alla difficoltà nel dormire, ad una minore o maggiore alimentazione, perché a volte può essere compulsiva. Per quanto riguarda gli aspetti psicologici si fa riferimento a quelle circostanze in cui queste persone non provano più piacere nello svolgere determinate attività che fino ad un attimo prima facevano loro piacere, una tendenza all’isolamento, sentimenti di forte frustrazione, perdita di speranza per il futuro. Quindi, un umore sempre più cupo ed una visione della vita sempre più tetra.

Come si può intervenire in questi casi?

Innanzitutto è molto importante individuarli questi casi, perché i ragazzi non si fanno del male solo tagliandosi. Il cutting è l’attività più frequente, ma si feriscono sulla cute in modo diverso. Alcuni si bruciano, altri utilizzano la gomma da cancellare fino a provocarsi delle abrasioni. Poi, c’è chi si fa dei graffi più o meno profondi, chi si strappa i capelli. L’attività autolesiva può essere più o meno grave. Diciamo che questa, soprattutto se è grave, correla molto con il rischio di suicidio. I ragazzi che fanno un’attività autolesiva sono a rischio suicidio e questo è un elemento che richiede necessariamente un’attenta valutazione.

Quali sono le zone del corpo in cui ci si provoca queste lesioni e tagli?

Prevalentemente, le zone sono le braccia e le gambe, ma poi può trattarsi di tutto il corpo. Ci sono ragazzi che si fanno ferite anche sul volto, circostanza meno frequente ma comunque possibile, o anche sull’addome. In genere, sono parti nascoste proprio perché tendono a nascondere questa loro attività. Alcuni dicono di farlo perché hanno un’angoscia talmente forte per cui, attraverso queste forme di autolesionismo, è come se riuscissero a sopportare meglio quest’angoscia. Altri, dichiarano di farlo semplicemente per provare una sensazione, perché non sentono nulla. Questa, ad esempio, è l’altra caratteristica psicologica della depressione: il vuoto. Soffrire di depressione non vuol dire non provare gioia e provare dolore, ma non riuscire a provare emozioni; significa sentirsi vuoti (come dicono loro).

Oltre alla depressione, chi colpisce questa forma di autolesionismo?

La depressione è la causa più frequente, altrimenti ricorre nei quadri più psicotici e nei ragazzi che presentano disturbi del pensiero. Si riscontra nei ragazzi un pochino più grandi con alcuni disturbi di personalità.

Cutting: può trattarsi di un singolo episodio o diventare un’abitudine?

Può certamente trattarsi anche di un singolo episodio, infatti ci sono forme lievi e forme più gravi. Generalmente, il cutting tende a presentarsi ripetutamente e con una certa regolarità nei ragazzi.

La sofferenza fisica può essere meno dolorosa e/o addirittura più rassicurante della sofferenza psicologica che prova chi compie questi gesti?

Non so dire esattamente se è davvero così. Forse la sofferenza fisica rende sopportabile la sofferenza mentale. Spesso, i ragazzi mi dicono che si tagliano così diminuisce l’angoscia. Il dolore psicologico è un dolore violentissimo da cui sembra di non poter mai uscire, non sembrano esserci speranze in nulla. Il dolore fisico in qualche modo è un’esperienza limitata e contenuta. Questo probabilmente è uno dei motivi. Il dolore psicologico è un dolore che non va sottovalutato e che porta le persone a buttarsi dalla finestra.

Autostima e cutting: quale relazione?

Se una persona è depressa ha poca autostima: è la natura stessa del disturbo. Chi è depresso immagina se stesso come una persona inutile ed ha una visione di sé del tutto negativa.

Il cutting può essere la conseguenza di bullismo e di cyberbullismo?

Assolutamente si! Oggi, c’è un uso improprio degli strumenti elettronici e c’è poca attenzione ad educare i ragazzi ad un uso consapevole di internet. I bambini entrano troppo presto a contatto con questi strumenti. Il cyberbullismo può determinare nei ragazzi un quadro di tipo depressivo; può aumentare i livelli d’ansia di chi ne è vittima; può addirittura spingere all’uso di sostanze che i ragazzi cominciano ad assumere come una sorta di automedicazione rispetto al forte stress subìto; può dare vita a comportamenti auto lesivi nella vittima fino a tentare il suicidio. L’attività di cutting si definisce “attività autolesiva non suicidaria” ed è molto importante perché è correlata all’attività di rischio suicidario. Questo è un campanello d’allarme che deve essere affrontato da specialisti, da neuropsichiatri, perché è un segnale che indica che c’è qualcosa che non va ed il ragazzo ha iniziato a pensare che farsi del male è l’unica soluzione.

Perché il cutting è molto diffuso tra gli adolescenti?

Il 20% degli adolescenti racconta di aver fatto un’attività autolesiva. E’ un’attività molto diffusa perché il disagio tra i ragazzi è in rapida crescita. Questi fenomeni, in particolare la depressione e tutti i disturbi mentali in generale, sono molto frequenti in tutto il mondo soprattutto in adolescenza. Certamente, c’è uno spirito di emulazione. Gli adolescenti sono molto sensibili.

Pensiamo ad esempio: ai tatuaggi, ai piercing, al fumare, al bere molto. Sono tutte attività autolesive, sicuramente meno gravi del tagliarsi. Tu fumi sapendo che provochi un danno ai polmoni, al cuore e quant’altro. Il piercing e il tatuaggio sono un farsi del male per avere un aspetto esteriore più gradevole, ma questo è molto legato all’emulazione. Ormai si tratta di una moda molto diffusa tra gli adolescenti. Gli adolescenti della mia generazione non ci avrebbero mai pensato, neanche lontanamente. Quindi, c’è anche un aspetto sociale di questa attività. Tuttavia, sarebbe un errore limitarla soltanto a questo: i ragazzi lo fanno perché lo fanno tutti. In molti casi, i ragazzi non ne parlano, diventa un loro segreto e i genitori, gli amici e le persone a loro più vicine se ne accorgono sempre molto tardi.

Come mai questa generazione presenta un alto incremento di questi disturbi e dello stato depressivo? 

La depressione è in forte aumento in tutto il mondo, a tutte le età, ma soprattutto fra i giovani. Tra le cause di malattia che fanno perdere giorni di scuola o di lavoro, la depressione è al primo posto. La depressione è la forma di invalidità più diffusa nel mondo. Le cause della depressione sono molteplici, come quelle della maggior parte dei disturbi. Certamente il contesto ambientale può favorire o meno la comparsa del disturbo. Ad esempio, l’urbanizzazione è uno dei fattori di rischio. Pensiamo al basso livello socio culturale e al basso quoziente intellettivo. L’impressione che si ha oggi è che aumentano i fattori di rischio e diminuiscono i fattori di protezione come una famiglia sana, equilibrata, accogliente, emotivamente empatica, attenta e presente.

Oggi, i genitori, anche per lo stile di vita dettato dalle condizioni economiche, sono sempre meno presenti, escono la mattina e tornano la sera perché sono costretti a lavorare fino a tardi; di conseguenza i ragazzini stanno con i nonni. Una volta, la scuola era un fattore di comunità e oggi è spesso un fattore di stress e di violenza.

Non dimentichiamo il bullismo ed il cyberbullismo di cui abbiamo parlato in precedenza. Il benessere mentale si ottiene soprattutto costruendo relazioni sane. Oggi, le relazioni sono spesso delegate a strumenti elettronici e questo è un altro elemento che da solo non determina, ma che comunque può favorire questa condizione. Per ultimo, e forse è il più importante, c’è l’uso di sostanze che spesso ha come effetto quello di indurre stati psicotici oppure di tipo depressivo o ansioso. Quando si crea la dipendenza da una sostanza possono esserci anche effetti sull’umore. Il nostro stile di vita è cambiato molto negli ultimi 30 anni e questo ha sicuramente un impatto sulla qualità di vita e sulla costruzione della salute mentale di un ragazzino.

Quanti pazienti vengono ricoverati nella vostra struttura ogni anno?

Nel 2011 abbiamo fatto 11 ricoveri in un anno di attività autolesiva (cioè ragazzi che si tagliavano o tentativi di suicidio). Nel 2016 erano già 120; nel 2018 250-280. C’è una crescita drammaticamente esponenziale.

Qual è l’età media dei suoi pazienti e quali sono le caratteristiche psicologiche comuni riscontrate?

Dai 13 ai 18 anni. Noi ricoveriamo fino ai 18 anni. Nell’80% dei casi si tratta di depressione. Poi, ci sono ragazzi che esibiscono aggressività e circa il 5% è legato al disturbo del pensiero di natura psicotica e schizofreniforme.

Come si svolge il primo incontro con il paziente?

I ragazzi vengono portati dai genitori ed occorre superare la diffidenza dei pazienti. La cosa più importante che può fare il professionista è incontrare la persona e non il malato; mettersi a disposizione della persona e ascoltare molto. Un colloquio molto direttivo e che punta a definire il disturbo il più rapidamente possibile per dare indicazioni di cura nell’immediato è spesso un approccio inefficace, direi anche inutile e dannoso.

Per potersi aprire e raccontare, i ragazzi devono fidarsi di chi hanno di fronte e stabilire un contatto empatico. Spesso, si ascolta la storia della loro infanzia e l’eventuale presenza di elementi di preoccupazione. Inoltre, raccontano come si vedono e come si immaginano. E’ un percorso lento. Questo non avviene in un unico incontro. Non si può pretendere che al primo incontro si aprano completamente. Molte volte ci si deve adattare a ciò che questi ragazzi riportano e c’è una modulazione rispetto il singolo che si ha di fronte.

Che tipo di terapia consiglia per curare il cutting?

Nel cutting, la terapia più indicata ed efficace è la psicoterapia cognitivo-comportamentale, salvo le forme più gravi in cui il cutting non è isolato ma c’è già l’intenzione suicidaria. E’ molto utile fare un parent training, coinvolgendo i genitori e sostenendo la loro azione educatrice.

Nei casi di intenzione suicidaria come si procede?

Bisogna mettere il paziente in una condizione di sicurezza e ricoverarlo. Nei casi di intenzione suicidaria pianificata, si interviene con il ricovero. Ad esempio, è il caso di un ragazzo che dice di aver messo da parte le pasticche trovate in giro per casa perché vuole togliersi la vita. I motivi per cui si interviene con il ricovero di un paziente psichiatrico sono solo questi, cioè se questi rappresenta un pericolo per sé o per gli altri. Si tratta di una condizione di urgenza medica.

Il cutting potrebbe essere conseguenza di maltrattamenti in famiglia?

Si, certamente. Traumi e maltrattamenti possono far crescere certe angosce e indurre attività di questo tipo. Il caso di violenza si riconosce solo se il ragazzo lo racconta. Quindi, è importante creare un clima di assoluta disponibilità. Quando hanno di fronte un interlocutore attento, i ragazzi sono disposti a raccontarsi.

Blue whale: che mi dice a tal proposito?

Un fenomeno che è stato un fuoco di paglia. Il fenomeno del cutting c’è da molto tempo ed è cresciuto.

Come si viene a conoscenza di fenomeni come il cutting?

La rete, poi magari i ragazzi hanno compagni di banco che lo fanno. L’angoscia trova una valvola di sfogo attraverso queste forme di autolesionismo. A volte, la soluzione migliore è ripiegarsi su se stessi e farsi del male.

Qual è il ruolo della scuola e della famiglia in questi casi?

La famiglia e la scuola dovrebbero prevenire queste circostanze. Devono favorire contesti in cui il ragazzo possa sperimentare esperienze positive e devono mettere in atto azioni di vigilanza. Io dico sempre ai genitori di fare attenzione ai propri figli: spesso indossano maglioni larghi perché sotto nascondono questo tipo di tagli. I genitori e la scuola dovrebbero essere sempre molto attenti ai cambiamenti importanti nelle attività dei ragazzi. Un ragazzo che inizia a tagliarsi, il più delle volte, è un ragazzo che fino a qualche mese prima era socievole, allegro, aveva un buon rendimento scolastico; poi diventa progressivamente sempre più chiuso e meno allegro, meno partecipe alle attività di classe, si isola, le prestazioni scolastiche si possono anche abbassare.

I genitori, la scuola, gli amici devono essere contesti in cui un ragazzo non si sente giudicato, ma nella condizione di raccontarsi e sentirsi accolto. Se vivi con una persona che ti giudica per qualsiasi cosa fai e qualunque azione tu promuova, sei molto più inibito. Se stai con una persona in grado di accoglierti, comprenderti e ascoltarti sei anche più pronto ad esprimere le tue emozioni. Bisogna promuovere le richieste di aiuto.


note

[1] L. n. 71 del 29.05.2017.

[2] Art. 612 cod. pen.

[3] Art. 595 cod. pen.

[4] Art. 581 cod. pen.

[5] Art. 582 cod. pen.


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2 Commenti

  1. Un focus davvero interessante… Non sapevo cosa fosse il cutting. Il disagio di tanti giovani si traduce in queste forme di autolesionismo e noi genitori dobbiamo stargli vicino per evitare che possano sfociare in conseguenze più gravi. Vi ringrazio per queste utili informazioni. Dietro una smorfia di sorriso, un “va tutto bene”, un “lasciami stare”, possono celarsi episodi di questo tipo. Grazie mille

  2. Salve. Ho il sospetto che mia figlia sia vittima di bullismo a scuola (torna a casa sempre triste e alcuni giorni mi chiede di stare a casa)… Sicuramente, metterò in pratica i vostri consigli. Vi ringrazio.

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