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Conviene pensionarsi dopo?

26 Febbraio 2019 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 26 Febbraio 2019



Se si ritarda il momento dell’uscita dal lavoro l’assegno di pensione aumenta?

Di recente, molti esperti in campo previdenziale hanno messo in guardia i lavoratori in merito alle conseguenze negative collegate all’uscita anticipata dal lavoro. In particolare, è stata oggetto di numerose discussioni la nuova pensione con quota 100, che consente di uscire dal lavoro con un anticipo massimo di cinque anni rispetto al requisito di età richiesto per la pensione di vecchiaia (attualmente pari a 67 anni).

Anche se per ottenere la pensione quota 100, difatti, non sono applicate penalizzazioni dirette nel calcolo, a parere degli esperti è sempre presente una penalizzazione indiretta dovuta all’uscita anticipata, che comporta, giocoforza, la maturazione di un trattamento di pensione più basso.

Ma è veramente così? Chi si pensiona prima ottiene un trattamento più basso? In realtà, i parametri da prendere in considerazione per capire se conviene pensionarsi dopo sono diversi, e cambiano non solo a seconda del tipo di pensione considerato, ma anche della gestione previdenziale alla quale il lavoratore è iscritto, alla sua anzianità contributiva ed alla categoria a cui appartiene. Ma procediamo per ordine e facciamo il punto della situazione.

Come funziona il calcolo della pensione?

Innanzitutto, per capire se conviene pensionarsi dopo è fondamentale conoscere come funzionano i principali sistemi di calcolo della pensione.

L’Inps, per la generalità degli iscritti, prevede:

  • il calcolo retributivo, che è basato sulle ultime retribuzioni o sugli ultimi redditi e sulle settimane di contributi accreditate;
  • il calcolo contributivo, che invece è basato sui versamenti effettuati e sull’età pensionabile.

Per approfondire meglio i sistemi di calcolo della pensione, puoi leggere la nostra Guida al calcolo retributivo e la Guida al calcolo contributivo.

Ad ogni modo, devi sapere che il calcolo retributivo si applica relativamente alle annualità sino al 31 dicembre 2011, per chi possiede più di 18 anni di contributi al 31 dicembre 1995, o sino a quest’ultima data, per chi possiede meno di 18 anni di contributi al 31 dicembre 1995.

Il calcolo contributivo invece si applica:

  • dal 1° gennaio 2012, per chi possiede più di 18 anni di contribuzione al 31 dicembre 1995 (si tratta dei cosiddetti “ex retributivi puri”);
  • dal 1° gennaio 1996, per chi possiede meno di 18 anni di contribuzione al 31 dicembre 1995 (si tratta dei cosiddetti “contribuenti misti”), o per chi non possiede affatto contributi alla stessa data (i cosiddetti “contributivi puri”).

La quota retributiva della pensione aumenta per chi esce più tardi dal lavoro?

Ritardare il pensionamento non sempre giova alla quota retributiva del trattamento. Questa quota, infatti, è basata sulla media degli ultimi stipendi o degli ultimi redditi, e sulle settimane di contributi versati sino al 31 dicembre 2011, per gli “ex retributivi puri”, oppure sino al 31 dicembre 1995, per i “contribuenti misti”. In pratica, le settimane di contributi relative alla quota retributiva della pensione non possono aumentare se si ritarda l’uscita dal lavoro (eventualmente, possono aumentare col riscatto dei contributi, cioè con la copertura di vecchi periodi privi di contribuzione).

Relativamente alla quota retributiva della pensione, può invece aumentare la retribuzione pensionabile, cioè la media degli ultimi anni di stipendi o di redditi, se si prevede un miglioramento a fine carriera.

Non sono rari, però, i casi in cui la retribuzione del lavoratore diminuisce al termine della carriera. Ad esempio, può accadere che negli ultimi anni di carriera al lavoratore non siano richiesti straordinari, o affidati incarichi extra per i quali percepiva regolarmente, in precedenza, premi o compensi aggiuntivi entranti a far parte dell’imponibile previdenziale.

Può accadere anche che, negli ultimi anni di carriera, il lavoratore scelga il part time, cioè un orario lavorativo ridotto, facendo così calare sensibilmente il suo stipendio. In tutti questi casi, la permanenza al lavoro può addirittura abbassare la quota retributiva.

La quota contributiva della pensione aumenta per chi esce più tardi dal lavoro?

Un discorso differente riguarda la quota contributiva della pensione: questa, essendo basata sulla somma dei contributi accreditati nell’arco della vita lavorativa e sull’età pensionabile, non può mai diminuire, anche se in alcuni anni non si registrano versamenti.

La permanenza al lavoro, quindi, non può far altro che incrementare la quota contributiva della pensione. Bisogna anche considerare che, nel calcolo contributivo, risultano fondamentali i coefficienti di trasformazione, cioè quelle cifre che, espresse in percentuale, trasformano la somma dei contributi (il montante contributivo) in assegno di pensione. Questi coefficienti crescono all’aumentare dell’età pensionabile: pertanto, restare al lavoro giova sicuramente alla quota contributiva della pensione.

Attenzione, però: se si ritarda il pensionamento senza versare nuovi contributi, quindi senza restare al lavoro, il beneficio nella quota contributiva può risultare minimo: non bisogna dimenticare infatti che, a seguito degli incrementi della speranza di vita media, periodicamente i coefficienti di trasformazione vengono abbassati. Pertanto, nonostante il montante contributivo sia rivalutato ogni anno, la diminuzione dei coefficienti di trasformazione potrebbe neutralizzare, o quasi, il beneficio derivante dalla rivalutazione dei contributi.

Quanto tempo ci vuole per recuperare i contributi versati?

Un’altra valutazione da effettuare, in merito alla data di pensionamento, riguarda il recupero dei contributi accreditati: in quanti anni di pensione si riesce a recuperare quello che è stato versato nell’arco della vita lavorativa? Per quanto riguarda la quota contributiva della pensione, i coefficienti di trasformazione sono studiati in modo da consentire un “recupero” dei versamenti in circa vent’anni.

In parole semplici, 20 anni di pensione restituiscono al lavoratore, più o meno, quello che ha versato (non dimentichiamo, poi, che la maggior parte della contribuzione, per i dipendenti e per i collaboratori, è versata dal datore di lavoro o dal committente).

Il discorso è più complesso, tuttavia, se consideriamo anche la rivalutazione del capitale versato, ed i periodi soggetti al calcolo retributivo della prestazione.

Tirando le somme, ad ogni modo, pensionarsi dopo non sempre conviene: chi si pensiona troppo tardi rischia di non recuperare mai l’ingente capitale versato nell’arco della vita lavorativa.


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