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Il diritto ad abitare la casa familiare spetta sempre al coniuge superstite

11 aprile 2013


Il diritto ad abitare la casa familiare spetta sempre al coniuge superstite

> Diritto e Fisco Pubblicato il 11 aprile 2013



Colmata la lacuna nel caso in cui l’eredità si devolva in assenza di testamento; il valore capitale del diritto si aggiunge alla quota stabilita per legge.   

Le sezioni unite della Cassazione [1] hanno stabilito che al coniuge superstite spetta sempre il diritto di abitazione sulla casa adibita a residenza familiare e quello di uso sui mobili che la corredano.

Questa pronuncia si è resa necessaria in quanto la riserva di tali diritti è prevista solo per tutelare il coniuge superstite da eventuali disposizioni testamentarie che attribuiscano la casa e i suoi arredi ad altri soggetti [2] e non anche quando l’eredità si devolve per legge.

La ragione di questa tutela, introdotta nel 1975 con la riforma del diritto di famiglia, è intuitiva: evitare che al dolore della perdita del coniuge si aggiunga quello di doversi mettere alla ricerca di un nuovo alloggio, con conseguente mutamento delle condizioni e delle abitudini di vita di una persona.

Il vuoto normativo…

Come detto, questa regola non è prevista qualora l’eredità si devolva in assenza di testamento. Come noto, in tali casi, la legge prevede una serie di soggetti (detti successibili) a cui si devolve l’eredità, stabilendo le rispettive quote: ad esempio, il coniuge ha diritto a metà dell’eredità se con esso concorre un solo figlio, ad un terzo negli altri casi [3].

Per rendere meglio l’idea, ipotizziamo che l’asse ereditario sia formato dalla casa di proprietà del marito defunto dove questi viveva insieme alla moglie e al figlio; immaginiamo poi che il figlio, una volta acquistata per successione la metà della casa, intenda chiedere lo scioglimento della comunione. Ebbene, la legge nulla dice circa il diritto della vedova di continuare ad abitare in essa.

 

Stesso diritto per identiche situazioni

La Cassazione ha colmato questo vuoto: la regola si applica anche in caso di successione legittima. E ciò perché la disposizione contiene un principio generale applicabile tutte le volte in cui si apre un’eredità. È infatti la perdita del coniuge che determina l’esigenza di protezione morale e psicologica di cui si è detto e non certo la modalità con cui  il patrimonio si trasmette dopo la morte.

 

Valore della quota: il diritto si aggiunge

La sentenza detta altresì i criteri per calcolare il valore della quota del coniuge superstite.

Il diritto di abitazione, come quello d’uso, è infatti suscettibile di valutazione economica in base all’età del beneficiario. Se il coniuge superstite è molto anziano, il controvalore del diritto sarà basso o tendente allo zero; viceversa, se è molto giovane, il controvalore sarà alto.

Poniamo che il diritto di abitazione valga 20 e l’asse ereditario sia 100.

Due sono le possibilità:

1) dedurre il valore del diritto (20) dall’intero (100) e dividere la differenza (80) con il figlio, al quale spetterà 40;

2) considerare il valore del diritto non per l’intero ma pro quota: al figlio andranno allora 45 (100 – 10 = 90/2).

In analogia a quanto la legge stabilisce per il prelegato [4], il criterio da seguire, secondo la Cassazione, è il primo: il valore capitale del diritto andrà dunque detratto dall’asse ereditario prima di procedere alla divisione tra tutti i coeredi.

Questa soluzione, dal punto di vista economico, valorizza maggiormente la tutela attribuita al coniuge superstite in quanto aggiunge il valore di detto diritto alla quota di eredità che gli spetta per legge.

note

[1] Cass. Sent. n. 4847 del 27.02.2013

[2] Art. 540 cod. civ.

[3] Art. 581 cod. civ.

[4] Art. 661 cod. civ.

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