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Lavori domestici convivente: sono retribuiti?

27 Marzo 2019 | Autore:
Lavori domestici convivente: sono retribuiti?

Tra parenti e affini conviventi le prestazioni domestiche vanno retribuite? In particolare le prestazioni domestiche del convivente more uxorio vanno pagate?

Sono tante le circostanze della vita che possono portare una persona a convivere con un’altra. Alle volte è l’amore che spinge due persone a coabitare e collaborare nella vita quotidiana. Altre volte, invece, la morte di un coniuge piuttosto che la necessità di assistere una persona in là con gli anni, sono la causa di una convivenza, inizialmente nata per svolgere un lavoro tipicamente domestico, ma successivamente trasformatasi in un legame affettivo vero e proprio. Ebbene se ti riconosci in una delle situazioni appena descritte, potresti essere uno di quelli che è assalito da un dubbio a riguardo e cioè: i lavori domestici svolti da un convivente sono retribuiti? In particolare i lavori domestici del convivente more uxorio, cioè di quel soggetto che, come una moglie o un marito, ha prestato la propria collaborazione al quotidiano menage familiare, sono gratuiti o dovrebbero essere compensati adeguatamente?

La questione in esame non è di poco conto, visto che l’amore, si sa, non è eterno e quando, per una ragione o per un’altra, la convivenza viene meno, vengono al pettine i famosi “nodi”. Non è raro, quindi, che, ad esempio, gli eredi di un padre si trovino con richieste retributive dell’ex convivente, magari arrivata in casa del proprio genitore come semplice badante, ma poi trasformatasi immediatamente in un amorevole compagna di vita: ed allora, in un caso come questo, il preteso compenso sarebbe legittimo oppure no? Per saperne di più, prosegui la lettura di questo articolo.

Il lavoro domestico va retribuito?

Il lavoro domestico, così come tutte le prestazioni lavorative, se caratterizzato dal vincolo della subordinazione, quale sarebbe un rapporto in cui il lavoratore è assoggettato al potere organizzativo e direttivo dell’altrui datore, si presume svolto a titolo oneroso e pertanto va inevitabilmente retribuito. Tuttavia, nulla vieta di pensare che la stessa attività, per quanto caratterizzate da identiche prestazioni, se svolta per altri scopi e fondata su altri aspetti, debba invece considerarsi come prestata a titolo gratuito, così come è tipico tra le persone legate da un vincolo di parentela oppure di affinità (ad esempio, tra cognati). In questo caso, il lavoro domestico sarebbe tendenzialmente compiuto a titolo gratuito.

Il lavoro domestico tra parenti ed affini va retribuito?

La domanda in questione si riferisce a tutti quei casi in cui il lavoro domestico, per quanto caratterizzato da situazioni tipicamente riconducibili alla subordinazione tra datore (padrone di casa) e lavoratore (colf) non può considerarsi prestato a titolo oneroso, per una ragione molto semplice: essa è contraddistinto dall’affetto e dalla benevolenza con il quale viene esercitato ed offerto all’altrui persona. In termini più semplici, tra parenti e affini, appare chiaro che la regola sia quella di voler contribuire al menage familiare o comunque di voler prestare il proprio lavoro senza alcun compenso, ma a titolo gratuito.

Si tratta di una conclusione che trova ovvio conforto e riscontro nelle decisioni della Suprema Corte di Cassazione [1], secondo la quale in un caso come quello appena descritto, soltanto una prova rigorosa del contrario, potrebbe portare il parente in questione ad avanzare legittime pretese retributive nei riguardi dell’altro. Pertanto, lì dove dovesse mancare la prova di un lavoro domestico svolto a titolo oneroso e tipicamente caratterizzato dal vincolo di subordinazione, nulla sarebbe dovuto per una prestazione lavorativa, evidentemente resa a titolo diverso.

Il lavoro domestico del convivente more uxorio va retribuito?

Come avrai sicuramente capito, il lavoro domestico svolto a favore di parenti e/o affini viene presuntivamente qualificato come prestato a titolo gratuito, in ragione dell’affetto e della benevolenza che caratterizza i rapporti tra le parti. In presenza, quindi, di una situazione come quella appena descritta, solo una prova rigorosa contraria, potrebbe superare la predetta presunzione.

Ebbene, appare abbastanza logico che un ragionamento identico possa farsi anche a proposito del cosiddetto convivente more uxorio.

Se, infatti, il rapporto tra le parti è di convivenza e contestualmente caratterizzato da un legame affettivo, anche se non formalizzato in un vero e proprio contratto di matrimonio, appare chiaro che anche in questo caso, il lavoro domestico non venga tendenzialmente prestato a titolo oneroso, ma per soddisfare le naturali esigenze del menage familiare oltreché in ragione del sentimento/affetto che lega i due soggetti. Anche in questa circostanza è la Cassazione ad affermare quanto detto in precedenza, precisando che la dimostrazione del rapporto affettivo tra i due conviventi nonché della comunanza di vita e di interessi tra i due, non può che determinare la qualificazione gratuita del lavoro domestico svolto [2].

Inoltre, su tale questione, non mancano pronunce giurisprudenziali che, ancora più convincenti sulle precedenti conclusioni, a proposito di un’attività lavorativa prestata in ambito familiare ed a vantaggio del convivente more uxorio, escludono a priori, salva la prova contraria rigorosa, la presenza di un tipico rapporto di lavoro, in ragione del naturale legame affettivo e solidale tra le parti, in tal caso presunto e da non dimostrare [3].


note

[1] Cass. civ. sent. n. 30899/2018

[2] Cass. civ. sent. n. 19304/2015

[3] Cass. civ. sent. n. 5632/2006


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