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Diffamazione Facebook: ultime sentenze

26 Febbraio 2019
Diffamazione Facebook: ultime sentenze

Quando scatta il reato di diffamazione a mezzo stampa per le offese e le ingiurie proferite sui social network; quando è possibile l’estinzione del reato. Il licenziamento per chi denigra il datore di lavoro.

Ecco di seguito una rassegna di sentenze che trattano uno degli argomenti più ricercati insieme alla parola “FacebooK”: diffamazione. La diffamazione, anche se commessa su internet e, in particolare, sui social network come Facebook non cambia gli elementi che l’hanno da sempre caratterizzata: si tratta infatti di un reato che si consuma quando l’offesa è pronunciata in assenza della vittima (diversamente, si avrebbe l’ingiuria che, invece, non è più reato, ma solo illecito civile).

Per quanto riguarda le regole sulle prove e sulla competenza territoriale del giudice rinviamo all’articolo “Diffamazione su Facebook: competenza e prove”.

Indice

Prova del danno all’onore e alla reputazione: quali parametri di riferimento?

In materia di danno causato da diffamazione, idonei parametri di riferimento possono rinvenirsi, tra gli altri, dalla diffusione dello scritto, dalla rilevanza dell’offesa e dalla posizione sociale della vittima. E così, valorizzando siffatte coordinate ermeneutiche, è possibile far assurgere a criteri presuntivi di verificazione del danno non patrimoniale, la diffusione dello scritto attraverso il social network Facebook, idoneo a diffondere il messaggio pubblicato lesivo, anche attraverso il sistema delle cd. condivisioni, ben oltre la cerchia di cd. amici della titolare del profilo.

In buona sostanza i parametri di riferimento sono:

  • diffusione dello scritto;
  • rilevanza dell’offesa;
  • posizione sociale della vittima.

Tribunale Potenza, 19/10/2018, n.864

Estinzione del reato per risarcimento del danno: il giudice tiene conto della capacità patrimoniale dell’obbligato

In tema di estinzione del reato per risarcimento del danno il giudice tiene conto nel giudizio di congruità dell’offerta della capacità patrimoniale dell’obbligato. (Nel caso di specie il soggetto prodotto la dichiarazione dei redditi e aveva offerto la somma di euro tre 1600 per il reato di diffamazione avendo egli postato su Facebook frasi offensive sulla reputazione di un soggetto).

Tribunale Chieti, 24/09/2018, n.1031

Post offensivi su Facebook: in assenza di collaborazione del social network nell’identificazione dell’autore del reato, le indagini vanno comunque approfondite

Se il social network non collabora nell’identificazione dell’autore del reato, le indagini devono essere approfondite per individuare chi ha scritto il post. Ad affermarlo è la Cassazione che ha imposto ai giudici di merito di motivare adeguatamente le ragioni dell’archiviazione a carico del presunto autore della diffamazione on line. Il caso riguardava alcuni post offensivi pubblicati su Facebook da un utente la cui identità era rimasta incerta, a seguito del rifiuto dei gestori di Facebook di fornire l’indirizzo IP dell’autore del messaggio. Il decreto di archiviazione disposto dal Gip veniva però impugnato in Cassazione dalla persona offesa che lamentava l’assoluta mancanza di indagini suppletive e di analisi degli ulteriori indizi forniti dalla persona offesa. Da qui la pronuncia della Suprema corte che ha imposto ai giudici di merito di andare oltre la mancata collaborazione dei social network e di approfondire tutti gli elementi utili alle indagini.

Cassazione penale sez. V, 12/07/2018, n.42630

Estinzione del reato per condotta riparatoria: il giudice può ritenere congrua la somma offerta alla persona offesa anche se quest’ultima l’abbia rifiutata

In tema di estinzione del reato per la condotta riparatoria, il giudice può ritenere congrua la somma di denaro offerta dalla persona offesa  anche se quest’ultima l’abbia rifiutata. (Nel caso di specie, si trattava di una diffamazione mediante la pubblicazione di un articolo su un gruppo facebook e che tale articolo era stato rimosso la sera della pubblicazione: il giudice in considerazione del tempo limitato in cui era stato pubblicato l’articolo diffamatorio ha ritenuto che la somma offerta  di Euro 500,00  per ciascuno dei due imputati fosse congrua dichiarando l’estinzione del reato).

Tribunale Torre Annunziata, 11/05/2018, n. 1228

Diffamazione aggravata in caso di pubblicazione di un post denigratorio su Facebook

La diffusione di un messaggio diffamatorio attraverso l’uso di una bacheca “facebook” integra un’ipotesi di diffamazione aggravata ai sensi dell’art. 595, comma terzo, cod. pen., poiché trattasi di condotta potenzialmente capace di raggiungere un numero indeterminato o comunque quantitativamente apprezzabile di persone.

Cassazione penale sez. V, 03/05/2018, n.40083

Pubblicare un commento denigratorio del datore di lavoro su Facebook può integrare giusta causa di licenziamento

In tema di licenziamento disciplinare, costituisce giusta causa di recesso, in quanto idonea a ledere il vincolo fiduciario nel rapporto lavorativo, la diffusione su “facebook” di un commento offensivo nei confronti della società datrice di lavoro, integrando tale condotta gli estremi della diffamazione, per la attitudine del mezzo utilizzato a determinare la circolazione del messaggio tra un gruppo indeterminato di persone.

Cassazione civile sez. lav., 27/04/2018, n.10280

Pubblicare un commento denigratorio del datore di lavoro su Facebook può integrare giusta causa di licenziamento

La condotta di postare un commento su facebook realizza la pubblicizzazione e la diffusione di esso, per la idoneità del mezzo utilizzato a determinare la circolazione del commento tra un gruppo di persone, comunque, apprezzabile per composizione numerica, con la conseguenza che, se, come nella specie, lo stesso è offensivo nei riguardi di persone facilmente individuabili, la relativa condotta integra gli estremi della diffamazione e come tale correttamente il contegno è stato valutato in termini di giusta causa del recesso, in quanto idoneo a recidere il vincolo fiduciario nel rapporto lavorativo.

Cassazione civile sez. lav., 27/04/2018, n.10280

Diffamazione a mezzo social network: le prove per l’imputazione possono essere desunte anche da una serie concordante di elementi indiziari

Le prove per l’imputazione del reato di diffamazione ad un determinato soggetto che abbia pubblicato frasi o immagini offensive sulla piattaforma social facebook, anche se prive di riferimenti espressi al destinatario delle persone offese, possono essere desunte da una serie concordante di elementi indiziari, la cui fondatezza può essere rilevata anche dagli altri elementi probatori quali atti documentali ed escussione testi.

Tribunale Pescara, 05/03/2018, n.652

La pubblicazione di frasi diffamatorie su Facebook costituisce un ambito sufficiente ad integrare l’elemento oggettivo del reato di diffamazione

La pubblicazione di frasi o immagini diffamatorie sulla piattaforma social “Facebook” costituisce un ambito quantitativamente apprezzabile ed ampiamente sufficiente ad integrare l’elemento oggettivo del reato di diffamazione, il che vale configurare l’ipotesi aggravata di cui al comma terzo dell’art. 595 c.p. poiché trattasi di condotta potenzialmente idonea a raggiungere un numero indeterminato o comunque quantitativamente apprezzabile di persone.

Tribunale Pescara, 05/03/2018, n.652

È diffamazione sui social anche quando la vittima può essere individuata sulla base di una serie di indizi, pur non essendo mai esplicitamente indicato il nome

Il reato di diffamazione a mezzo social network (Facebook) è integrato anche quando la vittima può essere individuata da una serie concordante di elementi indiziari, pur non essendo mai esplicitamente indicato il suo nome, gli stessi elementi che possono consentire di individuarlo come bersaglio anche ad altri frequentatori del social network su cui i post vengono pubblicati. Ovviamente, quando la vittima non è un personaggio famoso, si tratta di una cerchia di persone limitata a coloro che per motivi personali o di lavoro sono a conoscenza dei particolari della sua vita privata (ad esempio, l’occupazione lavorativa, il giorno del compleanno, la motocicletta posseduta). Tuttavia, si tratta di un ambito quantitativamente apprezzabile ed ampiamente sufficiente ad integrare l’elemento oggettivo del reato di diffamazione, il che vale a configurare anche l’ipotesi aggravata di cui al comma terzo dell’art. 595 c.p. poiché trattasi di condotta potenzialmente capace di raggiungere un numero indeterminato o comunque quantitativamente apprezzabile di persone.

In tema di diffamazione commessa tramite facebook sussiste l’ipotesi aggravata di cui all’art. 595, comma 3 poiché si tratta di condotta potenzialmente idonea a raggiungere un numero indeterminato di persone.(Nel caso di specie si trattava di una serie di post con fotografie e fotomontaggi  che riguardavano animali, scimmie e maiali posti in modo da essere lesivi dell’onore e minacciosi nei confronti della vittima).

Tribunale Pescara, 05/03/2018, n.652

Diffamazione: all’amministratore di sito internet non è applicabile il reato commesso con mezzo della stampa

In tema di diffamazione, l’amministratore di un sito internet non è responsabile ai sensi dell’art. 57 c.p., in quanto tale norma è applicabile alle sole testate giornalistiche telematiche e non anche ai diversi mezzi informatici di manifestazione del pensiero (forum, blog, newsletter, newsgroup, mailing list, facebook). (In motivazione, la Corte ha precisato che il mero ruolo di amministratore di un forum di discussione non determina il concorso nel reato conseguente ai messaggi ad altri materialmente riferibili, in assenza di elementi che denotino la compartecipazione dell’amministrazione all’attività diffamatoria).

Cassazione penale sez. V, 19/02/2018, n.16751

È legittimo il sequestro preventivo tramite oscuramento della pagina Facebook per chi è indagato per diffamazione commessa tramite l’utilizzo del social network

È legittimo il sequestro preventivo tramite oscuramento della pagina Facebook per chi è indagato per diffamazione commessa tramite l’utilizzo del social network, per aver ripetutamente offeso la reputazione di più persone. Lo precisa la Cassazione dichiarando inammissibile il ricorso dei due inquisiti contro l’ordinanza confermativa del tribunale del riesame. Per la Corte le forme di comunicazione telematica, quali blog, newsletter ecc…, pur rientrando nell’articolo 21 Costituzione, non godono delle garanzie costituzionali previste per la stampa: “in essi, infatti chiunque può esprimere il proprio pensiero su ogni argomento, suscitando opinioni e commenti da parte dei frequentatori del mondo virtuale”.

Cassazione penale sez. V, 13/12/2017, n.21521


note

Autore immagine: facebook di Anikei

Scrivere sulla bacheca Facebook di un utente un post offensivo integra il reato di diffamazione aggravata previsto dall’articolo 595, comma 3°, del Cp, cioè come se l’offesa fosse portata dalle pagine di un giornale. E in tal caso la competenza spetta al tribunale e non al giudice di pace. Lo ha deciso la Cassazione risolvendo un conflitto negativo di competenza. Per la Corte il fondamento dell’applicabilità dell’aggravante “giornalistica” ai casi di cosiddetta responsabilità da social network sta «nella potenzialità, nella idoneità e nella capacità del mezzo utilizzato per la consumazione del reato a coinvolgere e raggiungere una pluralità di persone». Il meccanismo delle amicizie a catena di Facebook ha, per i giudici, la capacità di raggiungere un numero potenziale di persone e, dunque, di amplificare l’offesa.

Cass. sent. n. 24431/2015 dell’8.06.2015

I presupposti del reato ex art. 595 c.p. sono costituiti dalla comunicazione di un’espressione offensiva dell’altrui reputazione, dall’assenza dell’offeso e dalla presenza di più persone. Orbene, si deve presumere la sussistenza del requisito della comunicazione con più persone qualora il messaggio diffamatorio sia inserito, come accaduto nella fattispecie, in un sito internet per sua natura destinato ad essere normalmente visitato in tempi assai ravvicinati da un numero indeterminato di soggetti. Altresì, in ordine al caso concreto, ove l’imputato aveva scritto un messaggio sulla pagina facebook della vittima offensivo dell’onore e del decoro di quest’ultima, il reato ascritto al medesimo poteva essere qualificato come delitto di diffamazione aggravato dall’avere arrecato l’offesa con un mezzo di pubblicità; fattispecie considerata al comma terzo dell’art. 595 c.p. ed equiparata, sotto il profilo sanzionatorio, alla diffamazione commessa con il mezzo della stampa. Sul punto, si precisava che, per volontà del legislatore, la diffamazione su internet rientra nella previsione del comma terzo dell’art. 595 c.p. atteso che un sito web, un blog, un forum, un social network e quindi anche facebook, sono considerati “mezzi di pubblicità”, in quanto consentono la diffusione di testi, immagini e video ad una moltitudine di soggetti. In merito all’elemento soggettivo, era fuori di dubbio che il fatto era stato commesso con dolo, considerato che non è necessario l’animus diffamandi, inteso come fine di ledere la reputazione di un’altra persona, perché l’art. 595 c.p., al pari dell’art. 594 c.p., non esige un dolo specifico. Di talché, in applicazione del concetto generale di dolo, per la sua sussistenza basta che il colpevole abbia voluto l’azione, ovvero la comunicazione dell’addebito offensivo a più persone ed al tempo stesso si sia almeno reso conto del discredito che col suo operato ha cagionato o poteva cagionare (trattandosi di reato di pericolo) all’altrui reputazione. È, dunque, sufficiente il dolo generico, consistente nella volontà cosciente e libera di propagare notizie e commenti con la consapevolezza della loro attitudine a ledere l’altrui reputazione. Si è poi sottolineato come fosse pacifica la riconducibilità dell’episodio all’imputato, atteso che si era accertato che il messaggio proveniva dal profilo facebook dell’imputato, soggetto facente parte del gruppo di persone con le quali la persona offesa aveva stretto amicizia su facebook.

Trib. Ivrea, sent. n. 139/2015 del 13.04.2015

Non integra il delitto di diffamazione l’omesso controllo, da parte dell’amministratore di un gruppo di discussione aperto su una piattaforma telematica, sui messaggi, di carattere diffamatorio, postati sulla bacheca del gruppo da taluni membri. L’amministratore del gruppo, invero, può rispondere di diffamazione solo allorché ricorra, sotto il profilo soggettivo, una responsabilità concorsuale, commissiva ovvero omissiva, di tipo morale, la cui prova deve essere rigorosamente fornita dall’ufficio di Procura. Difatti, in sede penale non è possibile ritenere che le offese degli utenti debbano darsi per condivise dal dominus del gruppo solo in quanto da questi approvate, in modo specifico (nel caso in cui abbia predisposto un sistema di filtri) ovvero in modo generico ed incondizionato (nel caso in cui non l’abbia predisposto). Nel caso concreto, peraltro, la insussistenza dell’elemento soggettivo del reato contestato può trarsi dall’avvenuta cancellazione, in termini relativamente celeri (circa 3 giorni), dei post diffamatori da parte degli amministratori del gruppo e dall’avvenuta contestuale pubblicazione di un post con il quale spiegavano le ragioni dell’intervento e, in sostanza, si dissociavano dalle affermazioni diffamatorie rese dai membri.

Trib. Vallo della Lucania, sent. del 24.02.2016.

I reati di ingiurie e diffamazione possono essere commessi a mezzo di internet, tale ipotesi integra l’ipotesi aggravata di cui al terzo comma della norma incriminatrice.

Cass. sent. n. 24431/2015

In tema di sequestro di giornali e di altre pubblicazioni, la testata giornalistica telematica, funzionalmente assimilabile a quella tradizionale in formato cartaceo, rientra nella nozione di “stampa” di cui all’art. 1 della legge 8 febbraio 1948, n. 47 e, pertanto, non può essere oggetto di sequestro preventivo in caso di commissione del reato di diffamazione a mezzo stampa, in quanto si tratta di prodotto editoriale sottoposto alla normativa di rango costituzionale e di livello ordinario, che disciplina l’attività di informazione professionale diretta al pubblico. (In motivazione la Corte ha precisato che, in tale ambito, non rientrano i nuovi mezzi di manifestazione del pensiero destinati ad essere trasmessi in via telematica quali forum, blog, newsletter, newsgroup, mailing list e social network, che, pur essendo espressione del diritto di manifestazione del pensiero, non possono godere delle garanzie costituzionali relative al sequestro della stampa).

Cass. sent. n. 31022/2015

Il carattere pubblico delle offese arrecate: offese certamente riconducibili in modo immediato e diretto (al convenuto), non solo per la riferita forzata condivisione con i comuni “amici Facebook” delle abitudini di vita dell’attrice e dei suoi asseriti comportamenti vessatori (…), ma anche più semplicemente per la evidente circostanza che il messaggio ingiurioso è immediatamente successivo a quello inviato dalla stessa (attrice) a commento della foto pubblicata dal comune “amico Facebook” G. F. (il quale, poi, a detta dello stesso convenuto ebbe a “cancellare” il messaggio de quo).

Trib. Monza, sent. n. 770/2010 del 2.03.2010

Nel caso di reato di diffamazione commesso a mezzo internet, è ammissibile la citazione quale responsabile civile della società che, in qualità di provider, ha ospitato sul proprio server un sito web contenente dati personali della persona offesa, senza previa autorizzazione della stessa, potendosi configurare astrattamente, nel caso di condanna dell’imputato, una responsabilità civile a carico della predetta società per il risarcimento dei danni cagionati per i fatti addebitati all’imputato, a norma dell’art. 15 “Codice della privacy” in relazione all’art. 2050 c.c.

Trib. Milano sent. del 10.07.2006

Affinché il “provider”, che si limiti ad ospitare sui propri “server” i contenuti di un sito Internet predisposto dal cliente, possa rispondere per le attività illecite poste in essere da quest’ultimo, non è possibile ravvisare un’ipotesi di colpa presunta, ma è necessario che sussista la colpa in concreto, ravvisabile, ad esempio, laddove venuto a conoscenza del contenuto diffamatorio di alcune pagine “web”, non si attivi immediatamente per farne cessare la diffusione in rete.

Trib. Napoli, sent. del 4.09.2002

In caso di diffamazione consumata mediante i contenuti di un sito Internet, sussiste la responsabilità concorrente del “provider”, ancorché quest’ultimo si sia limitato semplicemente ad ospitare sui propri “server” il contenuto delle pagine “web” predisposti dal cliente, ai sensi dell’art. 18 l. n. 675 del 1996, che estende la regola di cui all’art. 2050 c.c. a colui che tratta dati personali.

Cass. sent. n. 6591/2002

Quando si verifica la lesione di un diritto inviolabile della persona umana, costituzionalmente garantito ex art. 2 cost., come nel caso di espressioni offensive della reputazione della persona in quanto tale (e non quindi della reputazione professionale) contenute in un sito Internet, il danno risarcibile ex art. 2043 c.c. si identifica con l’evento lesivo (c.d. danno-evento). In tal caso l’illecito, e quindi il danno, si verifica, in astratto, allorché il sito contenente la comunicazione lesiva viene “visitato”.

Cass. sent. n. 6591 del 8.05.2002

In caso di obbligazione risarcitoria ex art. 2043 e 2059 c.c., conseguenti a diffamazione posta in essere via Internet tramite l’inserimento di un messaggio all’interno di un “newsgroup”, il foro competente ai sensi dell’art. 20 c.p.c. è quello del luogo in cui il danneggiato ha il proprio domicilio, in quanto, essendo la sede principale dei propri affari ed interessi, è questo il luogo in cui le conseguenze negative dell’illecito diffamatorio si producono in misura più rilevante.

Cass. sent. n. 6591 del 8.05.2002

In tema di risarcimento del danno extracontrattuale, patrimoniale e morale, per lesione del diritto alla reputazione di una persona giuridica, compiuta mediante l’inserimento nella rete telematica (Internet), attraverso un “newsgroup”, di frasi offensive, il “forum commissi delicti”, ai fini della individuazione del giudice territorialmente competente a decidere la causa a norma dell’art. 20 c.p.c., va individuato nel luogo di verificazione dei lamentati danni in conseguenza dell’evento diffamatorio, e quindi coincide con il luogo in cui il soggetto offeso ha il proprio domicilio, atteso che, essendo il domicilio la sede principale degli affari e degli interessi, esso rappresenta il luogo in cui si realizzano le ricadute negative dell’offesa alla reputazione.

Cass. sent. n. 6591 del 8.05.2002

Nel caso di diffamazione compiuta in Internet, mediante la partecipazione ad un “newsgroup”, il “forum commissi delicti” è quello del luogo dove si trova il “server” sul quale sono caricate le pagine contenenti le dichiarazioni diffamanti, salvo che manchino prove certe riguardo all’ubicazione del “server”, nel qual caso la competenza va radicata presso il foro del luogo di residenza del danneggiante.

Trib. Lecce, sent. del 24.02.2001


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2 Commenti

  1. Ho sporto querela per una diffamazione su Facebook, ma il P.M. ha chiesto l’archiviazione perché non è stato possibile accertare l’identità dell’autore dei contenuti diffamatori. Come posso far valere i miei diritti?

    1. È frequente che, di fronte a querele sporte per reati di ingiuria o diffamazione su Facebook o altri social network, il Pubblico Ministero chieda l’archiviazione perché non si è riusciti ad accertare l’identità dell’autore dei contenuti offensivi.Questo capita soprattutto quando i contenuti sono postati da account che riportano nomi di fantasia o comunque non corrispondenti ad un’identità anagrafica, o quando si tratta di pagine o gruppi non riconducibili direttamente ad una specifica persona.In questi casi, se la Polizia postale non riesce a raccogliere elementi utili a risalire comunque all’identità del colpevole, occorrerebbe chiedere una rogatoria internazionale per imporre alla società estera che gestisce il social network di esibire i c.d. file di “log” o comunque i file contenuti nel server che rivelano l’identità dell’autore di ogni materiale pubblicato.La rogatoria all’estero è una procedura che può essere attivata esclusivamente da un Giudice o dal Pubblico Ministero per comunicazioni, notificazioni e per attività di acquisizione probatoria.Il magistrato deve inoltrare la rogatoria al Ministro della giustizia, il quale, se ritiene di dover dare corso alla stessa poiché essa non mette in pericolo gli interessi dello Stato, la trasmette entro trenta giorni per via diplomatica alla competente autorità straniera.Si tratta di una procedura che può essere avviata esclusivamente da un magistrato e che si rivela particolarmente complessa in quanto richiede l’intervento di alte autorità politiche nazionali e straniere. Ciò spiega la ragione per la quale spesso i magistrati, qualora non si tratti di reati di particolare gravità, sono spesso molto restii a procedere alla rogatoria e preferiscono chiedere l’archiviazione delle indagini.La giurisprudenza non rivela infatti casi di rogatoria per l’acquisizione di prove relative a reati di diffamazione su internet. La stessa società americana che gestisce il social network Facebook è sempre apparsa molto restia a concedere all’autorità giudiziaria italiana l’accesso ai propri dati per la persecuzione di reati, ad eccezione di un caso, risalente allo scorso anno, relativo ad un fatto di pedofilia evidentemente ritenuto di tale gravità da giustificare il ricorso ad una procedura complessa quale la rogatoria internazionale.Di fronte alle eccessive difficoltà di procedere per rogatoria e all’inerzia del Pubblico Ministero, occorre tuttavia aver presente che la Polizia postale è comunque generalmente in grado di avviare accertamenti all’esito dei quali può ottenersi la prova dell’identità dell’autore di un post o del gestore di un account.A ciò si aggiunga poi la possibilità, da parte del privato vittima di diffamazione o minacce, di incaricare un esperto informatico o un’agenzia investigativa che posseggono le competenze e gli strumenti tecnologici attraverso i quali è comunque possibile, in genere, raccogliere elementi decisivi ai fini della prova (ad esempio attraverso la c.d. “ingegneria sociale”).Questa ultima opzione ha lo svantaggio, tuttavia, di comportare per la persona offesa un costo che nei casi più complessi può risultare piuttosto elevato.Qualora chi avesse sporto una querela per diffamazione (o per qualunque altro reato) consumato su un social network, dovesse ricevere l’avviso della richiesta di archiviazione del Pubblico Ministero, può opporsi all’archiviazione presentando al P.M., entro dieci giorni dalla notifica, un atto scritto di opposizione con il quale chiede la prosecuzione delle indagini.Tale avviso sarà ricevuto solo se è stato espressamente chiesto all’atto della presentazione della querela o successivamente nel corso delle indagini.Con l’opposizione la persona offesa deve indicare, a pena di inammissibilità, gli elementi di prova oggetto delle ulteriori indagini.Il Giudice per le indagini preliminari fissa un’udienza all’esito della quale può accogliere la richiesta di archiviazione o, al contrario, accogliere l’opposizione della persona offesa, ordinando al Pubblico Ministero quali ulteriori attività d’indagine dovrà svolgere oppure ordinandogli di esercitare l’azione penale formulando una formale imputazione nei confronti dell’indagato.In questi casi, il consiglio è pertanto quello di presentare opposizione, allegando eventuali elementi di prova raccolti personalmente o tramite l’ausilio del proprio avvocato o di un esperto e indicando altresì quali siano le ulteriori attività d’indagine necessarie ad accertare l’autore del reato, come ad esempio la rogatoria internazionale.

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