Diritto e Fisco | Articoli

Rifiuto part-time: possono licenziarmi?

27 Febbraio 2019 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 27 Febbraio 2019



Il lavoratore dipendente può essere licenziato se rifiuta la riduzione dell’orario di lavoro?

Il tuo datore di lavoro ti ha chiesto di passare al part time, perché l’azienda si trova in una situazione di difficoltà, dal punto di vista economico. Tu non vorresti ridurre l’orario di lavoro, perché non puoi permetterti la diminuzione dello stipendio: hai tuttavia paura di essere licenziato, rifiutando il part time. Sai, infatti, che ci sono state delle recenti modifiche in materia di contratti di lavoro effettuate dal Jobs Act, ed in particolare dal Testo unico dei contratti [1], che rendono il rapporto lavorativo più elastico e danno al datore di lavoro la possibilità di licenziare più facilmente.

Ma è davvero così? Chi rifiuta il passaggio al part-time può essere licenziato?

Per rispondere esaurientemente alla domanda: rifiuto part-time: possono licenziarmi? Vediamo nel dettaglio in quali casi il datore può ridurre l’orario di lavoro, e quali sono le possibilità di opporsi per il dipendente.

Come funziona il part time

Il termine part time, o tempo parziale è riferito al contratto di lavoro con un orario inferiore a quello ordinario (pari a 40 ore settimanali, per la generalità dei lavoratori dipendenti [2]), o a quello, eventualmente, minore previsto dallo specifico contratto collettivo applicato nell’azienda.

Il part time può essere orizzontale (l’orario giornaliero è ridotto, ma l’attività è svolta in tutte le giornate lavorative), verticale (l’orario giornaliero è pieno, ma l’attività è svolta solo in alcune giornate lavorative), o misto (si tratta di una combinazione di part time verticale ed orizzontale).

Il lavoratore part time ha gli stessi diritti del dipendente a tempo pieno, ma le spettanze sono ridotte in proporzione all’effettivo lavoro prestato: in parole semplici, lo stipendio è ridotto, assieme ai contributi, ai ratei ed alle mensilità aggiuntive.

La riduzione dell’orario di lavoro si concretizza dunque in una situazione di generale svantaggio economico, che viene però accettata dal dipendente in cambio di maggiore tempo libero, utile magari a conciliare le esigenze personali o familiari con l’impiego.

Nel caso in cui il dipendente non abbia l’esigenza di ridurre l’orario, tuttavia, è difficile che questi possa acconsentire al passaggio al part-time, viste le penalizzazioni economiche, talvolta notevoli, basate sull’effettiva riduzione dell’orario.

Come funzionano le clausole elastiche?

Il decreto attuativo del Jobs Act, di riordino dei contratti di lavoro, ha reso il part time ancora più appetibile per le aziende, prevedendo la possibilità di ricorrere a clausole elastiche per richiedere ore di lavoro supplementare (aggiuntive rispetto al tempo parziale pattuito, ma al di sotto dell’orario ordinario di lavoro).

In pratica, grazie alle clausole elastiche il contratto di lavoro può essere stipulato con un orario minimo, che può essere ampliato temporaneamente, secondo le esigenze dell’azienda: in questo modo, la prestazione dei dipendenti può essere modulata in base alle esigenze produttive, senza che l’impresa sopporti un onere pieno in periodi di bassa produttività.

Bisogna però tener presente che:

  • le clausole elastiche devono essere previste dal contratto collettivo, anche territoriale o aziendale, e stipulate per iscritto col lavoratore; se non previste dal contratto collettivo, datore e lavoratore possono pattuirle solo in sede protetta (presso le apposite commissioni di certificazione);
  • l’aumento delle ore lavorative nell’accordo deve prevedere una maggiorazione della paga oraria, per il dipendente, pari almeno al 15% della retribuzione oraria globale di fatto;
  • è previsto un preavviso minimo da fornire al dipendente, pari a 2 giorni;
  • la misura massima dell’aumento orario non può eccedere il limite del 25% della normale prestazione annua a tempo parziale

Rifiuto del part time: è legittimo il licenziamento?

Il dipendente che rifiuta il part time non può essere licenziato: malgrado le recenti modifiche in materia di rapporti di lavoro effettuate dal Jobs Act, ed in particolare dal Testo unico di riordino dei contratti [1], è illegittimo il recesso del datore dovuto soltanto al rifiuto di ridurre l’orario da parte del lavoratore. Lo ha stabilito, con una nota sentenza [3], la Corte di Cassazione.

Perché il licenziamento possa risultare legittimo, è difatti necessaria l’esistenza di obiettive esigenze dell’azienda che impediscano di utilizzare proficuamente l’attività lavorativa a tempo pieno: non è sufficiente, cioè, provare che mantenere un dipendente a tempo pieno comporti semplicemente un pregiudizio economico.

In altre parole, perché il datore di lavoro possa licenziare il dipendente che rifiuta di convertire il rapporto da full-time a part-time, è necessario provare l’impossibilità di utilizzare proficuamente la prestazione a tempo pieno del lavoratore.

Una prova certamente non semplice, che non si esaurisce nella dimostrazione di un mero pregiudizio economico: l’utilizzo del lavoratore full-time non deve soltanto comportare una maggiore spesa, ma deve infatti risultare non proficuo, per poter procedere al licenziamento.

note

[1] D.lgs. 81/2008.

[2] D.lgs. 66/2003.

[3] Cass. Sent. 21875/2015.


scarica un contratto gratuito
Creato da avvocati specializzati e personalizzato per te

Per avere il pdf inserisci qui la tua email. Se non sei già iscritto, riceverai la nostra newsletter:

Informativa sulla privacy
DOWNLOAD

Lascia un commento

Usa il form per discutere sul tema. Per richiedere una consulenza vai all’apposito modulo.

 



NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA