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Accredito stipendio non dovuto: conseguenze

28 Febbraio 2019


Accredito stipendio non dovuto: conseguenze

> Diritto e Fisco Pubblicato il 28 Febbraio 2019



Obbligo di restituzione delle somme versate in busta paga per errore: sussistenza del reato e prescrizione del diritto del datore di lavoro a ottenere il rimborso.

Nell’ambito del rapporto di lavoro capita più spesso di trovare una busta paga più leggera di quanto dovrebbe essere piuttosto che ricevere somme a cui non si ha diritto. Tuttavia numerose sentenze della giurisprudenza dimostrano che esistono casi in cui al dipendente vengono riconosciuti, per errore, degli emolumenti che non dovrebbero spettargli in busta paga o addirittura che, nonostante la cessazione del rapporto di lavoro, la retribuzione gli venga ugualmente versata. Ebbene, in caso di accredito di stipendio non dovuto quali sono le conseguenze legali cui va incontro il lavoratore? 

I dubbi che si pongono in questa situazione sono essenzialmente tre: il primo è quello della sussistenza di un obbligo di restituzione per chi, in buona fede, ha continuato a percepire tali somme e magari a spenderle; il secondo è, nell’ipotesi in cui si accedesse all’idea della necessaria riconsegna del denaro, il termine di prescrizione cui sarebbe soggetto il pagamento; il terzo è quello della eventuale sussistenza del reato di appropriazione indebita da parte del dipendente che, pur accortosi di ricevere uno stipendio che non gli è dovuto, non abbia informato di ciò l’ufficio del personale. 

Ad elencare le conseguenze cui si va incontro in caso di accredito dello stipendio non dovuto sono due recenti sentenze della Cassazione [1]. Una di queste era stata da noi già commentata nell’articolo Somme non dovute in busta paga: il dipendente deve restituirle? Oggi ci torna utile per fare un quadro più completo della situazione e spiegare meglio quali sono i rischi per il lavoratore in buona o in malafede. Vogliamo iniziare subito dall’analisi delle conseguenze penali e quindi dalla possibile contestazione di un reato nei suoi confronti. Analizzeremo poi gli eventuali obblighi restitutori in via civile. 

Stipendio erogato per sbaglio: è reato?

Immaginiamo un dipendente che abbia cessato da qualche mese il rapporto di lavoro con un ente pubblico o una grossa società privata. Ciò nonostante l’ufficio paghe gli continua a versare lo stipendio per un errore nella gestione della contabilità. Lui non dice nulla e, anzi, fa sparire quei soldi dal conto, salvo poi fare spallucce nel momento in cui il datore di lavoro, accortosi dell’errore, gliene chiede la restituzione. «Ormai li ho spesi» dice, trincerandosi dietro al fatto di non aver mai eseguito un estratto conto per accorgersi degli accrediti. Per tutta risposta il datore lo denuncia per appropriazione indebita: sospetta la malafede dell’ex lavoratore e, pertanto, anche la commissione del reato. Qual è il parere in merito della giurisprudenza? Il processo penale si concluderà con una condanna del percettore delle somme?

Di recente la Cassazione [1] ha detto che non si può parlare di alcun reato di appropriazione indebita. La ragione è piuttosto tecnica e, ai non esperti di diritto, potrebbe sembrare formale. Ai fini della configurabilità del delitto di appropriazione indebita – sostiene la Corte – qualora l’oggetto del reato sia proprio il denaro, come nel caso di specie, occorre che il responsabile violi la specifica destinazione di scopo indicata dal proprietario al momento della consegna: in pratica deve aver utilizzato l’oggetto in modo diverso da quello per il quale gli è stato dato. Non basta, quindi, «il semplice inadempimento dell’obbligo di restituire somme in qualunque forma ricevute».

Pertanto, visto che lo stipendio non viene mai vincolato a un determinato scopo – se non a quello generico della sopravvivenza – non si può parlare di reato. Qualora il datore di lavoro continui ad erogare erroneamente lo stipendio al lavoratore in relazione ad un rapporto lavorativo ormai cessato, il bonifico bancario con cui viene disposta l’erogazione della somma di denaro determina il trasferimento dello stesso nella sfera patrimoniale del beneficiario ma, anche se questi è in malafede, non è possibile denunciarlo. 

Stipendio erogato per sbaglio: va restituito?

Dal penale passiamo ora al civile e verifichiamo se il dipendente, che in buona fede ha percepito magari per anni una gratifica sulla busta paga a cui non aveva più diritto o un rimborso spese per una trasferta cui non è più soggetto, è tenuto a restituire tutte le somme che gli sono state accreditate. Qui si scontrano due esigenze opposte: da un lato quella del datore di lavoro a ottenere dei soldi che non erano dovuti e che sono stati erogati solo a causa di un errore materiale; dall’altro quella del lavoratore che, invece, vanta dei diritti quesiti e, dopo tanti anni, potrebbe aver ormai fatto affidamento su determinate somme, considerandole parte integrante dello stipendio e avendo conformato il proprio tenore di vita all’intero stipendio percepito. Senza contare il fatto che una richiesta di restituzione di una (seppur minima) parte dello stipendio, avanzata dopo molti anni, potrebbe mettere in difficoltà chiunque: sia per la capitalizzazione delle somme che per gli interessi nel frattempo maturati. Ebbene, ci si chiede se il dipendente deve restituire lo stipendio erogato per sbaglio.

Bisogna fare una distinzione tra lavoro nella pubblica amministrazione lavoro nel privato. 

Nel caso di pubblico dipendente, il dovere di correttezza e trasparenza, unito a quello di buon andamento e imparzialità della pubblica amministrazione impongono al lavoratore di rimborsare all’ente gli stipendi o le voci dello stipendio a lui versate per errore. A tale soluzione giunge una sentenza del Tar Marche [2]. In ogni caso l’amministrazione datrice di lavoro – si legge in sentenza – non è obbligata per legge a richiedere la restituzione delle proprie somme, dovendo prima valutare la buona fede del percepente che, di solito, rimane estraneo al metodo di calcolo dello stipendio, degli assegni e delle indennità, limitandosi all’attività della sola percezione. Pertanto, prima di procedere al recupero dell’indebito, la pubblica amministrazione deve necessariamente farsi carico di valutare l’affidamento ingenerato nel lavoratore sulla correttezza dei pagamenti eseguiti in relazione, anche, al tempo trascorso dalla originaria liquidazione.

Nel caso invece di lavoro privato, la tutela dell’affidamento del dipendente è stata più spesso tutelata laddove questi sia in buona fede. Così due sentenze della Cassazione negano l’obbligo di restituzione solo per quelle somme versate in modo stabile e continuativo al dipendente, tanto da fargli credere, salvo prova contraria, che esse siano divenute parte integrante della retribuzione di base e non semplici gratifiche o rimborsi o premi produzione [3].

Fuori da questo caso, invece, sussiste l’obbligo della restituzione degli importi versati per errore. Ma entro determinati termini di prescrizione. Eccoli.

Restituzione stipendio errato prescrizione

Quand’anche il dipendente dovesse restituire lo stipendio – o una sola parte – versato per errore, egli non dovrebbe ridare tutte le somme percepite illegittimamente in busta paga ma solo quelle la cui restituzione non è ancora caduta in prescrizione. In particolare la giurisprudenza [4] ha chiarito che «Il diritto del datore di lavoro alla restituzione di somme indebitamente percepite dal lavoratore si prescrive nel termine di dieci anni, a nulla rilevando la modalità di erogazione al lavoratore di quanto non dovuto con ratei mensili di stipendio, termine che comunque decorre in costanza del rapporto di lavoro».  

Ne consegue che solo le ultime 10 annualità saranno oggetto dell’obbligo di restituzione, fermo restando che, comunque, per tale comportamento di illegittima percezione, il dipendente non potrà mai essere incriminato penalmente. 

note

[1] Cass. sent. n. 8459/19 del 26.02.2019.

[2] Tar Ancona, Marche, sent. n. 740/2001.

[3] Cass. sent. n. 222387/18 del 13.09.2018.

[4] C. App. Milano, sent. n. 80/2009.

Autore immagine: ricevere soldi dal computer di LanKogal

Corte di Cassazione, sez. II Penale, sentenza 29 gennaio – 26 febbraio 2019, n. 8459

Presidente Gallo – Relatore Aielli

Ritenuto in fatto

L.S. ricorre avverso la sentenza della Corte di Appello di Trieste del 4/7/2017 con la quale, in parziale riforma della sentenza del Tribunale di Pordenone del 18/11/2014, esclusa la circostanza aggravante di cui all’art. 61 c.p., n. 9, è stata ridotta la pena a lui inflitta per il delitto di appropriazione indebita (art. 646 c.p.), aggravata ex art. 61 c.p., n. 11; deduce il vizio di violazione di legge in relazione agli artt. 15, 646 e 647 c.p., atteso che la Corte d’appello pur ritenendo che la condotta appropriativa del denaro – posta in essere dal L. il quale, nonostante il collocamento in acquiescenza, continuò a percepire lo stipendio – fosse riconducibile alla fattispecie di cui all’art. 647 c.p., per la quale non era stata proposta querela, concludeva per la rilevanza penale del fatto ex art. 646 c.p., in violazione del principio di specialità, dovendosi invece ritenere, a parere del ricorrente, che in ogni caso la condotta in parola dovesse rientrare nella previsione di cui al D.Lgs. n. 7 del 2016, art. 4, comma 1, lett. f) che prevede una sanzione assimilabile a quella penale ovvero una sanzione amministrativa che, in virtù dell’art. 15 c.p. ovvero della L. n. 689 del 1981, art. 9, dovrebbe essere applicata in luogo dell’art. 646 c.p., dovendosi escludere in ogni caso, ex art. 2 c.p., la rilevanza penale del fatto.

Con il secondo motivo il ricorrente deduce i vizi di violazione di legge e la manifesta illogicità della motivazione avuto riguardo alla ritenuta sussistenza della circostanza aggravante di cui all’art. 61 c.p., n. 11, dovendosi escludere che la erogazione dello stipendio fosse ricollegabile al preesistente rapporto lavorativo quanto piuttosto ad un errore di comunicazione tra la Direzione generale del Lavoro e la Ragioneria territoriale dello Stato, deficit di comunicazione cui non avrebbe contribuito il L. con la conseguenza che data l’ipotizzabilità dell’appropriazione indebita semplice, il reato sarebbe improcedibile per mancanza di querela.

Con il successivo motivo il L. censura la sentenza impugnata per della violazione di legge e manifesta illogicità della motivazione avuto riguardo alla condotta appropriativa. Secondo il ricorrente, data la confusione del denaro, bene fungibile, con il patrimonio dell’accipiens, si potrebbe ipotizzare solo un’azione civile di indebito arricchimento ex art. 2033 c.c., come ritenuto in fase di indagini dal Gip che negò il sequestro delle somme indebitamente percepite; in ogni caso anche a voler considerare, come ritenuto dalla Corte di merito, che la condotta penalmente rilevante del L. fosse quella successiva al ricevimento del denaro e si sostanziasse nella omessa segnalazione dell’errore, tale condotta non darebbe luogo ad alcuna fattispecie penalmente rilevante, né lo sarebbero le condotte distrattive segnalate dalla Corte di merito, costituenti un post factum non punibile a fronte, invece, della disponibilità alla restituzione manifestata dal ricorrente, il quale si sarebbe fondatamente opposto alla diffida amministrativa di restituzione, solo con riguardo quantum computato chiedendo, data la propria situazione economica, solo una rateizzazione del debito. Aggiunge il ricorrente che la Corte d’appello avrebbe erroneamente ritenuto sussistente l’elemento soggettivo del reato senza tener conto dell’autodenuncia del L. circa l’indebito percepimento; censura, infine, con riguardo al trattamento sanzionatorio, l’eccessività della pena, il diniego delle circostanze attenuanti generiche e dell’attenuate comune di cui all’art. 62 c.p., n. 6.

Considerato in diritto

Il ricorso è fondato e va accolto.

Nel caso di specie si verte in tema di appropriazione indebita di somme di denaro erroneamente erogate dall’Ente dal 20 gennaio 2010 al 14/11/2012, nonostante l’intervenuta cessazione del rapporto di lavoro.

Orbene a prescindere dalla contraddittorietà della argomentazione riportata nella premessa della impugnata sentenza, laddove si ritiene la condotta appropriativa del L. , caratterizzata dall’errore sulla persona diversa dal disponente, integrativa “certamente” della fattispecie di cui all’art. 647 c.p., comma 3, ora depenalizzata D.Lgs. n. 7 del 2016, ex art. 4, salvo poi considerare la condotta medesima penalmente rilevante ai sensi dell’art. 646 c.p., si deve concludere, in linea con quanto sostenuto dalla difesa al punto C) del ricorso, che il fatto non presenta caratteri di illiceità penale non ricorrendo l’elemento oggettivo del reato di cui all’art. 646 c.p. e ciò non in ragione della natura fungibile del bene (denaro) oggetto della condotta appropriativa, che va considerato di altri quando sia affidato per un uso determinato o per una specifica indicazione nell’interesse del proprietario, ma perché ai fini della configurabilità del delitto di appropriazione indebita, qualora oggetto della condotta sia appunto il denaro, è necessario che l’agente violi, attraverso l’utilizzo personale, la specifica destinazione di scopo ad esso impressa dal proprietario al momento della consegna, non essendo sufficiente il semplice inadempimento all’obbligo di restituire somme in qualunque forma ricevute (Sez. 2, n. 15815/2017, Rv. 269462; Sez. 2 n. 50672/2017, Rv. 271385; Sez. 2, n. 24857/2017, Rv. 270092). Nel caso di specie la disposizione di bonifico bancario da parte dell’Ente erogatore dello stipendio, sia pure erroneamente eseguita, ha determinato il trasferimento del denaro sul conto corrente del L. i cui atti dispositivi non possono considerarsi dimostrativi dell’interversio possessionis trattandosi di bene entrato nel patrimonio dell’accipiens, senza destinazione di scopo e configurandosi, in tal caso, solo un obbligo di restituzione dell’indebito. Infatti a seguito della dazione, la somma di denaro è entrata definitivamente a far parte del patrimonio dell’”accipiens” senza alcun vincolo di impiego, con la conseguenza che venuto meno il rapporto, tra le parti matura solo un obbligo di restituzione che, ove non adempiuto, integra esclusivamente un inadempimento di natura civilistica.

Tali considerazioni impongono l’annullamento senza rinvio.

P.Q.M.

Annulla senza rinvio la sentenza impugnata perché il fatto non sussiste.


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