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A chi va l’animale domestico dopo la separazione?

28 Febbraio 2019


A chi va l’animale domestico dopo la separazione?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 28 Febbraio 2019



Procedimenti di separazione e divorzio giudiziale e consensuale: a chi vengono affidati cani e gatti tra marito e moglie. Il microchip non è rilevante per decidere l’affidamento condiviso. 

Non è un problema da poco vista l’elevata percentuale di coppie che divorzia e la sempre più frequente presenza di cani e gatti nelle abitazioni: a chi va l’animale domestico dopo la separazione? Se è vero che si fanno sempre meno figli e che in molti preferiscono adottare un quadrupede, come si fa quando marito e moglie si distaccano e ciascuno dei due vorrebbe tenere per sé l’animale?

Come potrai immaginare non esistono leggi a riguardo. Né, evidentemente, l’intestazione del cane all’anagrafe canina potrebbe essere un criterio dirimente visto che l’amore non conosce nozioni di proprietà. 

Salomone, una volta, dinanzi al litigio di due donne che rivendicavano la maternità di un bambino, minacciò di dividerlo con una spada, per assegnarne una metà a ciascuna delle contendenti; un saggio sistema che gli consentì di comprendere quale delle due, rifiutando una soluzione tanto aberrante e rinunciando alla propria parte, avrebbe rivelato l’amore più grande. 

Invece, al giorno d’oggi le cose vanno diversamente e lo vediamo già con gli stessi figli: che diventano terreno di scontro, di reciproche vendette e di ricatto tra gli ex coniugi. I bambini vengono allontanati psicologicamente dall’altro genitore, dimenticando il diritto (naturale) di ognuno ad avere relazioni amorevoli tanto con il padre quanto con la madre. 

Se tanto avviene con gli esseri umani non diversa è la situazione con cani e gatti. Tant’è che numerose volte i giudici, nel corso di una causa tra coniugi, si sono trovati a dover decidere a chi va l’animale domestico dopo la separazione.

L’ultimo mattone sulla questione è stato posto da una interessante sentenza del tribunale ordinario di Sciacca [1]. Clamorosa la decisione del magistrato di disporre – non diversamente da quanto avviene per i figli – un affidamento condiviso per il cane il quale, così, dovrà stare una settimana col marito e una settimana con la moglie. I coniugi si divideranno equamente le spese per il suo mantenimento. 

Il giudice può decidere sull’affidamento degli animali domestici?

Si tratta sicuramente di una nuova linea interpretativa nel panorama giurisprudenziale: di fronte ad una coppia che si vuole separare, litiga su tutto e non riesce neanche a mettersi d’accordo sulla sistemazione degli animali di casa, tocca al giudice fare chiarezza, applicando, in sostanza, le norme previste per l’affido dei figli.

Fino ad oggi, gran parte delle sentenze non si sono pronunciate sull’argomento “animali domestici” nonostante invece la richiesta dalle parti. I giudici hanno preferito distinguere le questioni ritenute “serie” – quelle cioè sui figli e sul mantenimento – da quelle invece più “sentimentali” che non trovano nella legge una tutela. In buona sostanza, molti tribunali hanno sostanzialmente invitato i coniugi a trovare una soluzione condivisa al di fuori delle aule giudiziali. In questo modo si è cercato di non mettere sullo stesso piano i litigi sull’affidamento dei figli a quelli sull’affidamento degli animali.

Solo qualche volta, ma esclusivamente in sede di separazione consensuale, il giudice – seppur con molta riluttanza – ha convalidato gli accordi tra marito e moglie volti a stabilire le regole di assegnazione anche dell’animale domestico. 

Come ha scritto il tribunale di Roma in una sentenza recente [2], nel nostro ordinamento manca una norma di riferimento che disciplini l’affidamento di un animale domestico in caso di separazione o divorzio dei coniugi o dei conviventi. Il nostro legislatore – non è una novità – non è al passo coi tempi e coi mutati costumi sociali. Nel frattempo tocca ai giudici colmare le lacune. Ma anche questi ultimi hanno mostrato molta cautela a prendere decisioni sull’argomento visto che la nostra legge distingue solo tra persone e cose, accomunando gli animali a queste ultime. Non esiste quindi un terzo genere. Anche il giudice capitolino, però, è approdato a una soluzione di affidamento condiviso del quadrupede peloso, con divisione al 50% delle spese per il mantenimento. Il cane è stato costretto a vivere per periodi alterni un po’ con il marito, un po’ con la moglie. 

In generale la giurisprudenza ha detto che sarebbe auspicabile che le questioni relative all’affidamento del cane (del gatto e di qualsiasi altro animale di affezione) siano tenute al di fuori dell’accordo di separazione tra i coniugi e formino invece oggetto di un’ulteriore e apposita scrittura (che assumerebbe quindi le caratteristiche di un normalissimo contratto). Questo però non toglie che, se anche i coniugi dovessero inserire, nell’accordo di separazione, una previsione in merito all’affidamento del cane o del gatto e all’eventuale diritto di visita, ciò non contrasterebbe con nessuna norma; un patto del genere non può essere pertanto considerato proibito. Del resto nulla toglie che, con la separazione e il divorzio, gli ex coniugi disciplinino anche le questioni non strettamente economiche.

In quest’ottica il tribunale di Como, con una sentenza del 3 febbraio 2016, ha omologato l’accordo di separazione consensuale con cui i due coniugi avevano deciso le sorti dell’animale domestico.

Più rigoroso il tribunale di Milano [3] secondo cui, in caso di separazione non condivisa, ossia “giudiziale”, il tribunale non è tenuto a occuparsi dell’assegnazione degli animali domestici, neanche se gli viene chiesto espressamente dalle parti con il ricorso. Solo l’accordo dei coniugi può quindi definire la sorte del cane o del gatto, ma se manca l’intesa non spetta al giudice definire con chi vada a stare e l’ammontare del mantenimento. 

Per maggiori chiarimenti e una panoramica più approfondita su tutti i precedenti leggi: Affidamento cane: che succede con la separazione dei coniugi?

Affidamento condiviso del cane

Per ritornare alla sentenza qui in commento del tribunale di Sciacca, il giudice ha deciso di assegnare il gatto e il cane contesi da moglie e marito in crisi, stabilendo che il primo dovrà stare esclusivamente con l’uomo – anche perché la donna è allergica al pelo di gatto – mentre il secondo si ritroverà una settimana a casa di lui e una settimana a casa di lei.

Clamoroso è il passaggio dedicato dal giudice siciliano al cane, che, «indipendentemente dall’eventuale intestazione risultante nel microchip», viene assegnato «ad entrambi i coniugi, a settimane alterne» con «spese veterinarie e straordinarie» ripartite a metà tra moglie e marito. Molto più semplice la risoluzione della questione riguardante il gatto: la donna è allergica, e quindi il felino va assegnato all’uomo che «appare assicurare il miglior sviluppo possibile dell’identità dell’animale», spiega il giudice.

In contrasto con le precedenti sentenze, il tribunale siciliano ammette invece che «il sentimento per gli animali costituisce un valore meritevole di tutela, anche in relazione al benessere dell’animale stesso». Legittima, di conseguenza, l’applicazione in questa vicenda dei paletti previsti dalla legge per l’affidamento dei figli, alla luce della «mancanza di accordi condivisi» tra i coniugi e a fronte di una evidente lacuna normativa per quanto riguarda gli animali collocati all’interno di una famiglia in crisi.

Proposte di legge

In Parlamento giace una proposta di modifica del Codice civile finalizzata a regolamentare l’affido degli animali familiari in caso di separazione dei coniugi. Più nello specifico, verrebbe inserito l’art. 455-ter, con cui si stabilisce che «in caso di separazione dei coniugi, proprietari di un animale familiare, il tribunale, in mancanza di un accordo tra le parti, a prescindere dal regime di separazione o di comunione dei beni e a quanto risultante dai documenti anagrafici dell’animale, sentiti i coniugi, i conviventi, la prole e, se del caso, esperti di comportamento animale, attribuisce l’affido esclusivo o condiviso dell’animale alla parte in grado di garantirne il maggior benessere. Il tribunale è competente a decidere in merito all’affido anche in caso di cessazione della convivenza more uxorio».

I precedenti in giurisprudenza

Tribunale Roma sez. V, 15/03/2016, n.5322

Nell’ambito di un giudizio restitutorio, il tribunale può disporre l’affido condiviso del cane, ancorché di proprietà di uno solo dei due conviventi che ne reclamano il possesso esclusivo. In assenza di una disciplina normativa ad hoc, infatti, all’animale di affezione è applicabile analogicamente la normativa prevista per i figli minori, cosicché il giudice deve assumere i provvedimenti che lo riguardano tenendo conto esclusivamente dell’interesse materiale – spirituale – affettivo dell’animale. Detta disciplina si applica anche qualora i due “padroni” della bestiola non siano legati da vincolo di coniugio, giacché il legame e l’affetto del cane per ciascuno di loro è indipendente dal regime giuridico che li legava.

Tribunale Como, 03/02/2016

Le clausole della separazione consensuale che assicurano a ciascuno dei comproprietari la frequentazione con l’animale e la responsabilità sullo stesso rivestono un particolare interesse per i coniugi pertanto qualora rientrino nella libertà degli accordi assunti dai coniugi, senza che dette condizioni urtino con alcuna norma cogente né con principi di ordine pubblico, non vi è luogo a provvedere circa il merito di dette questioni ma è possibile verificare la sussistenza dei presupposti della omologazione.

In tema di separazione dei coniugi, può essere omologata la separazione consensuale anche quando vi siano accordi non di natura economica (nel caso di specie riguardanti un animale domestico) che non urtano con alcuna norma cogente né tantomeno con principi di ordine pubblico.

Ritenuto che l’assegnazione e la frequenza con un animale domestico (nella fattispecie, un cane) non possono in alcun modo ed in ogni caso essere assimilate all’affidamento, alla frequenza ed al diritto di visita dei figli minori di coniugi che procedono a separazionepersonale legale, il giudice del procedimento non è legittimato ad intervenire qualora le parti hanno provveduto, con un accordo amichevole e del tutto valido, a regolare l’assegnazione dell’animale e la frequenza dei contatti di ciascuna delle parti con il medesimo .

Tribunale Milano sez. IX, 24/02/2015

L’animale da compagnia va riconosciuto come “essere senziente” e deve anche riconoscersi un vero e proprio diritto soggettivo dell'”animale di compagnia”. Tuttavia, ciò non giustifica, fuori da una cornice disegnata dal legislatore, l’istituzione di diritti d’azione inediti, non sorretti da una specifica previsione normativa (nel caso di specie il tribunale non ritiene ammissibile una domanda ex artt. 316 comma 4 e 337 bis c.c., in assenza di figli, inerente le visite e la gestione dell’animale da compagnia da parte dei due ex conviventi).

Il comproprietario di un animale di compagnia, pur essendo stato più volte riconosciuto in giurisprudenza un vero e proprio “diritto soggettivo all’animale di compagnia”, non può istituire “diritti d’azione” inediti non sorretti da una specifica previsione normativa (nel caso di specie una domanda ex art. 316 comma 4, 337 bis c.c. in assenza di figli), ma può attingere al bacino delle azioni previste a tutela della proprietà e alle altre misure rimediali previste dalla legge per l’esercizio di diritti su bene altrui o in comproprietà.

Tribunale Milano sez. IX, 13/03/2013

Ritenuto che l’animale di compagnia non può essere più collocato nell’area semantica concettuale delle “cose”, ma ormai nell’area degli esseri “senzienti”, i coniugi che procedano a separazione personale possono validamente stabilire, in seno agli accordi, che un animale di compagnia, nella specie un gatto, resti a vivere nell’ambiente dove permane la moglie, e dove è anche collocata la figlia minorenne della coppia; sulla moglie graveranno le spese ordinarie relative all’animale, mentre le spese straordinarie per il medesimo graveranno, in parti uguali, tra i coniugi.

In sede di separazione, non essendo l’animale una “cosa”, bensì un essere senziente, è legittima facoltà dei coniugi quella di regolarne la permanenza presso l’una o l’altra abitazione e le modalità che ciascuno dei proprietari deve seguire per il mantenimento dello stesso.

Tribunale Pescara, 09/05/2002

Il giudice della separazione può disporre, in sede di provvedimenti interinali, che l’animale d’affezione, già convivente con la coppia sia affidato ad uno dei coniugi con l’obbligo di averne cura e statuire a favore dell’altro coniuge il diritto di prenderlo e tenerlo con sé per alcune ore nel corso di ogni giorno.

note

[1] Trib. Sciacca, decr. del 19.02.2019. 

[2] Trib. Roma, sent. n. 5322/2016.

[3] Trib. Milano, ord. del 2.03.2011. Cfr. Trib. Milano decreto 13 marzo 2013: “Ritenuto che l’animale di compagnia non può essere più collocato nell’area semantica concettuale delle “cose”, ormai nell’area degli esseri “senzienti”, i coniugi che procedono a separazione personale possono validamente stabilire, in seno agli accordi, che un animale di compagnia, nella specie un gatto, resti a vivere nell’ambiente dove permane la moglie, e dove è anche collocata la figlia minorenne della coppia; sulla moglie graveranno le spese ordinarie relative all’animale, mentre le spese straordinarie per il medesimo graveranno, in parti uguali, tra i coniugi”; Trib. Varese decreto 7 dicembre 2011, in questa Rivista, 2012, 802: “Il sentimento positivo per gli animali ha ormai protezione costituzionale e penale e riconoscimento comunitario, cosicché deve essere considerato un vero e proprio diritto soggettivo ad un animale da compagnia; diritto, quindi, che va attribuito anche al soggetto anziano e “vulnerabile”, beneficiario di amministratore di sostegno, allorché, ad esempio, egli esprima chiaramente e con determinazione il desiderio ed il bisogno di poter continuare a frequentare il proprio cane anche dopo il ricovero in struttura sanitaria assistenziale (c.d. casa di riposo); il g.t. deve riconoscere formalmente e tutelare il profondo rapporto tra il soggetto anziano e “vulnerabile” ed il suo animale, ricorrendo, se necessario, all’opera di un ausiliario, al quale è dovuto il rimborso di ogni spesa e di ogni costo inerenti all’animale”; S. Piraino, Momento individuale e idea sociale nel diritto alla felicità, in questa Rivista, 1994, 1327.

[4] Trib. Roma, sentt. nn.  2689/18 e 205/18.

Autore immagine: famiglia con cane di 4 PM production

Tribunale ordinario di Sciacca, sez. Unica, decreto 19 febbraio 2019

Giudice Tricoli

Il Presidente

letti ed esaminati gli atti;

sciogliendo la riserva di cui al verbale del (omissis…);

valutato l’esito negativo del tentativo di conciliazione dal quale emerge che la frattura del legame coniugale tra le parti risulta insanabile;

considerato che l’assegno di mantenimento non è dovuto al solo fine di mantenere un tenore di vita analogo a quello goduto in costanza di matrimonio (Cass. n. 11504 del 10/05/2017);

ritenuto, quindi, che in relazione alla durata del matrimonio, all’età delle parti, alla loro capacità lavorativa ed ai loro redditi, appare congruo porre a carico del resistente un assegno mensile di mantenimento da corrispondere a]la ricorrente in Euro (omissis…) rivalutare annualmente ed assegnare a quest’ultima l’abitazione familiare sita in (omissis…);

rilevato che in mancanza di accordi condivisi e sul presupposto che il sentimento per gli animali costituisce un valore meritevole di tutela, anche in relazione al benessere dell’animale stesso, assegna il gatto (omissis…) (omissis…) al resistente che dalla sommaria istruttoria appare assicurare il miglior sviluppo possibile dell’identità dell’animale ed il cane (omissis…), indipendentemente dall’eventuale intestazione risultante nel microchip, ad entrambe le parti, a settimane alterne, con spese veterinarie e straordinarie al 50%.

P.Q.M.

1) autorizza i coniugi a vivere separatamente;

2) assegna la casa coniugale alla ricorrente;

3) fa obbligo al resistente di versare alla ricorrente entro i primi 5 giorni di ogni mese, quale assegno di mantenimento, la somma complessiva di (omissis…) rivalutare annualmente;

4) assegna il gatto (omissis…) al resistente ed il cane (omissis…) ad entrambe le parti a settimane alterne.

Nomina giudice istruttore la dr.ssa (omissis…) e fissa per la comparizione delle parti l’udienza del (omissis…)

Assegna al ricorrente il termine di giorni trenta per il deposito in cancelleria di memoria integrativa.

Assegna al resistente termine sino a venti giorni prima dell’udienza come sopra fissata per costituirsi in giudizio ai sensi degli artt. 166 e 167 1 e 2 co. c.p.c., nonchè per proporre le eccezioni processuali e di merito non rilevabili d’ufficio, con avvertimento alla stessa convenuta che la costituzione oltre il termine assegnato comporterà le decadenze previste nel citato art. 167 e la improponibilità delle predette eccezioni.

Manda alla cancelleria per gli adempimenti di competenza.


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4 Commenti

  1. La legge per tutti potete rispondere ad una mia domanda? Bisogna avere per forza dei motivi per separarsi?

    1. L’unica condizione per separarsi è che la convivenza sia diventata intollerabile. Tuttavia l’intollerabilità viene intesa in senso “soggettivo”. È intollerabile non ciò che “oggettivamente”, e per una persona media, può definirsi tale (ad esempio un marito violento), ma ciò che viene avvertito dal singolo coniuge secondo la propria sensibilità. Tanto è vero che non bisogna fornire al giudice le prove di tale circostanza. Ad esempio, la moglie che ritiene intollerabile il fatto che il marito torni tardi la sera dal lavoro è autorizzata a chiedere la separazione, senza che debba motivare al tribunale le ragioni di tale suo sentimento o addirittura dimostrarle. Le basterà semplicemente dire che, a suo avviso, la convivenza è diventata intollerabile; non deve quindi scendere nei dettagli dei fatti specifici, né il giudice le farà domande in merito. Il solo fatto che una persona si rivolga al tribunale per chiedere la separazione è, per la nostra legge, un elemento più che sintomatico della crisi del matrimonio, sufficiente ad emettere una sentenza di separazione prima e di divorzio dopo.

    1. Il termine per vedere nero su bianco la parola fine sul tuo matrimonio è un anno. Dodici mesi che trascorrono dalla prima udienza davanti al presidente del Tribunale per il tentativo di conciliazione.

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