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Azienda di famiglia: vale l’obbligo di mantenere i figli?

22 Dicembre 2017 | Autore:
Azienda di famiglia: vale l’obbligo di mantenere i figli?

Fino a quando i genitori sono obbligati a mantenere i figli? L’obbligo vale anche se il figlio decide di non lavorare nell’azienda di famiglia?

I figli sono pezzi di cuore. Anche a volerlo con tutto il cuore, però, per i genitori non è sempre facile mantenerli a vita. Il periodo è quello che è, i tempi sono duri e non è facile per i giovani (ed anche i meno giovani) trovare un lavoro, diventare economicamente indipendenti e non avere più bisogno di ricevere il famosissimo “aiuto da casa”. Certo, le cose potrebbero essere più semplici per chi si trova ad avere un’azienda di famiglia o, comunque, un’attività già avviata dai propri genitori. In questo caso, inutile girarci intorno, la strada è più spianata poiché non si devono affrontare gli ostacoli rappresentati dalla difficile ricerca di un posto di lavoro. Al contempo, i genitori potranno tirare prima un respiro di sollievo, certi che – grazie ai sacrifici fatti – non dovranno più mantenere i propri figli, che potranno cominciare a lavorare, dando il proprio contributo nell’azienda di famiglia. Purtroppo, però, le cose non sempre vanno così. Come si suol dire: molte volte “chi ha il pane non ha i denti” e potrebbe succedere che i figli non abbiano alcuna intenzione di diventare economicamente indipendenti lavorando nell’azienda di mamma e papà. A questo punto la domanda sorge spontanea: per i genitori vale comunque l’obbligo di mantenere i figli? Nel caso in cui un figlio non voglia lavorare nell’azienda di famiglia, i genitori devono mantenerlo lo stesso? La questione è stata affrontata dalla Corte di Cassazione con una recentissima pronuncia [1] . Prima di rispondere, però, facciamo il punto generale della situazione e cogliamo l’occasione per comprendere in cosa consiste l’obbligo dei genitori di mantenere i figli e fino a quando i genitori sono obbligati a mantenerli. 

L’obbligo dei genitori di mantenere i figli

Cominciamo innanzitutto con il dire che l’obbligo dei genitori di mantenere i figli è previsto dalla Costituzione [2] e sussiste per il solo fatto di averli generati, per cui vale sia per i figli delle coppie non sposate che per quelle unite da matrimonio. Non di meno l’obbligo grava anche nei confronti dei genitori adottivi.

Fino a quando i genitori sono obbligati a mantenere i figli

genitori sono obbligati a mantenere i figli fino a quando questi non sono in grado di provvedere da soli alle proprie esigenze, il che coincide con l’inizio di un lavoro stabile e duraturo. Quindi, anche se maggiorenne, il figlio disoccupato o precario ha diritto a ottenere dai genitori l’assistenza economica. L’obbligo del mantenimento non viene meno neanche se i figli decidono di andare a vivere da soli una volta divenuti maggiorenni (non potendolo fare quando invece hanno meno di 18 anni, a meno che non vi sia il consenso dei genitori). In tal caso i genitori, nei limiti delle loro capacità economiche, dovranno garantire ai figli andati via di casa lo stesso tenore di vita che avevano quando ancora vivevano sotto il loro stesso tetto. 

Genitori separati e obbligo di mantenimento dei figli

Se i genitori si separano le cose non cambiano. In tal caso, tuttavia, la misura del mantenimento viene determinata dal giudice della separazione o del divorzio. In particolare, il tribunale fissa un contributo fisso mensile (cosiddetto assegno di mantenimento) a carico del coniuge che non vive con i figli, da versare in favore dell’altro. Tale contributo serve a coprire le spese fisse e ordinarie (scuola, acquisto di cibo, vestiario, ecc.). In più il giudice stabilisce che le spese straordinarie (ad esempio quelle mediche o per gite scolastiche) devono essere divise tra i genitori in misura percentuale (di solito al 50% ciascuno). 

Una volta divenuto maggiorenne il figlio va mantenuto?

L’obbligo di mantenere i figli riguarda sempre i figli minori e quelli affetti da handicap grave. In linea di massima, il mantenimento non viene meno, in automatico, con il compimento dei 18 anni, ma solo quando il figlio acquista una propria autonomia economica. Pertanto bisogna comunque provvedere ad assistere i figli maggiorenni disoccupati o privi di un’occupazione stabile, ossia tutti coloro che, non per loro colpa, sono economicamente non autosufficienti. Ne consegue che il giovane indolente che non conclude gli studi per pigrizia o che, pur avendo acquisito una formazione scolastica, non si dà da fare per cercare occasioni di lavoro, non può più ottenere il mantenimento anche se disoccupato.

Fino a quando bisogna mantenere il figlio maggiorenne?

L’obbligo di mantenere i figli viene meno quando questi iniziano un’attività lavorativa che permette loro di raggiungere l’indipendenza economica oppure quando i genitori provano che il mancato svolgimento di un’attività lavorativa dipende da inerzia, rifiuto o abbandono ingiustificato del lavoro stesso da parte dei figli. 

Azienda di famiglia: vale l’obbligo di mantenere i figli?

Ciò premesso, possiamo compiutamente rispondere all’interrogativo che ci siamo posti ad incipit del presente articolo, e cioè: vale comunque l’obbligo di mantenere i figli nel caso in cui questi si rifiutino di lavorare nell’azienda di famiglia?

Come anticipato, a rispondere è stata la Corte di Cassazione. Ebbene, la Suprema Corte ha ribadito che per i genitori l’obbligo di mantenimento dei propri figli non cessa automaticamente con il raggiungimento della maggiore età, ma perdura immutato finché il genitore non provi che il figlio ha raggiunto l’indipendenza economica o rifiuti ingiustificatamente di cogliere le normali occasioni per raggiungere la propria indipendenza. Ciò posto, ogni situazione deve essere valutata singolarmente. Non è detto, infatti, che l’inserimento nell’azienda di famiglia sia così semplice e scontato e non sempre l’impossibilità in tal senso è dovuta al poco impegno dei figli. In particolare, secondo i giudici non si può considerare inerte e va dunque mantenuto il figlio di 24 anni che tenta di inserirsi nell’azienda paterna senza successo a causa della conflittualità con il padre imprenditore, determinata anche dalla grande differenza di età, ben 70 anni, tra i due. Per la Cassazione il tentativo andato a vuoto non si può considerare la spia di un approccio problematico con il mondo del lavoro, ma solo la prova di una dinamica complicata del rapporto padre-figlio. In casi analoghi a questi, quindi, graverà ancora sui genitori mantenere i propri figli.


note

[1] Cass. Ord. n. 30540 del 20.12.2017.

[2] Art. 30 Cost.

Autore immagine: Pixabay.com


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