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Licenziamento Facebook: ultime sentenze

22 Settembre 2021
Licenziamento Facebook: ultime sentenze

Facebook e licenziamento per giusta causa del lavoratore; negligenza e concorrenza sleale del dipendente; foto con armi; commenti denigratori del datore di lavoro.

E’ possibile licenziare il dipendente che trascorre il suo tempo su Facebook durante le ore lavorative sottraendo del tempo prezioso allo svolgimento delle sue mansioni? E’ legittima la condotta del datore di lavoro che crea un profilo falso per controllare l’operato del lavoratore e lo licenzia per giusta causa. E’ legittimo il licenziamento disciplinare del lavoratore che condivide su Facebook contenuti diffamatori nei confronti del datore di lavoro e pubblica commenti denigratori in grado di arrecare un danno all’azienda. Per maggiori informazioni, leggi le ultime sentenze sull’argomento.

«Mi piace» su un post condiviso su Facebook e licenziamento

Il licenziamento di un dipendente pubblico per il solo fatto di avere messo «mi piace» su un post su Facebook costituisce una violazione dell’articolo 10 della Cedu, che tutela la libertà di espressione. A dirlo è la cedu condannando la Turchia in relazione al licenziamento irrogato nei confronti di una dipendente del ministero dell’istruzione, addetta alle pulizie aveva messo un “like” su alcuni post di altri utenti nei quali si usavano toni accessi contro le politiche repressive delle autorità pubbliche e si incoraggiava a protestare contro tali pratiche. Per la Corte di Strasburgo, le autorità nazionali non possono disporre la cessazione dal rapporto di lavoro anche se il post contiene dure critiche nei confronti delle autorità e, nel valutare una sanzione al dipendente, devono considerare la differenza tra condivisione di un messaggio e semplice «mi piace» sul post, nonché la popolarità del profilo su Facebook.

Corte europea diritti dell’uomo sez. II, 15/06/2021, n.35786

Offese nei confronti del collega su Facebook

I commenti pubblici su Facebook espressi nei confronti di collega di lavoro ed aventi contenuto altamente offensivo, discriminatorio e denigratorio sono astrattamente idonei ad integrare il reato di cui all’art. 595 c.p. , in ogni caso motivano la decisione datoriale di risolvere il contratto senza preavviso avendo irrimediabilmente inciso sul vincolo fiduciario del rapporto.

Tribunale Roma sez. IV, 08/02/2020, n.1269

Indebito utilizzo dei social network

La pubblicazione effettuata da un dipendente di una Fondazione (nella specie violino di prima fila che è anche direttore e socio fondatore dell’Associazione Camerata strumentale Italiana) sulla propria pagina di un social network (nella specie: Facebook) di un manifesto recante la data di un concerto di un’orchestra denominata “orchestra Giuseppe Verdi” anziché della Camerata Strumentale Italiana, nonché la pubblicazione sul sito internet dell’Agenzia quale “orchestra Teatro Giuseppe Verdi” sono confondibili con la denominazione della “Fondazione teatro lirico Giuseppe Verdi di Trieste” e costituiscono un indebito utilizzo della denominazione della Fondazione,  tuttavia non così grave da determinare la irrimediabile lesione del rapporto fiduciario tra il dipendente e la Fondazione e, quindi, da giustificarne il licenziamento, rientrando tale fattispecie nell’ipotesi di cui all’art. 18, comma 5, l. 300/1970.

Tribunale Trieste sez. lav., 27/12/2018, n.274

Licenziamento del lavoratore e offesa su chat privata di Facebook 

L’esigenza di tutela della segretezza nelle comunicazioni si impone anche riguardo ai messaggi di posta elettronica scambiati tramite mailing list riservata agli aderenti ad un determinato gruppo di persone, alle newsgroup o alle chat private, con accesso condizionato al possesso di una password fornita a soggetti determinati, come la chat di un gruppo Facebook.

I messaggi che circolano attraverso le nuove forme di comunicazione, ove inoltrati non ad una moltitudine indistinta di persone ma unicamente agli iscritti ad un determinato gruppo, come appunto nelle chat private o chiuse, devono essere considerati alla stregua della corrispondenza privata, chiusa e inviolabile e tale caratteristica è logicamente incompatibile con i requisiti propri della condotta diffamatoria, che presuppone la destinazione delle comunicazioni alla divulgazione nell’ambiente sociale (esclusa, nella specie, la legittimità del licenziamento intimato ad un lavoratore che nella chat sindacale su Facebook aveva offeso l’amministratore delegato).

Cassazione civile sez. lav., 10/09/2018, n.21965

Commento denigratorio del datore di lavoro su Facebook

In tema di licenziamento disciplinare, costituisce giusta causa di recesso, in quanto idonea a ledere il vincolo fiduciario nel rapporto lavorativo, la diffusione su Facebook di un commento offensivo nei confronti della società datrice di lavoro, integrando tale condotta gli estremi della diffamazione, per la attitudine del mezzo utilizzato a determinare la circolazione del messaggio tra un gruppo indeterminato di persone.

La condotta di postare un commento su Facebook realizza la pubblicizzazione e la diffusione di esso, per la idoneità del mezzo utilizzato a determinare la circolazione del commento tra un gruppo di persone, comunque, apprezzabile per composizione numerica, con la conseguenza che, se, come nella specie, lo stesso è offensivo nei riguardi di persone facilmente individuabili, la relativa condotta integra gli estremi della diffamazione e come tale correttamente il contegno è stato valutato in termini di giusta causa del recesso, in quanto idoneo a recidere il vincolo fiduciario nel rapporto lavorativo.

Cassazione civile sez. lav., 27/04/2018, n.10280

Licenziamento per giusta causa del dipendente

Posto che la diffusione di un messaggio offensivo attraverso l’uso di una bacheca Facebook assumere una valenza diffamatoria, per la potenziale capacità di raggiungere un numero indeterminato di persone, integra giusta causa di licenziamento la pubblicazione da parte di una lavoratrice nella propria bacheca Facebook di affermazioni di disprezzo nei confronti della società datrice di lavoro, risultando irrilevante la mancata indicazione del legale rappresentante, perché agevolmente identificabile.

Cassazione civile sez. lav., 27/04/2018, n.10280

Licenziamento e critiche verso la propria azienda sui social network

È illegittimo il licenziamento irrogato al dipendente che critica l’azienda sulla propria pagina Facebook. La Cassazione conferma così l’orientamento giurisprudenziale sulle conseguenze sanzionatorie del licenziamento disciplinare illegittimo, nel regime disciplinato dall’articolo 18 St. lav., come modificato dalla legge Fornero.

Per il datore di lavoro, il contenuto del post era “oggettivamente diffamatorio, sia nei confronti della stessa società che nei confronti della legale rappresentante”. Per la Corte, invece, nell’insussistenza del fatto contestato, in base all’art. 18 St lav. modificato dalla Fornero, rientra anche l’ipotesi del fatto esistente ma non illecito.

Cassazione civile sez. lav., 31/05/2017, n.13799

Licenziamento e chat sui social relative ad incontri sindacali

È da considerarsi illegittimo, in quanto ritorsivo, il licenziamento di un dipendente assunto a tempo indeterminato a seguito di una precedente vertenza giudiziaria, per aver pubblicato su una chat privata di Facebook, nella quale i lavoratori si scambiavano informazioni sull’incontro sindacale per il rinnovo del contratto integrativo, una vignetta satirica raffigurante un coperchio di vasellina cui era sovrapposto un disegno e il marchio Gucci.

Ad affermarlo è la Cassazione che conferma in pieno la decisione della corte di merito. Per i giudici, si tratta di libero esercizio del diritto di critica, a ogni modo non integrante una potenziale lesione dell’immagine aziendale per via della diffusione della vignetta limitata ai partecipanti alla chat.

Cassazione civile sez. lav., 31/01/2017, n.2499

Commenti sui social che possono provocare danno all’amministrazione

Va esclusa la sussistenza del “fumus boni iuris” ai fini della sospensione dell’efficacia della sanzione della sospensione dal servizio, della durata di un mese, che sia stata irrogata al dipendente dell’amministrazione penitenziaria per aver aggiunto il commento “mi piace” ad una notizia pubblicata su un sito Facebook dalla quale possa derivare un danno all’amministrazione, sebbene la notizia avesse un contenuto complesso.

Tar Milano, (Lombardia) sez. III, 03/03/2016, n.246

Foto con arma su Facebook: licenziato il dipendente

Il concetto di giusta causa non si limita all’inadempimento lavorativo tanto grave da giustificare la risoluzione immediata del rapporto di lavoro, ma si estende anche a condotte extralavorative che, seppur estranee alla prestazione che è oggetto del contratto, possono comunque essere tali da ledere il vincolo fiduciario (nel caso di specie è ritenuto legittimo il licenziamento per giusta causa del dipendente che ha “postato” sul suo profilo Facebook una fotografia che lo ritraeva con un’arma).

Tribunale Bergamo, 24/12/2015

L’azienda crea un falso profilo Facebook per dimostrare la negligenza del dipendente

Non è illegittima la condotta del datore di lavoro che crea un falso profilo Facebook femminile e chatta con un suo dipendente per dimostrare che costui perde tempo e si assenta durante l’orario di lavoro. È legittimo in tal caso il licenziamento per giusta causa.

Nel caso di specie, per i giudici emerge un problema di bilanciamento tra diritti diversi e configgenti: il potere di controllo del datore di lavoro, la riservatezza del dipendente, l’esigenza del datore di evitare condotte illecite da parte dei dipendenti e la dignità del lavoratore.

L’analisi della giurisprudenza esistente conduce la Corte a ritenere una tendenziale ammissibilità dei controlli difensivi occulti, ovvero diretti all’accertamento di comportamenti illeciti diversi dal mero inadempimento della prestazione lavorativa, fattispecie che si pone al di fuori dell’ambito di applicazione dello Statuto dei lavoratori.

Cassazione civile sez. lav., 27/05/2015, n.10955

Condotta di concorrenza sleale confusoria e gruppi Facebook

Posto che i gruppi Facebook, ove usati nell’ambito di un’attività economica, svolgono la funzione di segni distintivi atipici, costituisce condotta di concorrenza sleale confusoria – ma anche contraffazione di marchio – la modifica di un tale gruppo da parte di un soggetto che, avvalendosi abusivamente della sua qualità di amministratore, estrometta gli altri, sostituendo l’originaria denominazione, corrispondente alla denominazione sociale e al marchio dell’impresa titolare dell’attività di riferimento (Syprem) e quindi del gruppo, con altra confondibile (Syemme), oltretutto riconducendo il gruppo stesso ad una propria attività concorrenziale (nella specie, il tribunale, adito in sede cautelare, ha disposto il ripristino dell’originaria denominazione e degli originari amministratori, con esclusione di quello che aveva operato illegittimamente, essendo ormai ex dipendente della società ricorrente).

Tribunale Torino Sez. Proprietà Industriale e Intellettuale, 07/07/2011


note

Autore immagine: Facebook di Rawpixel.com


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3 Commenti

  1. Un mio dipendente trascorreva otre ed ore sui social e produceva pochissimo in azienda. Perdeva il suo tempo a chattare, a condividere post e stories. Posso capire che nella pausa pranzo o la sera finisci per andare sui social a sbirciare cosa dice il mondo virtuale…ma queste azioni sarebbe opportuno riservarle all’orario extra-lavorativo. Non vieni pagato per perdere tempo online! Quindi, mi sono trovato costretto a licenziarlo dopo averlo esortato più volte a smettere e dopo aver scoperto che passava le nostre informazioni private aziendali alla concorrenza con cui chattava su Facebook.

  2. Ho scoperto che uno dei miei dipendenti era entrato in un gruppo social e screditava non solo me ma anche la mia azienda che, ogni mese, puntualmente, gli versava lo stipendio e gli consentiva di vivere come un pascià. Ma lui era uno sbruffone e come un pavone ostentava il suo benessere e criticava le mie scelte aziendali alle spalle. Io sono aperto al dialogo, anzi chiedo sempre ai miei lavoratori come possiamo migliorarci perché loro sono parte integrante del gruppo. Lui non solo non diceva la cose davanti, ma mi pugnalava alle spalle e in pubblico sui social si lasciava andare a commenti infelici nei miei riguardi… L’ho scoperto grazie alla soffiata di un mio cliente che si trovava su quel gruppo e che aveva riconosciuto il lavoratore infedele

  3. Bisogna avere massimo rispetto del lavoro altrui. Bisogna confrontarsi e gestire l’attività lavorando in permetta armonia in team. Ogni tanto, però, ci sono degli elementi che inquinano la pace aziendale o perché importunano altri lavoratori con commenti volgari e avances o perché ricorrono a pratiche di mobbing. Compito del datore di lavoro è smorzare sul nascere certi episodi affinché si possano evitare tensioni e disagi nel gruppo di lavoro e si possa raggiungere il fine comune

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