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Licenziamento Facebook: ultime sentenze

25 Marzo 2019
Licenziamento Facebook: ultime sentenze

Facebook e licenziamento per giusta causa del lavoratore; negligenza e concorrenza sleale del dipendente; foto con armi; commenti denigratori del datore di lavoro.

E’ possibile licenziare il dipendente che trascorre il suo tempo su Facebook durante le ore lavorative sottraendo del tempo prezioso allo svolgimento delle sue mansioni? E’ legittima la condotta del datore di lavoro che crea un profilo falso per controllare l’operato del lavoratore e lo licenzia per giusta causa. E’ legittimo il licenziamento disciplinare del lavoratore che condivide su Facebook contenuti diffamatori nei confronti del datore di lavoro e pubblica commenti denigratori in grado di arrecare un danno all’azienda. Per maggiori informazioni, leggi le ultime sentenze sull’argomento.

Licenziamento del lavoratore e offesa su chat privata di Facebook 

L’esigenza di tutela della segretezza nelle comunicazioni si impone anche riguardo ai messaggi di posta elettronica scambiati tramite mailing list riservata agli aderenti ad un determinato gruppo di persone, alle newsgroup o alle chat private, con accesso condizionato al possesso di una password fornita a soggetti determinati, come la chat di un gruppo Facebook.

I messaggi che circolano attraverso le nuove forme di comunicazione, ove inoltrati non ad una moltitudine indistinta di persone ma unicamente agli iscritti ad un determinato gruppo, come appunto nelle chat private o chiuse, devono essere considerati alla stregua della corrispondenza privata, chiusa e inviolabile e tale caratteristica è logicamente incompatibile con i requisiti propri della condotta diffamatoria, che presuppone la destinazione delle comunicazioni alla divulgazione nell’ambiente sociale (esclusa, nella specie, la legittimità del licenziamento intimato ad un lavoratore che nella chat sindacale su Facebook aveva offeso l’amministratore delegato).

Cassazione civile sez. lav., 10/09/2018, n.21965

Commento denigratorio del datore di lavoro su Facebook

In tema di licenziamento disciplinare, costituisce giusta causa di recesso, in quanto idonea a ledere il vincolo fiduciario nel rapporto lavorativo, la diffusione su Facebook di un commento offensivo nei confronti della società datrice di lavoro, integrando tale condotta gli estremi della diffamazione, per la attitudine del mezzo utilizzato a determinare la circolazione del messaggio tra un gruppo indeterminato di persone.

La condotta di postare un commento su Facebook realizza la pubblicizzazione e la diffusione di esso, per la idoneità del mezzo utilizzato a determinare la circolazione del commento tra un gruppo di persone, comunque, apprezzabile per composizione numerica, con la conseguenza che, se, come nella specie, lo stesso è offensivo nei riguardi di persone facilmente individuabili, la relativa condotta integra gli estremi della diffamazione e come tale correttamente il contegno è stato valutato in termini di giusta causa del recesso, in quanto idoneo a recidere il vincolo fiduciario nel rapporto lavorativo.

Cassazione civile sez. lav., 27/04/2018, n.10280

Licenziamento e critiche verso la propria azienda sui social network

È illegittimo il licenziamento irrogato al dipendente che critica l’azienda sulla propria pagina Facebook. La Cassazione conferma così l’orientamento giurisprudenziale sulle conseguenze sanzionatorie del licenziamento disciplinare illegittimo, nel regime disciplinato dall’articolo 18 St. lav., come modificato dalla legge Fornero.

Per il datore di lavoro, il contenuto del post era “oggettivamente diffamatorio, sia nei confronti della stessa società che nei confronti della legale rappresentante”. Per la Corte, invece, nell’insussistenza del fatto contestato, in base all’art. 18 St lav. modificato dalla Fornero, rientra anche l’ipotesi del fatto esistente ma non illecito.

Cassazione civile sez. lav., 31/05/2017, n.13799

Licenziamento e chat sui social relative ad incontri sindacali

È da considerarsi illegittimo, in quanto ritorsivo, il licenziamento di un dipendente assunto a tempo indeterminato a seguito di una precedente vertenza giudiziaria, per aver pubblicato su una chat privata di Facebook, nella quale i lavoratori si scambiavano informazioni sull’incontro sindacale per il rinnovo del contratto integrativo, una vignetta satirica raffigurante un coperchio di vasellina cui era sovrapposto un disegno e il marchio Gucci.

Ad affermarlo è la Cassazione che conferma in pieno la decisione della corte di merito. Per i giudici, si tratta di libero esercizio del diritto di critica, a ogni modo non integrante una potenziale lesione dell’immagine aziendale per via della diffusione della vignetta limitata ai partecipanti alla chat.

Cassazione civile sez. lav., 31/01/2017, n.2499

Commenti sui social che possono provocare danno all’amministrazione

Va esclusa la sussistenza del “fumus boni iuris” ai fini della sospensione dell’efficacia della sanzione della sospensione dal servizio, della durata di un mese, che sia stata irrogata al dipendente dell’amministrazione penitenziaria per aver aggiunto il commento “mi piace” ad una notizia pubblicata su un sito Facebook dalla quale possa derivare un danno all’amministrazione, sebbene la notizia avesse un contenuto complesso.

Tar Milano, (Lombardia) sez. III, 03/03/2016, n.246

Foto con arma su Facebook: licenziato il dipendente

Il concetto di giusta causa non si limita all’inadempimento lavorativo tanto grave da giustificare la risoluzione immediata del rapporto di lavoro, ma si estende anche a condotte extralavorative che, seppur estranee alla prestazione che è oggetto del contratto, possono comunque essere tali da ledere il vincolo fiduciario (nel caso di specie è ritenuto legittimo il licenziamento per giusta causa del dipendente che ha “postato” sul suo profilo Facebook una fotografia che lo ritraeva con un’arma).

Tribunale Bergamo, 24/12/2015

L’azienda crea un falso profilo Facebook per dimostrare la negligenza del dipendente

Non è illegittima la condotta del datore di lavoro che crea un falso profilo Facebook femminile e chatta con un suo dipendente per dimostrare che costui perde tempo e si assenta durante l’orario di lavoro. È legittimo in tal caso il licenziamento per giusta causa.

Nel caso di specie, per i giudici emerge un problema di bilanciamento tra diritti diversi e configgenti: il potere di controllo del datore di lavoro, la riservatezza del dipendente, l’esigenza del datore di evitare condotte illecite da parte dei dipendenti e la dignità del lavoratore.

L’analisi della giurisprudenza esistente conduce la Corte a ritenere una tendenziale ammissibilità dei controlli difensivi occulti, ovvero diretti all’accertamento di comportamenti illeciti diversi dal mero inadempimento della prestazione lavorativa, fattispecie che si pone al di fuori dell’ambito di applicazione dello Statuto dei lavoratori.

Cassazione civile sez. lav., 27/05/2015, n.10955

Condotta di concorrenza sleale confusoria e gruppi Facebook

Posto che i gruppi Facebook, ove usati nell’ambito di un’attività economica, svolgono la funzione di segni distintivi atipici, costituisce condotta di concorrenza sleale confusoria – ma anche contraffazione di marchio – la modifica di un tale gruppo da parte di un soggetto che, avvalendosi abusivamente della sua qualità di amministratore, estrometta gli altri, sostituendo l’originaria denominazione, corrispondente alla denominazione sociale e al marchio dell’impresa titolare dell’attività di riferimento (Syprem) e quindi del gruppo, con altra confondibile (Syemme), oltretutto riconducendo il gruppo stesso ad una propria attività concorrenziale (nella specie, il tribunale, adito in sede cautelare, ha disposto il ripristino dell’originaria denominazione e degli originari amministratori, con esclusione di quello che aveva operato illegittimamente, essendo ormai ex dipendente della società ricorrente).

Tribunale Torino Sez. Proprietà Industriale e Intellettuale, 07/07/2011


note

Autore immagine: Facebook di Rawpixel.com


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