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Mantenimento all’ex: di cosa tenere conto nel calcolo

3 Marzo 2019


Mantenimento all’ex: di cosa tenere conto nel calcolo

> Diritto e Fisco Pubblicato il 3 Marzo 2019



I nuovi criteri di determinazione dell’assegno divorzile da parte della giurisprudenza all’indomani delle modifiche operate dalla Cassazione. Come si stabilisce la misura degli alimenti all’ex moglie.

Stabilire come si calcola il mantenimento all’ex coniuge è apparentemente semplice. Si prende a riferimento il reddito più basso. Ad esso si aggiungono le somme necessarie a fare la spesa settimanale, a pagare l’affitto, i farmaci e tutto ciò che è necessario per vivere. Lo si incrementa in proporzione al contributo che tale coniuge ha dato al ménage familiare: tanto più questi, per dedicarsi alla casa e ai figli (con la propria attività di casalinga) ha rinunciato alla propria carriera lavorativa, tanto più il mantenimento deve crescere. Infine si rapporta il tutto alle concrete possibilità economiche del coniuge obbligato a versare l’assegno; se il suo reddito è già basso, l’assegno non potrà consentire all’ex una vita agiata per portare invece l’altro sull’orlo della povertà. 

Nella pratica, però, trasformare queste regole in numeri diventa molto difficile, ma soprattutto apre le porte a interpretazioni differenti a seconda del giudice, del luogo e del grado di giudizio. Ecco perché ancora, nonostante i numerosi interventi della giurisprudenza, ci si chiede di cosa tenere conto nel calcolo del mantenimento all’ex. 

In una precedente guida abbiamo tentato di spiegare come si calcola il mantenimento visto che, tra maggio 2017 e luglio del 2018, la Cassazione ha fornito due importantissimi chiarimenti. Partendo proprio da questi cercheremo di verificare qual è l’orientamento prevalente in materia di calcolo del mantenimento all’ex coniuge in caso di separazione e divorzio. Ma procediamo con ordine.

Il calcolo del mantenimento dopo la separazione

L’assegno che il giudice fissa con la sentenza di separazione si chiama «assegno di mantenimento», così distinguendosi dall’assegno divorzile che è invece quello che scatta all’indomani del divorzio. Le regole per la quantificazione dei due importi sono diverse.

L’assegno di mantenimento è rivolto a eliminare e compensare ogni differenza economica tra marito e moglie affinché i due continuino a godere del medesimo tenore di vita. Per cui il reddito più elevato viene in parte “spostato” sul coniuge meno benestante fino a portare i due in una situazione di sostanziale uguaglianza. Nel fare ciò si tiene comunque conto sia delle spese che i coniugi sono chiamati ad affrontare con la separazione, sia delle eventuali utilità di cui dispongano (ad esempio l’assegnazione della casa coniugale che, di fatto, si risolve in un vantaggio reale).

Lo scopo dell’assegno di mantenimento è quindi quello di garantire lo stesso tenore di vita che marito e moglie avevano quando convivevano. Tale obiettivo è però solo teorico e tendenziale visto che, con la separazione del nucleo familiare, le spese fisse raddoppiano (si pensi a utenze, affitti, alimentazione, ecc.); è quindi impossibile pensare a una situazione di sostanziale uguaglianza rispetto all’epoca del matrimonio.

Il calcolo dell’assegno di divorzio

Il divorzio cancella ogni rapporto tra i coniugi, anche quelli economici. L’assegno divorzile ha solo una funzione “assistenziale”: serve cioè a garantire, al coniuge che non può mantenersi da solo, l’autosufficienza economica. Per cui, se l’ex moglie dispone già di un proprio reddito sufficiente a vivere non avrà diritto al mantenimento; se tale reddito è assente o insufficiente alle spese quotidiane, il giudice quantifica l’importo dell’assegno divorzile da versare in suo favore. Viene quindi meno il dovere di garantire lo stesso tenore di vita del matrimonio che investe solo la fase successiva alla separazione e anteriore al divorzio [1]. In questo sta la profonda differenza tra assegno di mantenimento e assegno divorzile. Il primo, infatti, è spesso superiore al secondo, servendo anche da cuscinetto per chi, dall’oggi al domani, si è trovato a vivere senza un appoggio.

Restano però due importanti aggiustamenti da fare.

Il primo. Il coniuge che chiede il mantenimento deve dimostrare di essere nell’impossibilità di procurarsi un reddito. Anche se disoccupato deve dare prova di aver cercato un’occupazione e che il suo stato di indigenza non dipende da propria inerzia e pigrizia. Così, tanto più l’ex moglie è “giovane e forte” (con una formazione scolastica e lavorativa), tanto meno possibilità avrà di ottenere l’assegno divorzile.

Il secondo. Nella determinazione dell’assegno divorzile spettante al coniuge economicamente più debole, occorre tenere conto del contributo fornito da quest’ultimo alla formazione del patrimonio familiare, della durata del matrimonio e delle aspettative professionali sacrificate durante le nozze. In buona sostanza, se uno dei due coniugi – di solito la donna – ha rinunciato alla propria carriera per badare alla casa, così consentendo all’ex marito di concentrarsi sul lavoro e procurarsi un reddito elevato, di tale ricchezza la casalinga ha diritto alla sua parte; per cui l’assegno di mantenimento va proporzionalmente adeguato. Ma ciò ad una sola condizione: se la scelta di non lavorare da parte dell’ex moglie sia stata condivisa con l’ex marito e non presa isolatamente (magari come una forma di parassitismo).

Tali principi sono stati, proprio di recente, ribaditi da un’ordinanza della Cassazione [3]. In essa si ricorda come le Sezioni unite abbiano precisato che, in tema di assegno divorzile la funzione equilibratrice del reddito degli ex coniugi non ha la finalità di ricostituire il tenore di vita tenuto durante le nozze ma mira a riconoscere il ruolo e il contributo fornito dall’ex coniuge economicamente più debole alla formazione del patrimonio familiare.

Inoltre, continuano i giudici, l’assegno divorzile in favore dell’ex coniuge ha natura assistenziale ma anche perequativo-compensativa derivante dal principio costituzionale di solidarietà. Alla luce di questo, l’assegno mira a garantire al coniuge debole un’autosufficienza economica basata non su parametri astratti ma sul raggiungimento di un concreto livello reddituale adeguato al contributo fornito durante la vita familiare, tenendo conto della durata del matrimonio, dell’età dell’avente diritto e delle aspettative professionali sacrificate.

Il riconoscimento dell’assegno richiede che venga valutata comparativamente la condizione economica di entrambe le parti, che sia accertata l’inadeguatezza dei mezzi dell’ex coniuge richiedente e l’impossibilità oggettiva di procurarseli.

Come fa il giudice a calcolare l’assegno divorzile? 

Le Sezioni unite, pur archiviando definitivamente il tenore di vita, hanno stabilito «la preminenza della funzione equilibratrice-perequativa, dell’assegno di divorzio». Il giudice di merito deve cioè accertare se l’eventuale condizione di squilibrio economico patrimoniale sia da ricondurre alle scelte comuni e ai ruoli vissuti nella vita familiare. Questo perché «la funzione equilibratrice dell’assegno non è finalizzata alla ricostituzione del tenore di vita endoconiugale, ma soltanto al riconoscimento del ruolo e del contributo fornito dall’ex più debole, alla realizzazione della situazione comparativa attuale».

L’adeguatezza dei mezzi va quindi valutata non solo in relazione alla loro mancanza o oggettiva insufficienza, ma anche in relazione al contributo dato alla vita familiare.

L’accertamento dell’inadeguatezza dei mezzi o l’incapacità di procurarseli del coniuge che richiede l’assegno deve essere parametrata alla ripartizione dei ruoli (frutto di scelte comuni) durante il matrimonio e all’età della parte richiedente [4]. 

C’è poi da tenere conto della durata del matrimonio. Essa è fondamentale nella determinazione dell’assegno in particolar modo per l’ex coniuge che si è dedicato al lavoro casalingo con il quale ha sicuramente contribuito alla costruzione del patrimonio dell’altro.

Infine la valutazione delle capacità economiche del coniuge che deve versare l’assegno va operata sul reddito netto e non su quello lordo [5]. 

Il contributo fornito dalla moglie casalinga alla famiglia

Da quanto sinora detto si comprende che l’assegno divorzile va riconosciuto non solo quando l’ex coniuge economicamente più debole non disponga di mezzi adeguati alla propria sussistenza, ma anche «nell’ipotesi in cui abbia sacrificato le proprie aspettative professionali nell’ambito di un progetto concordato di indirizzo familiare, concorrendo in tal modo alla formazione del complessivo patrimonio familiare» [6]. L’assegno non è dovuto solo se il richiedente non ha sacrificato le proprie aspettative.

La situazione economico-reddituale dei coniugi va quindi esaminata «in una prospettiva dinamica», poiché l’obiettivo è verificare come si è giunti a tale situazione e se uno dei due abbia «sacrificato in tutto o in parte, le proprie potenzialità professionali o lavorative nel superiore interesse della famiglia». 

Se il coniuge però ha lavorato part-time, mantenendo un piede nel mondo del lavoro e può ugualmente ottenere la conversione del contratto in full time, il suo diritto al mantenimento viene gradatamente ridotto. 

Secondo il tribunale di Roma [7] i beni immobili pervenuti per successione, non devono entrare nel calcolo dell’assegno divorzile che va determinato in base al contributo dato al patrimonio comune ed a quello personale dell’altro coniuge: gli ex coniugi, non vanno considerati come monadi senza passato . 

note

[1] Cass. sent. n. 11504/2017.

[2] Cass. S.U. sent. n. 18287/2018.

[3] Cass. ord. n. 5975/19 del 28.02.2019.

[4] Cass. sent. n. 2480/2019

[5] Cass. sent. n. 651/2019.

[6] Trib. Verona, sent. n. 2819 del 4.12.2018.

[7] Trib. Roma, sent. dell’8 gennaio 2019, n.341

Autore immagine uomo donna di nuvolanevicata

Corte di Cassazione, sez. I Civile, ordinanza 14 dicembre 2018 – 28 febbraio 2019, n. 5975

Presidente Bisogni – Relatore Tricomi

Fatto e diritto

Ritenuto che:

Il Tribunale di Firenze, con sentenza n. 1702/2013, dichiarava la cessazione degli effetti civili del matrimonio concordatario contratto il 29 ottobre 1994 da Salvatore C. e Co.Do. . Per quanto interessa, determinava in Euro 100,00 mensili l’assegno divorzile spettante alla Co. con decorrenza dal mese di settembre 2010.

La Corte di appello di Napoli ha parzialmente accolto l’appello del C. , fissando la decorrenza dell’assegno divorzile dalla data di pubblicazione della sentenza di primo grado, ovvero dal 21/5/2013 e respinto tutti gli altri motivi dell’appello principale, oltre che integralmente l’appello incidentale.

C. ricorre per cassazione con tre mezzi; Co. replica con controricorso corredato da memoria.

Il ricorso e’ stato fissato per l’adunanza in camera di consiglio ai sensi degli artt. 375, ultimo comma, e 380 bis 1, c.p.c..

Considerato che:

1. Il ricorrente lamenta con i tre motivi di ricorso la violazione e erronea e/o falsa applicazione della L. n. 898 del 1970, art. 5, sotto i seguenti diversi profili: 1) per avere la Corte di appello motivato solo sulla quantificazione dell’assegno divorzile, senza illustrare il requisito necessario per il riconoscimento dell’assegno e cioe’ la circostanza che il coniuge non avesse mezzi adeguati o non potesse procurarseli per ragioni oggettive o si fossero deteriorate le sue condizioni economiche; 2) per avere ritenuto irrilevante l’obbligo di mantenimento del figlio naturale; 3) per non avere rilevato il mancato assolvimento dell’onere della prova circa la ricorrenza dei requisiti necessari per il riconoscimento gravante sull’istante l’assegno.

2. Il primo ed il terzo motivo possono essere trattati congiuntamente per connessione e vanno respinti perche’ infondati.

Le Sez. U., con la recente sentenza n. 18287 dell’11/07/2018, hanno avuto modo di puntualizzare, in tema di assegno divorzile, che:

– La funzione equilibratrice del reddito degli ex coniugi, anch’essa assegnata dal legislatore all’assegno divorzile, non e’ finalizzata alla ricostituzione del tenore di vita endoconiugale, ma al riconoscimento del ruolo e del contributo fornito dall’ex coniuge economicamente piu’ debole alla formazione del patrimonio della famiglia e di quello personale degli ex coniugi;

– All’assegno divorzile in favore dell’ex coniuge deve attribuirsi, oltre alla natura assistenziale, anche natura perequativo-compensativa, che discende direttamente dalla declinazione del principio costituzionale di solidarieta’, e conduce al riconoscimento di un contributo volto a consentire al coniuge richiedente non il conseguimento dell’autosufficienza economica sulla base di un parametro astratto, bensi’ il raggiungimento in concreto di un livello reddituale adeguato al contributo fornito nella realizzazione della vita familiare, in particolare tenendo conto delle aspettative professionali sacrificate;

– Il riconoscimento dell’assegno di divorzio in favore dell’ex coniuge, cui deve attribuirsi una funzione assistenziale ed in pari misura compensativa e perequativa, ai sensi della L. n. 898 del 1970, art. 5, comma 6, richiede l’accertamento dell’inadeguatezza dei mezzi dell’ex coniuge istante, e dell’impossibilita’ di procurarseli per ragioni oggettive, applicandosi i criteri equiordinati di cui alla prima parte della norma, i quali costituiscono il parametro cui occorre attenersi per decidere sia sulla attribuzione sia sulla quantificazione dell’assegno. Il giudizio dovra’ essere espresso, in particolare, alla luce di una valutazione comparativa delle condizioni economico-patrimoniali delle parti, in considerazione del contributo fornito dal richiedente alla conduzione della vita familiare ed alla formazione del patrimonio comune, nonche’ di quello personale di ciascuno degli ex coniugi, in relazione alla durata del matrimonio ed all’eta’ dell’avente diritto.

La Corte di appello si e’ attenuta a questi principi, giacche’ superando, sul piano motivazionale, la statuizione di primo grado prevalentemente centrata sul criterio del tenore di vita – ha valorizzato la complessa natura dell’assegno divorzile, connotato da una funzione assistenziale e volto ad un riequilibrio della situazione patrimoniale dei coniugi alla luce della evoluzione della situazione reddituale dei coniugi, rispetto a quella dell’epoca della separazione, e ne ha dato conto attraverso una puntuale ricostruzione ed una articolata valutazione delle emergenze probatorie conseguenti all’assolvimento degli oneri probatori delle parti.

3. Il secondo motivo e’ anch’esso infondato, poiche’ la Corte territoriale, diversamente da quanto sostiene il ricorrente, ha affermato che “non puo’ non tenersi conto del suo obbligo di mantenimento del figlio nato dalla nuova convivenza” (fol. 2 della sent. imp.), cosi’ chiarendo che ha inteso tenerne conto.

4. In conclusione il ricorso va rigettato.

Le spese del giudizio di legittimita’ si compensano in ragione del mutamento della giurisprudenza di legittimita’ rispetto a questioni dirimenti.

Va disposto che in caso di diffusione della presente ordinanza siano omesse le generalita’ delle parti e dei soggetti in essa menzionati, a norma del D.Lgs. n. 196 del 2003, art. 52.

Si da’ atto della sussistenza dei presupposti di cui al D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater.

P.Q.M.

– Rigetta il ricorso;

– Compensa le spese del giudizio di legittimita’ tra le parti;

– Dispone che in caso di diffusione della presente ordinanza siano omesse le generalita’ delle parti e dei soggetti in essa menzionati, a norma del D.Lgs. n. 196 del 2003, art. 52;

– Da’ atto, ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

 


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