Diritto e Fisco | Articoli

Cartella esattoriale, cause di illegittimità

4 Marzo 2019


Cartella esattoriale, cause di illegittimità

> Diritto e Fisco Pubblicato il 4 Marzo 2019



Illegittimità della pretesa di pagamento di Agenzia Entrate Riscossione: le ultime sentenze che spiegano come impugnare l’atto per vizi di notifica, di motivazione, di interessi, di forma o di sostanza.

Non sono bastati gli ultimi condoni, le sanatorie e le rottamazioni per far sopire la “fiammella” dei ricorsi contro le cartelle di pagamento. Il filone tributario è ancora il primo motivo di ricorso in Cassazione, segno che il fisco viene percepito come il principale nemico del cittadino. E se i tribunali si dividono ancora nel merito, in ultimo grado è possibile fissare le linee di quelle che sono le principali cause di illegittimità della cartella esattoriale. Le più recenti sentenze, infatti, offrono una panoramica dei vizi più spesso accolti dai giudici, quelli cioè che lasciano ancora la porta aperta all’annullamento della pretesa dell’Agenzia Entrate Riscossione o dell’esattore locale. 

Dalla motivazione degli interessi al rispetto delle regole sulla notifica, dalla costituzione in giudizio dell’agente della riscossione alle questioni su prescrizione e decadenza: sono numerose le frecce che ha in mano il contribuente nel momento in cui decide di impugnare la cartella. Qui di seguito forniremo alcune indicazioni delle principali cause di contestazione che hanno visto il cittadino vittorioso.

Cause di illegittimità della cartella: vizi di forma e di sostanza

Avrai certamente sentito già parlare dell’esistenza di vizi di forma e di sostanza della cartella esattoriale. Nel primo caso non vengono rispettate le regole sulla procedura o sul contenuto minimo dell’atto; nel secondo caso l’illegittimità investe l’esistenza o la quantificazione del debito. La distinzione non è solo una questione da giuristi: se, infatti, la procedura e il modello di ricorso contro la cartella è lo stesso, ci sono delle importanti ricadute pratiche. Il vizio di forma può essere spesso sanato: si pensi a una notifica fatta a un soggetto non legittimato che, tuttavia, abbia poi consegnato l’atto all’effettivo destinatario; o all’omessa indicazione del giudice a cui proporre ricorso. Il vizio di sostanza, invece, non può essere sanato perché è in gioco la stessa esistenza del debito. 

Se vuoi una panoramica sulla questione ti consiglio di leggere Cartella esattoriale: vizi di forma e di sostanza.

Vediamo ora alcune delle più recenti sentenze che spiegano quali sono le cause di illegittimità della cartella esattoriale.

Interessi in chiaro

La cartella deve indicare il criterio di calcolo degli interessi, quelli cioè maturati tra la data in cui il tributo o la sanzione doveva essere corrisposta e la data in cui l’amministrazione ha “iscritto a ruolo” il proprio credito (così delegando l’esattore). 

La Commissione Tributaria Regionale della Lombardia [1] ha di recente ricordato come non basta l’indicazione nell’atto della sola normativa applicata – dalla quale ricavare le modalità di applicazione degli interessi – ma è necessario un accurato dettaglio all’interno della cartella stessa, che spieghi al contribuente il tasso applicato per ogni singola annualità.

La cartella priva dunque della spiegazione del metodo di calcolo degli interessi in essa portati è illegittima e può essere annullata. Non bastano le sole indicazioni di legge, poiché, come anche la Cassazione ha più volte ribadito [2] «in tema di riscossione delle imposte sul reddito, la cartella di pagamento degli interessi maturati su un debito tributario dev’essere motivata dal momento che il contribuente dev’essere messo in grado di verificare la correttezza del calcolo degli interessi». 

Troverai un ulteriore approfondimento sul tema in Cartella di pagamento: motivazione interessi.

La costituzione in causa dell’Agente della Riscossione: avvocati o personale interno?

Un altro tema caldo che ha investito, più di recente, i ricorsi contro le cartelle di pagamento riguarda le modalità di costituzione in giudizio da parte dell’Agenzia delle Entrate o dell’agente della riscossione. Il quesito posto ai giudici è se tali enti possano essere difesi da avvocati esterni (quelli cioè “privati” del libero foro) o se, invece – anche per un contenimento della spesa pubblica – debbano ricorrere a personale interno, dotato di potere di rappresentanza. La questione non è puramente teorica. Difatti, da una costituzione avvenuta “non a norma di legge” deriva l’impossibilità per il giudice di prendere in considerazione le difese dell’agente di riscossione e tutti i documenti da questi prodotti; con la conseguenza che, in assenza di prova contraria, il tribunale deve accogliere le eccezioni sollevate dal contribuente. 

Ebbene, la risposta fornita dalla giurisprudenza in merito alla validità della costituzione dell’Agenzia delle Entrate Riscossione è differente a seconda del giudice e del grado di giudizio. In particolare si è detto che:

  • dinanzi alle Commissioni tributarie: in primo e secondo grado la difesa dell’esattore può avvenire solo tramite il proprio direttore o dipendente da questi delegato. Non è quindi possibile la difesa a mezzo di avvocati liberi;
  • in Cassazione, invece, è ammessa la difesa per il tramite di avvocati del libero foro (ossia professionisti privati) a condizione però che vi sia una preventiva, apposita e motivata delibera del dirigente e, infine, che tale delibera sia sottoposta al parere degli organi di vigilanza. In altre parole, secondo la giurisprudenza [3], «laddove il mandato all’avvocato del libero foro sia stato rilasciato senza il vaglio dell’organo di vigilanza e non ricorra un caso di urgenza oppure non si sia in presenza di un documentato conflitto di interessi reale, tale atto è nullo.

Con le citate decisioni, è stata confermata la regola generale secondo cui la difesa dell’Agenzia delle Entrate-Riscossione deve avvenire a cura dell’Avvocatura dello Stato e solo in via eccezionale da parte di avvocati del libero foro, con un esborso economico in termini di compensi professionali che, ove non adeguatamente giustificati nella deliberazione dell’ente, potrebbe dar luogo a profili di danno erariale [4]. 

Notifiche via Pec illegittime

Per le cartelle notificate via Pec – obbligatorie per professionisti, imprese individuali e società – è necessario curare due aspetti. Il primo: il formato dell’allegato. Secondo la giurisprudenza di merito (ma sul punto la Cassazione non si è ancora pronunciata), la copia della cartella allegata all’email di posta elettronica certificata deve essere in formato p7m e non in pdf, essendo quest’ultimo una mera riproduzione meccanica (al pari della fotocopia), priva di certezza sull’identità del suo autore. Il formato p7m invece garantisce la genuinità tramite la firma digitale. È solo l’estensione «.p7m» e non «.pdf» a garantire integrità, immodificabilità nonché autenticità del documento, canoni, oltretutto, assicurati anche dall’apposizione sul documento, della firma digitale [5].

In secondo luogo: la prova dell’avvenuta notifica. Per evitare la dichiarazione di illegittimità della cartella notificata per Pec, l’esattore deve dimostrare, con relative ricevute, l’accettazione e la consegna. Così ha precisato la Ctp di Latina [5]. 

Se il contribuente asserisce di non aver ricevuto alcuna Pec nella propria casella di posta elettronica, spetta ad Agenzia Entrate Riscossione la prova contraria: sia con riferimento alla ricevuta di avvenuta accettazione – comprovante, al pari di una ricevuta di spedizione a mezzo posta, la consegna del documento al gestore del servizio – sia con riguardo alla ricevuta di avvenuta consegna, idonea ad assicurare l’avvenuto recapito al destinatario. In mancanza di tali documenti la notifica si considera nulla.

Se il postino bussa alla porta e nessuno apre

Potrebbe succedere che, al momento in cui il postino bussa alla porta per la consegna della cartella, il contribuente non si trovi momentaneamente a casa. In tali ipotesi – che vanno sotto il nome di «irreperibilità relativa» – è necessario rispettare un particolare procedimento affinché la notifica sia valida.

Innanzitutto il soggetto notificante dovrà verificare che non vi siano familiari conviventi (con più di 14 anni), addetti alla casa o un portiere che possa ricevere l’atto. Se così dovesse essere la notifica si considera corretta solo se viene spedita all’effettivo destinatario una seconda raccomandata (cosiddetta CAN) in cui gli si dà comunicazione della consegna dell’atto a un soggetto diverso (leggi Accertamento fiscale: quando la notifica a terzi è valida).

Se invece il notificante non dovesse trovare nessuno, è tenuto a lasciare un avviso nella cassetta delle lettere e a spedire all’interessato una seconda raccomandata in cui lo avverte della giacenza dell’atto presso l’ufficio postale o la casa comunale. 

Il mancato attenersi anche solo a uno degli adempimenti previsti dal procedimento descritto nella norma citata, comporta violazione della stessa con conseguente nullità della notifica.

Termini di prescrizione e di decadenza

I termini di prescrizione delle cartelle sono forse il motivo più ricorrente di ricorso: sia che la prescrizione si sia verificata dopo la data della notifica dell’avviso di accertamento, sia che invece si sia formata dopo la consegna della prima cartella di pagamento. 

La prescrizione è di 10 anni per le imposte dovute allo Stato; di 5 anni per le imposte dovute agli enti locali, per le sanzioni amministrative, le multe stradali e i contributi previdenziali; di 3 anni per il bollo auto.

Motivazione della cartella

Ultimo, ma non meno sfruttato, motivo di impugnazione della cartella è il difetto di motivazione, ossia l’insufficiente indicazione della fonte del debito (un accertamento, una sentenza di condanna, ecc.).

Per maggiori chiarimenti su questi e ulteriori cause di illegittimità della cartella esattoriale leggi anche Nullità cartelle di pagamento: sentenze Cassazione.

Se un coobbligato fa ricorso

Se la cartella viene inviata a un coobbligato solidale e questi impugna la cartella ottenendone la dichiarazione di illegittimità, la pronuncia ha valore anche nei confronti dell’altro coobbligato che pertanto è libero dall’obbligo di pagamento. Lo ha spiegato di recente la Ctr Lombardia [6].

In virtù del principio del “giudicato riflesso”, il debitore solidale può avvantaggiarsi del giudicato favorevole emesso nei confronti di un altro coobbligato. L’unica eccezione è il caso in cui nei confronti del primo sia stata emessa una sentenza autonomamente efficace. Altrimenti, il giudicato sfavorevole non è opponibile a chi non abbia partecipato al processo o non sia stato messo in condizione di esserne parte.

note

[1] Ctr Lombardia, sent. n. 165/2019.

[2] Cass. n. 8651/2009; Cass. n. 15554/2017; Cass. ord. 17765/2018

[3] Ctr Lazio n. 451/2019, Ctr Piemonte n. 22/2019 n. 137/2019 e Ctr Lombardia n. 5537/2018, Cass. ord. n. 1992/2019.

[4] Cassazione n. 28684/2018; n. 28741/2018 e n. 33639 del 28 dicembre 2018 n.1992/2019.

[5] CTP Latina, sent. n. 119/06/2019.

[6] Ctr Lombardia sent. n. 518/22.19.

Autore immagine: soldi, Stato e imprenditore di nuvolanevicata

Ctr Lombardia, sent. n. 165/2019.

(…) Con il summenzionato ricorso la società contribuente lamentava: l’omessa previa notifica dell’avviso bonario, la nullità della notifica della cartella avvenuta per mezzo Pec, profili di illegittimità della cartella in merito al calcolo degli interessi e l’illegittimità dell’aggio di riscossione. (…) La Commissione tributaria provinciale di Milano respingeva in toto il ricorso ritenendo: iv) l’adeguata motivazione dell’atto, sia in generale sia in relazione agli interessi, il cui calcolo è predeterminato normativamente di modo che il contribuente possa sempre ricostruire, a contrario, le operazioni compiute dall’amministrazione; (…) La società ha presentato ricorso in appello, lamentando: (…) b) l’illegittimità dell’atto per difetto di motivazione in relazione agli interessi, mancando un’effettiva esplicazione di come gli interessi sono calcolati (…). Da ultimo la parte ha domandato anche la sospensione cautelare della sentenza di primo grado.

L’Agenzia delle entrate – Riscossione si è costituita formulando le proprie controdeduzioni a sostegno della legittimità dell’atto. Tanto la normativa quanto la più recente giurisprudenza legittimerebbero la notifica delle cartelle di pagamento tramite posta elettronica certificata, con la cartella stessa allegata non solo in formato .p7m ma anche .pdf. Ancora, la definizione ex lege degli interessi applicabili alla riscossione priverebbe di ogni rilievo un’ulteriore motivazione a riguardo nell’atto della riscossione, potendo il contribuente comprendere come tali cifre sono state calcolate sulla base delle indicazioni di legge e, infine, nessuna illegittimità conseguirebbe dall’applicazione dell’aggio di riscossione, anch’esso previsto per legge e la cui legittimità è stata confermata dalla Corte costituzionale (oltre che dalla giurisprudenza di merito richiamata nell’atto di costituzione dell’amministrazione). (…)

Questa Commissione accoglie in parte l’appello, limitatamente al difetto di motivazione in relazione agli interessi. (…)

Si noti che, per quanto il «titolo» del motivo di appello contenuto nel ricorso del contribuente faccia riferimento a «profili di illegittimità in merito al calcolo degli interessi e delle sanzioni [enfasi aggiunta]», nessuna argomentazione è svolta in relazione alla quantificazione delle sanzioni, le quali sono quindi coperte da giudicato. Il riconosciuto difetto di motivazione in relazione agli interessi comporta l’assorbimento del motivo inerente all’eventuale sussistenza di qualsivoglia anatocismo. (…)

P.Q.M. La Commissione accoglie in parte 1’appello e, in riforma della sentenza impugnata, annulla la cartella di pagamento limitatamente agli interessi di riscossione. Spese compensate.

CTP Latina, sent. n. 119/06/2019.

l sig. L. C. ha impugnato la comunicazione preventiva di iscrizione ipotecaria n. (…) deducendo: a) in via pregiudiziale, la nullità per inesistenza della notifica, effettuata a mezzo Pec. (…).

Preliminarmente va esaminata la censura con cui la parte ricorrente ha lamentato l’illegittimità della notifica dell’atto impugnato per errata applicazione delle regole che disciplinano l’utilizzo della posta elettronica certificata (Pec). Il motivo è fondato. Secondo un orientamento affermatosi nella giurisprudenza tributaria e condiviso da questa Commissione in caso di contestazione del contribuente, la prova della corretta avvenuta notificazione presuppone che vengano prodotte in giudizio sia la ricevuta di accettazione che quella di avvenuta consegna della cartella. Infatti, ai sensi dell’art. 26, comma 2 del dpr 602/73, la notifica della cartella può essere correttamente eseguita anche con le modalità di cui al dpr 68/2015, a mezzo posta elettronica certificata indirizzata al destinatario risultante dall’indice nazionale (Ini-Pec), ovvero, per i soggetti che ne fanno richiesta, diversi da quelli obbligati ad avere un indirizzo di posta elettronica certificata da inserire nell’Ini-Pec, all’indirizzo dichiarato all’atto della richiesta e in tali casi, si applicano le disposizioni di cui all’art. 60 del dpr 600/1973. Pertanto, occorre in primo luogo l’invio telematico del messaggio con allegato l’atto da notificare, la consegna dello stesso al proprio gestore del servizio Pec ex artt. 3 e 6, dpr n. 68/2005, il quale rilascerà la ricevuta di accettazione, unico documento comprovante l’avvenuta spedizione del provvedimento. (…)

In secondo luogo occorre che alla trasmissione del messaggio al destinatario, consegua l’invio al notificante di una ricevuta di avvenuta consegna, unico documento idoneo a certificare la data e l’ora esatta di avvenuto recapito, nonché ad assicurare l’integrità della trasmissione. Il valore legale è poi garantito dalla firma digitale apposta in osservanza dei criteri indicati dall’art. 24, dlgs n. 82/2005. (…)

Per altro verso, la giurisprudenza ha anche chiarito che la notificazione a mezzo Pec deve avvenire tramite messaggio di posta elettronica certificata contenente il file della cartella con estensione «.p7m» e non «.pdf», atteso che soltanto il primo garantisce l’integrità e l’immodificabilità del documento informatico nonché l’identificabilità del suo autore (Ctp Milano, sentenza 1023/01/2017). (…)

Nella specie, l’esame della documentazione versata in atti rivela che non sono stati prodotti i documenti di cui sopra, reputati necessari al fine di dimostrare la corretta avvenuta notificazione. Il ricorso, dunque, deve essere accolto.(…)


Per avere il pdf inserisci qui la tua email. Se non sei già iscritto, riceverai la nostra newsletter:

Informativa sulla privacy
DOWNLOAD

Lascia un commento

Usa il form per discutere sul tema. Per richiedere una consulenza vai all’apposito modulo.

 



NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA