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Dipendenti pubblici: possono essere soci di società?

20 Marzo 2019
Dipendenti pubblici: possono essere soci di società?

I dipendenti pubblici, ancora più dei dipendenti privati, devono essere attenti a non svolgere attività che possano essere considerate incompatibili con l’ufficio ricoperto.

Nel corso del tempo è aumentata l’attenzione nei confronti dei comportamenti dei dipendenti pubblici. Si è, infatti, diffusa l’idea che molti dipendenti pubblici non svolgano il loro lavoro per servire in modo leale la cosa pubblica ma per farsi gli affari propri. Sull’onda di questa rinnovata sensibilità, creata anche da numerosi scandali che si sono verificati in enti pubblici sia locali che nazionali, anche il legislatore ha cercato di adeguare le norme prevedendo tutta una serie di ipotesi di incompatibilità per i dipendenti pubblici. Alla domanda “dipendenti pubblici possono essere soci di società?” occorre rispondere con particolare prudenza come vedremo in questo articolo.

Chi sono i dipendenti pubblici?

Innanzitutto, prima di capire se i dipendenti pubblici possono ricoprire anche ruoli apicali nelle società private, occorre chiarire chi sono i dipendenti pubblici e quindi cosa prevede la legge [1] sotto questo profilo.

Per dipendenti pubblici, ai fini di legge, si intendono coloro che dipendono dalle amministrazioni pubbliche, ossia:

  • tutte le amministrazioni dello Stato, ivi compresi gli istituti e scuole di ogni ordine e grado e le istituzioni educative;
  • le aziende ed amministrazioni dello Stato ad ordinamento autonomo;
  • le regioni, le province, i Comuni, le comunità montane, e loro consorzi e associazioni;
  • le istituzioni universitarie;
  • gli Istituti autonomi case popolari;
  • le camere di commercio, industria, artigianato e agricoltura e loro associazioni;
  • tutti gli enti pubblici non economici nazionali, regionali e locali;
  • le amministrazioni, le aziende e gli enti del Servizio sanitario nazionale;
  • l’Agenzia per la rappresentanza negoziale delle pubbliche amministrazioni (Aran) e le altre Agenzie pubbliche;
  • il Coni.

I dipendenti pubblici che dipendono da queste amministrazioni sono stati, nel corso del tempo, equiparati ai lavoratori privati per quanto concerne la disciplina del rapporto di lavoro fatte salve alcune regole particolari che derivano dalla natura pubblica del datore di lavoro.

I doveri del dipendente pubblico

L’equiparazione dei dipendenti pubblici a quelli privati fa sì che si applichino loro anche i doveri posti a carico del dipendente privato e in particolare il dovere di fedeltà nei confronti del datore di lavoro.

Questo dovere, previsto direttamente dalla legge [2], è stato sempre interpretato nel senso di vietare al dipendente di:

  • porre in essere attività in concorrenza con il datore di lavoro;
  • divulgare a terzi le informazioni che apprende durante il lavoro;
  • svolgere attività che possano entrare in conflitto con il proprio lavoro.

In questo senso, nel caso del pubblico dipendente, assume particolare importanza il rischio che l’attività ulteriore svolta dal dipendente si ponga in conflitto di interessi con il lavoro pubblico.

Facciamo un esempio. Tizio è dipendente del Comune di Padova e si occupa di edilizia privata. In particolare, Tizio coordina l’ufficio che rilascia le autorizzazioni ai privati che presentano progetti edili. Tizio diventa socio di una importante ditta di costruzioni che opera nel Padovano.

In questo caso è evidente che Tizio potrebbe ritrovarsi a rilasciare autorizzazioni proprio alla società di cui è socio. È un esempio per evidenziare il fatto che le ulteriori attività private svolte possono mettere il dipendente pubblico in una situazione di conflitto di interessi e possono pregiudicare l’imparzialità e il buon andamento dell’azione amministrativa.

Dipendenti pubblici: divieto di attività esterne

Proprio per evitare che i dipendenti pubblici si dedichino ad attività incompatibili con il loro lavoro, la legge prevede che tutti gli incarichi, anche occasionali, non compresi nei compiti e doveri di ufficio, per i quali è previsto, sotto qualsiasi forma, un compenso debbano essere preventivamente autorizzati dall’amministrazione datore di lavoro.

Da questa norma sono esclusi:

  • dipendenti part time sotto il 50%;
  • docenti universitari a tempo determinato;
  • altre categorie previste da norme di legge.

Inoltre vi sono alcune attività non soggette a questo divieto, vale a dire:

  • collaborazione a giornali, riviste, enciclopedie e simili;
  • utilizzazione economica da parte dell’autore o inventore di opere dell’ingegno e di invenzioni industriali;
  • partecipazione a convegni e seminari;
  • incarichi per i quali è corrisposto solo il rimborso delle spese documentate;
  • incarichi per lo svolgimento dei quali il dipendente è posto in posizione di aspettativa, di comando o di fuori ruolo;
  • incarichi conferiti dalle organizzazioni sindacali a dipendenti presso le stesse distaccati o in aspettativa non retribuita;
  • attività di formazione diretta ai dipendenti della pubblica amministrazione.

Divieto di esercitare attività economiche per i dipendenti pubblici

La legge [2] prevede, in particolare, che l’impiegato pubblico non possa:

  • esercitare il commercio, l’industria, né alcuna professione;
  • assumere impieghi alle dipendenze di privati;
  • accettare cariche in società costituite a fine di lucro, tranne che si tratti di cariche in società o enti per le quali la nomina è riservata allo Stato e sia all’uopo intervenuta l’autorizzazione del Ministro competente.

Come abbiamo visto nell’esempio infatti l’esercizio di attività economiche private da parte del dipendente pubblico potrebbe creare problemi di conflitto di interessi.

Questo divieto ha dunque lo scopo di garantire l’imparzialità, l’efficienza e il buon andamento della pubblica amministrazione, e impedire che possano crearsi dei centri d’interesse alternativi all’ufficio pubblico in capo all’impiegato, che gli impedirebbero di dedicarsi pienamente ai propri doveri istituzionali.

Autorizzazione a svolgere attività esterne: procedura

La legge fissa le regole ed il procedimento che deve essere seguito per chiedere alla propria amministrazione l’autorizzazione a svolgere le attività esterne.

L’autorizzazione deve essere richiesta all’amministrazione di appartenenza del dipendente dai soggetti pubblici o privati che intendono conferire l’incarico oppure dal dipendente interessato. L’amministrazione di appartenenza deve pronunciarsi sulla richiesta di autorizzazione entro trenta giorni dalla ricezione della richiesta stessa.

A questo punto scatta un meccanismo di silenzio/assenso se l’attività esterna deve essere svolta presso un’altra amministrazione pubblica.

Scatta, invece, un meccanismo di silenzio/diniego se l’attività esterna deve essere svolta presso un soggetto privato.

In sostanza, decorso il termine di trenta giorni per rispondere alla richiesta del dipendente e provvedere, l’autorizzazione, se richiesta per incarichi da conferirsi da amministrazioni pubbliche, si intende accordata; in ogni altro caso, si intende definitivamente negata.

Dipendenti pubblici: decadenza dall’incarico

Se il dipendente pubblico si mette in una condizione di incompatibilità senza aver chiesto ed ottenuto preventivamente la relativa autorizzazione, le conseguenze possono essere molto pesanti.

La sanzione generalmente prevista in questi casi, infatti, è la decadenza dall’incarico.

Quando l’amministrazione datrice di lavoro si rende conto che il dipendente è titolare di un incarico non compatibile e non autorizzato, infatti, dà al dipendente pubblico un termine perentorio per rimuovere la condizione di incompatibilità.

In tal caso scatta la decadenza quando il dipendente non rimuove la condizione di incompatibilità entro 15 giorni dalla data in cui ha ricevuto la relativa diffida.

Se il dipendente invece adempie la decadenza automatica non scatta ma non è del tutto escluso che non vi siano conseguenze negative per il lavoratore il quale può comunque subire un procedimento disciplinare da parte dell’amministrazione datore di lavoro.

Laddove l’impiegato, al contrario, obbedisca alla diffida, facendo cessare la causa di incompatibilità, rimane comunque soggetto ad una possibile azione disciplinare [3].

La decadenza dal servizio non si applica a tutti i rapporti di lavoro pubblico ma solo a:

  • professori universitari a tempo indeterminato;
  • forze armate;
  • magistrati;
  • vigili del fuoco;
  • dipendenti di Consob, Banca d’Italia e altre autorità indipendenti.

Dipendenti pubblici: licenziamento per giusta causa

La decadenza dal servizio, come visto, si applica solo a quei rapporti di lavoro che continuano ad essere assoggettati alla disciplina pubblica.

La decadenza non è considerabile come sanzione disciplinare ma è una diretta conseguenza della perdita dei requisiti di indipendenza e totale disponibilità peculiari del rapporto di pubblico impiego.

Per questo la decadenza è cosa del tutto diversa dal licenziamento disciplinare [4].

Il licenziamento disciplinare è la sanzione che rischiano invece tutti i dipendenti pubblici diversi da quelli visti sopra e cioè tutti i dipendenti con rapporto di lavoro contrattualizzato.

In sostanza, appresa dall’amministrazione la partecipazione del dipendente pubblico presso una società privata come socio, senza alcuna preventiva autorizzazione, l’amministrazione può ritenere che questo comportamento faccia venire meno del tutto la fiducia verso il lavoratore e verso l’imparzialità del suo operato. Inoltre l’ente può legittimante temere che il dipendente non si stia dedicando appieno all’ufficio ma stia distogliendo il tempo di lavoro per gli affari privati.

Prima di provvedere al licenziamento disciplinare l’ente dovrà avviare il procedimento disciplinare a carico del dipendente.

Tale procedimento si compone di diverse fasi:

  1. l’ufficio competente per i procedimenti disciplinari, con immediatezza e comunque non oltre trenta giorni decorrenti dal ricevimento della segnalazione dello svolgimento di attività esterna, provvede alla contestazione scritta dell’addebito e convoca l’interessato, con un preavviso di almeno venti giorni, per l’audizione in contraddittorio a sua difesa. Il dipendente può farsi assistere da un procuratore ovvero da un rappresentante dell’associazione sindacale cui aderisce o conferisce mandato;
  2. una volta lette le giustificazioni del dipendente o ascoltata la sua difesa, l’ufficio competente per i procedimenti disciplinari conclude il procedimento, con l’atto di archiviazione o di irrogazione della sanzione del licenziamento disciplinare, entro centoventi giorni dalla contestazione dell’addebito.

note

[1] Art. 1 co. 2 D. Lgs n. 165/2001.

[2] Art. 53 del D. Lgs. 165/2001, che richiama la disciplina sull’incompatibilità di cui agli art. 60 e ss del D.P.R. 3/57 per tutti i dipendenti pubblici.

[3] Art. 55 D. Lgs. 165/2001.

[4] Cass. n. 17437 del 12.10.2012 e Cass. n. 967 del 19.01.2006.

Autore immagine: dipendente di fizkes


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4 Commenti

  1. l’ articolo non risponde alla domanda che si pone :

    Dipendenti pubblici: possono essere soci di società?

    Qui specifica che non può effettuare prestazioni lavorative ed è chiaro.
    domanda ad esempio :
    insegnante può essere socio accomandante in una SAS dove non presta attività lavorartiva?

    1. SI. Puoi essere accomandante perchè non presti lavoro ma figuri solo come finanziatore.

  2. La legge da quello che ho capito disciplina l’attività lavorativa e di conseguenza tutela l’interesse pubblico nell’ipotesi in cui possa esserci conflitto di interesse. Il mio dubbio invece é un altro, posso costituire una società all’estero al fine di poter compiere investimenti immobiliari nel paese estero? Ringrazio chi vorrà rispondere a tale quesito.

  3. un dipendente pubblico, indipendentemete dal ministrero di appartenenza, con un contratto full time 36 ore settimanale, puo’ essere socio di sas senza percepire lucro…trattasi di collaborazione familiare. saluti

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