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Cosa succede se perdo la residenza?

21 Marzo 2019 | Autore: Maria Teresa Biscarini
Cosa succede se perdo la residenza?

Quando la cancellazione anagrafica dei residenti determina la perdita di diritti fondamentali al vivere quotidiano. 

Si chiama carta di residenza permanente dall’inglese “permanent resident card” conosciuta più comunemente come green card o carta verde. Con queste varie terminologie ci si intende quindi riferire all’autorizzazione rilasciata dalle autorità degli Stati Uniti d’America con cui si consente ad uno straniero di risiedere negli United States per un tempo illimitato. Se questo è vero in America com’è considerata la residenza in Italia? Esiste anche qui una residenza permanente o esiste piuttosto l’eventualità di perdere la residenza? Inoltre cosa succede se perdo la residenza? Sì, hai capito bene! La residenza è un diritto che in Italia si può anche perdere al verificarsi di determinate evenienze e se dovesse accadere, è bene sin da ora sapere che la cosa non ha semplicemente connotazioni di carattere burocratico. Infatti la residenza in realtà costituisce il presupposto per l’esercizio di numerosi ulteriori diritti. Per tale motivo c’è stata più di una voce che si è spinta a definire la residenza come un “diritto a esercitare altri diritti”. Una bella rogna quindi laddove si dovesse incorrere in quelle situazioni che portano ad una perdita della residenza. Dalla perdita della residenza si andrà incontro infatti, volenti o nolenti, ad una serie di perdite in successione che non faranno che peggiorare il quadro generale. Se dunque senti di non essere così ferrato in materia, continua a seguirci. Se, come è vero, in Italia di residenza “ce n’è una sola”, come si dice anche per la mamma naturale, vediamo cosa potrebbe accadere nel caso in cui da una residenza si passasse a nessuna residenza.

La residenza secondo la legge

Nell’ordinamento italiano la residenza costituisce un diritto del cittadino che ha a che fare con varie disposizioni di legge. In primis, il diritto alla residenza afferisce al diritto costituzionale [1] che tutela la libertà di circolazione e di soggiorno “in qualsiasi parte del territorio nazionale, salvo le limitazioni che la legge stabilisce in via generale per motivi di sanità o di sicurezza”. Quindi la scelta della residenza è diretta emanazione della libertà di soggiorno.

Scendendo ancora più nello specifico, la residenza è fatta oggetto di un apposito articolo del Codice civile [2] secondo cui deve intendersi per residenza quel luogo in cui la persona ha abituale dimora: vale a dire che non è sufficiente dimorare in un luogo affinché si possa parlare di residenza, occorre infatti anche l’abitualità, cioè l’alta probabilità di reperire la persona in quel luogo.

Vi è poi il concetto di residenza storicamente individuato dalla Cassazione che cumula l’elemento oggettivo e verificabile della permanenza della persona nel luogo, con l’elemento soggettivo dell’ “intenzione di abitarvi stabilmente, rivelata dalle consuetudini di vita e dallo svolgimento delle normali relazioni sociali”. Un mix dunque di elementi che rendono la residenza la risultante di una serie di scelte di tipo geografico, ma anche di tipo intenzionale. La residenza infatti è frutto di una scelta personale dalla quale la legge fa discendere una serie di conseguenze.

Cancellazione anagrafica dei residenti: in quali casi avviene?

Avendo chiarito, seppur per sommi capi, cosa s’intenda per soggetto residente, vediamo ora i casi in cui la legge prevede la cancellazione della residenza. Il faro normativo che fa luce sull’argomento è un decreto del presidente della repubblica risalente al 1989, interessato nel corso degli anni da periodiche modifiche [3].

Tale decreto in un apposito articolo [4] indica espressamente i casi di cancellazione dall’anagrafe della popolazione residente.

La residenza si perde in caso di:

  • morte, compresa la morte presunta giudizialmente dichiarata;
  • trasferimento della residenza in altro Comune o all’estero;
  • trasferimento del domicilio in altro Comune per le persone senza fissa dimora;
  • irreperibilità accertata a seguito delle risultanze delle operazioni del censimento generale della popolazione;
  • irreperibilità a seguito di ripetuti accertamenti, opportunamente intervallati (per saperne di più su irreperibilità e procedura di cancellazione dall’anagrafe, clicca qui);
  • mancato rinnovo della dichiarazione di dimora abituale che i cittadini stranieri sono tenuti a fare.

Una moltitudine di vicissitudini dunque che portano ad altrettante conseguenze; vediamo ora quali.

Lavoro e apertura partita Iva: come incide la residenza?

Come già anticipato sopra, la residenza in Italia è una condizione necessaria per avere accesso ad una serie considerevole di diritti fondamentali. Tra questi va annoverato in primis il diritto al lavoro che sulla carta è garantito a tutti i cittadini. Quanto poi tra il dire e il fare ci sia un abisso, è storia nota a tutti. Fatta questa premessa dettata da motivi di onestà intellettuale, vediamo come l’assenza di residenza può ripercuotersi sul fronte lavoro: una persona senza residenza è una persona a cui viene ostacolato l’accesso al lavoro, infatti la stessa non potrà aprire una partita Iva.

I contribuenti non residenti e senza stabile organizzazione in Italia potranno nominare un proprio rappresentante fiscale; quest’ultimo solo in presenza di regolare delega, potrà presentare per il soggetto privo di residenza una richiesta di attribuzione del numero di partita Iva presso l’ufficio delle entrate competente.

Iscrizione ai centri per l’impiego: come incide la residenza

I centri per l’impiego, nati relativamente di recente [5] sono qualcosa di più dei vecchi uffici di collocamento, considerata tutta la serie di attività di formazione e orientamento a cui sono preposti. Oggi il lavoratore o l’aspirante tale inoltre non è più titolare di un libretto di lavoro ma intestatario di una scheda professionale che rendiconta passaggi lavorativi e formativi utili in fase di ricerca di personale.

I centri per l’impiego cioè svolgono non solo attività di collocamento, ma anche di collegamento tra chi cerca e chi offre lavoro, con relativa attività di consulenza alle parti interessate, rendendosi anche promotori, tramite appositi database, di offerte lavorative sia di aziende private che pubbliche.

Un bel mix di attività che andrebbe in fumo nel caso in cui la persona venisse a perdere la residenza. Infatti per usufruire di questi servizi, la persona deve prima risultare conoscibile al centro per l’impiego territoriale e questo si verifica tramite apposita iscrizione.

Tra i requisiti necessari per procedere all’iscrizione:

  • compimento del 16° anno di età;
  • lo stato di disoccupazione o inoccupazione;
  • la residenza in una provincia italiana;
  • o in subordine l’elezione di domicilio in una provincia italiana.

Quindi anche in tale caso la perdita della residenza, laddove non si abbia possibilità di procedere con l’elezione di domicilio presso altrui location, dietro ovviamente il benestare di chi è titolare della realtà immobiliare dove si intende domiciliarsi, è causa di una perdita significativa di diritti e prerogative.

Iscrizione al Servizio sanitario nazionale: come incide la residenza

Una persona senza fissa dimora non può accedere in Italia ai servizi erogati dal Servizio sanitario nazionale. Infatti affinché la richiesta d’iscrizione al Servizio sanitario nazionale vada a buon fine è necessario recarsi presso l’Azienda sanitaria locale (Asl), ma non una qualsiasi all’interno del territorio nazionale, bensì quella del luogo in cui si ha appunto la residenza.

Nel modulo da riempire andranno indicati i seguenti dati:

  • nome e cognome;
  • data di nascita;
  • luogo di residenza;
  • età.

Tra i documenti da presentare:

  • codice fiscale;
  • certificato di residenza;
  • permesso di soggiorno nel caso di stranieri.

Il documento che certifica l’iscrizione al Servizio sanitario nazionale è la tessera sanitaria che si ha l’onere di mostrare ad ogni struttura sanitaria quando si richiede l’erogazione di prestazioni mediche; ma in assenza di una regolare residenza, nulla di tutto ciò.

Diritto di voto: come incide la residenza?

Il diritto di voto, sia esso attivo che passivo, vale a dire esercitabile da chi è chiamato rispettivamente ad esprimere un voto o da chi si candida per essere votato da altri, è garantito dalla Carta costituzionale italiana.

Un apposito articolo [6] recita infatti che il diritto di voto “non può essere limitato se non per incapacità civile o per effetto di sentenza penale irrevocabile o nei casi di indegnità morale indicati dalla legge”. Ipotesi dunque molte ben circoscritte quelle che giustificano l’esclusione del diritto al voto, ma se questo vale sulla Carta, nella realtà pratica dei fatti in caso di mancanza di residenza, la persona non appartiene nemmeno ad alcuna circoscrizione elettorale e viene così di fatto privata del diritto all’esercizio del voto. Quindi anche in questo caso, no residenza, no voto!

Diritti di accesso ai servizi in Italia: come incide la residenza

La residenza comporta inoltre ulteriori conseguenze che hanno a che fare con il diritto all’accesso al gratuito patrocinio, ma anche con il diritto all’accesso ai servizi scolastici, nonché ai servizi sociali. Vediamo come in estrema sintesi.

Per accedere al gratuito patrocinio un passaggio imprescindibile è la valutazione del tetto reddituale ascrivibile al soggetto che ne fa richiesta, tetto che coinvolge anche il nucleo familiare che rimanda ancora una volta alla residenza anagrafica. A tale riguardo, peraltro, c’è pure una recente pronuncia della Corte di Cassazione [7] che è andata oltre il concetto di residenza anagrafica; nello specifico gli ermellini nel caso di un soggetto senza fissa dimora hanno sentenziato che nel valutare il reddito familiare complessivo occorre fare riferimento non tanto alla famiglia anagrafica, quanto al nucleo familiare di fatto, ovvero a quei legami di stabile convivenza da cui deriva una situazione di mutua e non episodica assistenza.

Un soggetto senza una residenza stabile non potrà inoltre avere accesso ai servizi scolastici, quindi sarà privato del diritto d’iscrivere i propri figli a scuola, non potrà altresì accedere ai servizi sociali; insomma si avrà una serie di restrizioni a cascata una volta che il soggetto venga privato della residenza. Quindi una persona senza la residenza è come se fosse un cittadino di serie b.



Di Maria Teresa Biscarini

note

[1] Art. 16 Cost.

[2] Art.43 co.2 cod. civ.

[3] D. P. R. 223/1989

[4] Art.11 co. c) D. P. R. 223/1989

[5] D. Lgs 469/1997

[6] Art. 48 Cost.

[7] Cass. sez. IV pen. n.45511/2016.

Autore immagine: residenza di Billion Photos


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