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Dimissioni per maternità: è giusta causa?

6 Marzo 2019 | Autore:


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Una lavoratrice che aspetta un figlio o ha appena partorito può lasciare volontariamente il posto ed avere diritto alla Naspi?

Sei incinta e hai deciso che è arrivato il momento di chiudere – almeno temporaneamente – con il lavoro per dedicarti a tuo figlio. Insieme a tuo marito o al tuo compagno, avete pensato che puoi riprendere a lavorare quando il piccolo potrà andare all’asilo. Per te va bene così, ma c’è un problema da risolvere: devi licenziarti. E che cosa comporta? Presentare le dimissioni durante il periodo di maternità equivale a presentarle per giusta causa? Se la risposta è «sì» significa avere diritto alla Naspi, quindi al trattamento riservato ai disoccupati. Se, invece, la risposta è «no» non solo non c’è diritto alla Naspi ma occorrerà rispettare il periodo di preavviso prima di abbandonare definitivamente il posto di lavoro.

Ad ogni modo, c’è prima di tutto di chiedersi se sia una mossa conveniente quella di dare le dimissioni per maternità. Ricorda, infatti, che nel periodo in cui aspetti un bambino ed in quello immediatamente successivo al parto fino al nono mese del bambino, hai diritto alla tua retribuzione, anche se quando finisce l’astensione obbligatoria dal lavoro ed inizia quella facoltativa lo stipendio si riduce notevolmente. Ma, comunque, qualche soldo ti entra in casa e mantieni il posto di lavoro. Quindi, vale davvero la pena dare le dimissioni per maternità?

Può darsi che tu abbia fatto quattro conti e che abbia concluso che prendi più di Naspi che di retribuzione durante il periodo di astensione facoltativa. Ma per avere diritto al sussidio di disoccupazione, occorre tornare alla domanda di partenza: presentare le dimissioni per maternità è giusta causa? Vediamo.

Dimissioni: quando sono per giusta causa?

Chi vuole lasciare il lavoro prima della scadenza del contratto e vuole avere il sussidio di disoccupazione deve presentare le dimissioni per giusta causa. Occorrono, cioè, delle circostanze che impediscano di proseguire normalmente il rapporto di lavoro, sia per motivi legati al rapporto stesso sia per questioni che non consentono al lavoratore di svolgere i propri compiti.

Per fare qualche esempio di casi in cui un lavoratore può dimettersi per giusta causa:

  • non percepisce lo stipendio da almeno due mesi consecutivi;
  • è stato destinato ad una mansione inferiore rispetto a quella che svolgeva prima;
  • è stato sessualmente molestato al lavoro;
  • è stato vittima di mobbing;
  • è stato trasferito in un’altra sede senza alcun motivo tecnico, organizzativo e produttivo;
  • ci sono stati delle importanti modifiche alle condizioni lavorative confermate da un diverso contratto collettivo.

Come abbiamo visto, la maternità non rientra tra i motivi che possono interrompere un rapporto di lavoro per giusta causa. Tuttavia, è considerata una ragione più che sufficiente per poter dare le dimissioni ed avere diritto alla Naspi.

È vero, infatti, che il sussidio di disoccupazione è riservato a chi ha perso il lavoro contro la sua volontà. Ma è altrettanto vero che ne ha diritto anche chi è stato costretto a licenziarsi perché il rapporto di fiducia e di stima verso l’azienda è venuto meno (la giusta causa, appunto). O perché il lavoratore (la lavoratrice, in questo caso) sta vivendo delle circostanze che la impediscono di svolgere normalmente le sue mansioni.

Tuttavia, non è possibile dare le dimissioni per maternità in qualsiasi momento: affinché la lavoratrice possa lasciare il lavoro e percepire la Naspi, deve dimettersi nel periodo che va da 300 giorni prima della data presunta del parto fino al giorno in cui il bambino compie 1 anno.

Dimissioni per maternità: come si presentano?

La procedura per presentare le dimissioni per maternità prevede qualche passaggio particolare. Innanzitutto, bisogna rivolgersi alla competente Direzione territoriale del lavoro (la Dtl) [1]. In questa sede, le dimissioni devono essere convalidate, altrimenti non sono utili ai fini della Naspi [2]. Ma la convalida è, comunque, una tutela per le lavoratrici: eliminano la possibilità delle cosiddette «dimissioni in bianco», quelle, cioè, richieste illegalmente da un’azienda al momento dell’assunzione in mancanza di una data da aggiungere che, ovviamente, può inserire il datore di lavoro a suo piacimento.

Al momento di chiedere la convalida delle dimissioni alla Dtl, dovrai portare con te una copia dei seguenti documenti:

  • carta di identità o, comunque, documento identificativo;
  • busta paga;
  • codice fiscale;
  • contratto di lavoro (copia della parte in cui sia indicato il Ccnl di riferimento e l’orario di lavoro).

Nella lettera di dimissioni occorrerà indicare:

  • le dimensioni dell’azienda come numero di dipendenti;
  • il settore produttivo dell’azienda;
  • il motivo delle dimissioni.

La semplice motivazione della maternità è, infatti generica. Quello che bisogna specificare quando si presentano le dimissioni durante il periodo di gravidanza o fino all’anno del bambino è se la ragione del gesto è, ad esempio:

  • la mancata concessione dell’orario part-time o flessibile;
  • la volontà di accudire la prole in modo esclusivo;
  • il trasferimento dell’azienda in una sede più lontana dal tuo domicilio, ecc.

Ottenuta la convalida delle dimissioni, ti verranno consegnate due copie della tua lettera. Una potrai tenerla tu, mentre l’altra devi consegnarla al tuo datore di lavoro. L’azienda provvederà alla comunicazione della fine del rapporto di lavoro e tu potrai andare al Centro per l’impiego per fare la domanda della disoccupazione, o Naspi che dir si voglia.

Dimissioni per maternità: bisogna dare il preavviso?

A differenza degli altri casi, le dimissioni durante il periodo di maternità o, comunque, nel primo anno di vita del bambino non hanno bisogno di un preavviso da rispettare. Significa che il datore di lavoro dovrà pagare la relativa indennità e tu potrai restare a casa dal giorno dopo in cui ti sei dimessa.

Insieme al preavviso, ti verranno corrisposti i permessi e le ferie non godute ed il Tfr, cioè il trattamento di fine rapporto.

note

[1] Art. 55 Dlgs. n. 151/2001.

[2] Art. 4 co. 17 e ss. legge n. 92/2012.

Autore immagine: Pixabay.com


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