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Voto di laurea minimo per concorso: è lecito?

5 Marzo 2019
Voto di laurea minimo per concorso: è lecito?

Bando per un posto nella pubblica amministrazione: lecito imporre lo sbarramento del voto per la partecipazione al concorso? Il voto di laurea fa punteggio?

Hai letto, sul giornale, che è stato indetto un bando per l’assegnazione di alcuni posti all’interno della pubblica amministrazione. Il concorso sembra tagliato su misura per te: le competenze richieste e le funzioni da ricoprire corrispondono in pieno al tuo curriculum professionale. Ritieni di essere la persona giusta per quella posizione. Pertanto ti affretti a compilare subito la domanda di partecipazione alla gara. Senonché, proprio in quel momento, ti accorgi che, tra i requisiti fissati dal regolamento, vi è anche un voto minimo di laurea. Voto che tu non hai per poco. Ritieni ingiusta e ingiustificata tale limitazione. Così consulti un avvocato per impugnare il bando. A lui chiedi: richiedere un voto di laurea minimo per un concorso è lecito? Che ci sta a fare il concorso se poi i candidati devono essere valutati sulla base del voto di laurea? Se, per partecipare al bando, la pubblica amministrazione impone uno sbarramento (ad esempio un titolo universitario conseguito con un punteggio di almeno 105/110), com’è possibile parlare di pari opportunità nell’accesso ai posti pubblici?

Se il tuo avvocato ha studiato le ultime sentenze in materia, e in particolare quella del Tar Lazio pubblicata proprio quest’anno [1], ti risponderà probabilmente nel seguente modo.

Quanto è importante il voto di laurea nei concorsi pubblici?

Prima di andare avanti nella lettura ti consiglio di leggere una nostra guida pubblicata un mese fa dal titolo Quanto è importante il voto di laurea? In quell’occasione abbiamo ricordato come, secondo la nostra Costituzione, ai posti nella pubblica amministrazione si può accedere solo tramite concorso pubblico.

Alcuni bandi richiedono, come requisito di partecipazione, la laurea universitaria. In tali ipotesi il regolamento di gara attribuisce un punteggio al voto conseguito dal candidato. Tanto maggiore è il voto, tanto superiore sarà il punteggio nella valutazione delle selezioni (fermo restando che il peso maggiore lo avrà sempre la corretta esecuzione delle prove scritte ed orali). Il voto di laurea dunque non è, in tali ipotesi, un requisito di partecipazione al bando, ma uno dei criteri di preferenza nella scelta dei candidati.

Alcune volte però il bando richiede qualcosa in più: un voto minimo di laurea per la partecipazione alle selezioni. Si tratta di un vero e proprio sbarramento all’ingresso.

Il voto di laurea nei pubblici concorsi è stato soppresso?

In realtà non è stata (almeno sino ad oggi) soppressa la regola secondo cui il voto di laurea fa punteggio. Tuttavia una legge del 2015 [2] reca la delega al Governo ad adottare decreti di semplificazione anche in materia di lavoro alle dipendenze della pubblica amministrazione e individua come criteri direttivi la «soppressione del requisito del voto minimo di laurea per la partecipazione ai concorsi per l’accesso agli impieghi nelle pubbliche amministrazioni». Tale disposizione si riferisce però solo al pubblico impiego privatizzato.

Esiste però una normativa più datata, risalente al 1994 [3] che pone dei limiti.

Si tratta del dPR n. 487/1994, avente ad oggetto il “Regolamento recante norme sull’accesso agli impieghi nelle pubbliche amministrazioni e le modalità di svolgimento dei concorsi, dei concorsi unici e delle altre forme di assunzione nei pubblici impieghi”. Esso stabilisce testualmente che, per l’accesso ai profili professionali di ottava qualifica funzionale è richiesto solo il diploma di laurea; per l’ammissione a particolari profili professionali di qualifica o categoria, gli ordinamenti delle singole amministrazioni possono prescrivere ulteriori requisiti.

Dunque il possesso del titolo di laurea è di per sé requisito sufficiente ai fini della partecipazione al concorso indipendentemente dal voto finale riportato a meno che siano richieste specifiche conoscenze tecniche.

Il significato di tale normativa è stato proprio di recente chiarito dalla sentenza del Tar Lazio citata in apertura; i giudici amministrativi hanno cioè spiegato quando è lecito il voto di laurea minimo per il concorso.

Non è la prima volta che il Tar della capitale si confronta con questo delicato problema; già una pronuncia dell’anno scorso [4] aveva segnato lo spartiacque tra le ipotesi in cui è legittimo chiedere ai candidati un voto minimo di laurea per partecipare al concorso e quando, invece, non lo è. Cerchiamo di capire, dunque, come stanno le cose e quali diritti ha il giovane che, pur laureatosi con un brutto voto, vuol comunque concorrere – al pari di tutti gli altri – ad un posto nella pubblica amministrazione.

Voto minimo di laurea: è lecito?

Secondo il tribunale l’introduzione di un voto minimo di laurea non costituisce un indice attendibile della preparazione del candidato in quanto dipendente da un rilevante numero di variabili.

Dunque tale ulteriore requisito di accesso al concorso pubblico non trova giustificazione e valido fondamento a meno che non sia motivato dalla particolarità del profilo professionale a cui si riferisce il concorso. Di tanto però va data motivazione: l’amministrazione deve cioè esternare le ragioni sottese alla concreta fissazione del voto minimo richiesto. In mancanza di tale specifica motivazione, la previsione di un voto minimo di laurea come sbarramento alla partecipazione al bando costituisce una irragionevole e sproporzionata limitazione all’accesso.

I giudici amministrativi sono dell’avviso che, in generale, la previsione di un voto minimo di laurea ai fini dell’accesso ai concorsi finisce per interferire con il principio di ordine generale secondo cui il diploma di laurea è sufficiente per l’accesso ai profili professionali di ottava qualifica funzionale.

Come già detto nel 2015 [5] dal Tar Lazio, il possesso del titolo della laurea con un punteggio minimo è cosa completamente diversa dal semplice possesso del titolo di laurea; proprio in quanto il voto minimo di laurea si aggiunge al requisito generale, questo finisce per acquisire la valenza di requisito ulteriore non richiesto dalla legge.

Solo laddove vi è una particolarità del profilo professionale di qualifica o di categoria è possibile imporre uno sbarramento con voto minimo di laurea. Ma, a tal fine, nel bando vi deve essere un minimo riferimento puntuale alla specificità delle funzioni che i vincitori della procedura di selezione saranno chiamati a svolgere a seguito della loro assunzione nel profilo professionale in questione. Insomma, il potere discrezionale dell’amministrazione di richiedere il conseguimento di un determinato punteggio di laurea ai fini dell’accesso al concorso pubblico necessita – per evitare discriminazioni – un’adeguata motivazione a supporto della deroga al principio generale.

In altri termini il voto di laurea minimo deve essere giustificato dall’importanza e dalla delicatezza del ruolo che le mansioni da ricoprire richiedono in termini di specializzazione e peculiarità del profilo professionale. 

In sintesi, deve essere annullato il bando del concorso pubblico per un profilo professionale assimilabile all’ottava qualifica funzionale che richiede un voto minimo di laurea per la partecipazione dovendosi ritenere che il punteggio indicato costituisca un requisito ulteriore e dunque una deroga alla regola generale che deve essere motivata in modo adeguato rispetto alla peculiarità delle funzioni oggetto della procedura.

note

[1] Tar Lazio, sent. n. 2112/2019.

[2] Legge delega n. 124/2015 art. 17 punto d).

[3] dPR n. 487/1994 avente ad oggetto il “Regolamento recante norme sull’accesso agli impieghi nelle pubbliche amministrazioni e le modalità di svolgimento dei concorsi, dei concorsi unici e delle altre forme di assunzione nei pubblici impieghi”, art. 2 co. 6; cfr. anche

[4] Tar Lazio, sent. n. 4782/2018.

[5] Tar Lazio, sent. n. 1491 e n. 1493 del 2015.

Autore immagine studenti universitari nel tritarifiuti di nuvolanevicata

TAR Lazio, sez. III, sentenza 6 – 15 febbraio 2019, n. 2112

Presidente De Michele – Estensore Monica

fatto e diritto

Con il presente ricorso, i ricorrenti impugnano il bando di concorso, indetto dall’E.N.A.C. – Ente Nazionale Aviazione Civile (di seguito semplicemente “ENAC”), per la copertura 20 posti di “Ingegnere Professionista”, posizione economica 1, di cui al C.C.N.L. del personale dirigente – sezione professionisti di prima qualifica, nella parte in cui prevede, all’art. 2, lett. a), quale requisito di ammissione, il conseguimento di un “diploma di laurea … conseguito con una votazione non inferiore a 105/110 o equivalente”.

I ricorrenti – nel premettere di essersi laureati con un punteggio inferiore a quello minimo richiesto e contestando la rigidità del relativo sistema telematico predisposto, che non consentirebbe l’inoltro della domanda in assenza dei requisiti richiesti – chiedono l’annullamento in parte qua di tale atto, assumendone l’illegittimità per: Violazione e falsa applicazione degli artt. 3, 51 e 97 della Costituzione sotto il profilo della disparità di trattamento e del difetto di ragionevolezza; Violazione e falsa applicazione dell’art. 2, comma 6, del d.P.R. n. 487/1994 nonché del d.lgs. n. 165 del 2001; Eccesso di potere per sviamento di potere, sproporzionalità dell’azione amministrativa, difetto assoluto di motivazione, disparità di trattamento, ingiustizia manifesta, arbitrarietà ed illogicità.

Sostiene, in particolare, parte ricorrente che:

– la previsione, nel bando impugnato, di un voto minimo di laurea sarebbe contraria all’art. 2, comma 6, del d.P.R. n. 487/1994, che stabilisce quale unico titolo richiesto per l’accesso ai profili di ottava qualifica professionale (ai quali sarebbe assimilabile la posizione lavorativa per la quale il bando medesimo è stato indetto) il diploma di laurea;

– tale ulteriore requisito di accesso alla procedura concorsuale non troverebbe giustificazione e valido fondamento nella particolarità del profilo professionale a cui si riferisce il concorso e costituirebbe un irragionevole e sproporzionato sbarramento all’accesso, attesa anche la mancata esternazione delle ragioni sottese alla concreta fissazione del voto minimo richiesto;

– l’introduzione di un voto minimo di laurea non costituirebbe, peraltro, un indice attendibile della preparazione del candidato, in quanto dipendente da un rilevante numero di variabili.

Con distinto atto, un altro aspirante candidato, prima della scadenza del termine per impugnare il bando in epigrafe, proponeva atto di intervento adesivo autonomo, in quanto anch’esso privo del requisito di accesso contestato e, dunque, per l’effetto direttamente leso dal medesimo bando, deducendo a sostegno dell’azione il medesimo articolato motivo di censura.

L’amministrazione resistente si costituiva in giudizio sostenendo la legittimità del contestato requisito di ammissione alla procedura in ragione delle peculiari funzioni afferenti la figura professionale dell’“richiamando a tal fine le disposizioni del relativo C.C.N.L. E.N.A.C.”, richiamando a tal fine le disposizioni del relativo C.C.N.L. per il personale dirigente E.N.A.C. 2002/2005.

La stessa amministrazione evidenziava, altresì, l’infondatezza della argomentazioni volte a censurare la rigidità del sistema informatico di trasmissione delle domande, evidenziando come i ricorrenti abbiano avanzato relativa istanza nonostante il mancato possesso del voto minimo di laurea, avendo ivi indicato la diversa votazione conseguita nonché, in ogni caso la legittimità del sistema medesimo attesa la sua conformità a quanto stabilito all’art. 8, comma 1, del d.l. n. 5/2012, convertito, con modificazioni, dalla l. n. 35/2012, recante “Disposizioni urgenti in materia di semplificazione e di sviluppo” secondo cui “le domande per la partecipazione a selezioni e concorsi per l’assunzione nelle pubbliche amministrazioni sono inviate esclusivamente per via telematica”.

La Sezione con ordinanza n. 3104/2018, accoglieva la domanda cautelare presentata dalla parte ricorrente nonché dall’interveniente, ai fini della loro ammissione con riserva alla procedura concorsuale, “considerato che la questione sollevata con riferimento al bando di concorso, nella parte in cui quest’ultimo limita l’ammissione alle prove in funzione del voto di laurea (minimo 105/110), non appare “prima facie” destituita di fondamento con riferimento alle doglianze relative al carattere ingiustificato e penalizzante di uno sbarramento in entrata alquanto elevato(vedi la sentenza di questo TAR n. 1493 del 28/01/2015)”.

I ricorrenti e l’interveniente in via autonoma, con successiva memoria, insistevano per l’accoglimento del gravame.

All’udienza pubblica del 6 febbraio 2019, la causa veniva trattata e, quindi, trattenuta in decisione.

Il ricorso è fondato e deve, pertanto, essere accolto.

Il d.P.R. n. 487/1994, avente ad oggetto il “Regolamento recante norme sull’accesso agli impieghi nelle pubbliche amministrazioni e le modalità di svolgimento dei concorsi, dei concorsi unici e delle altre forme di assunzione nei pubblici impieghi”, all’articolo 2 (rubricato “Requisiti generali”), dispone testualmente al comma 6, che “per l’accesso a profili professionali di ottava qualifica funzionale è richiesto il solo diploma di laurea” e al precedente comma 2 che “per l’ammissione a particolari profili professionali di qualifica o categoria gli ordinamenti delle singole amministrazioni possono prescrivere ulteriori requisiti”.

Premessa la riferibilità del citato comma 6 al profilo professionale in questione (“Ingegnere Professionista”) in ragione della sua assimilabilità alla qualifica funzionale ivi indicata (l’ottava) – circostanza in alcun modo contestata in punto di fatto dall’ente resistente – il Collegio è, quindi, chiamato a verificare, in via preliminare, se da quanto stabilito al comma 6 possa effettivamente trarsi il principio, invocato dalla ricorrente, di inammissibilità, in linea generale, della previsione di un voto minimo di laurea ai fini dell’accesso alla partecipazione ad un concorso pubblico nonché, in caso affermativo, la riconducibilità alla deroga di cui al comma 2 della contestata disposizione del bando di concorso impugnato.

Quanto alla prima questione, ritiene il Collegio che, indubbiamente, il disposto di cui al comma 6 dell’articolo 2, nella parte in cui prevede che “è richiesto il solo diploma di laurea”, non possa che essere interpretato se non nel senso che il possesso del titolo della laurea sia di per sé requisito sufficiente ai fini della partecipazione al concorso ivi disciplinato indipendentemente dal voto finale riportato e, che, pertanto, il comma 6 esprima effettivamente un principio di ordine generale in subiecta materia.

Ciò posto, il Collegio è, inoltre, dell’avviso, anche in ragione del tenore testuale delle disposizioni richiamate, che – in generale – la previsione di un voto minimo di laurea ai fini dell’accesso alla procedura concorsuale effettivamente finisca per interferire con detto principio, conformemente a quanto già affermato dalla giurisprudenza di questo T.A.R. secondo cui “il possesso del titolo della laurea con un punteggio minimo è evidentemente diverso dal mero possesso del titolo della laurea e, proprio in quanto il voto minimo di laurea si aggiunge al requisito generale, questo finisce per acquisire la valenza di requisito ulteriore” (Sezione II, sentenze n. 1491/2015 e n. 1493/2015).

Passando, quindi, a verificare se, in concreto, un siffatto requisito possa legittimamente essere previsto nel concorso per cui è causa in ragione della sua riconducibilità al citato comma 2, occorre premettere come la deroga ivi prevista, operando in relazione ad un principio di valenza generale, trovi – dunque – applicazione solo nei ristretti e circoscritti limiti nei quali è prevista, con la conseguenza che la “particolarità” del profilo professionale di qualifica o di categoria debba essere necessariamente intesa ed interpretata in senso non ampliativo.

Orbene, l’ENAC sostiene al riguardo che nella fattispecie sussisterebbe effettivamente ed in pieno la predetta particolarità, alla luce delle peculiari funzioni svolte dagli ingegnere professionisti.

L’assunto non è condivisibile.

Assume, innanzi tutto, rilievo in tal senso come manchi in seno al bando impugnato e negli atti ad esso presupposti ogni, seppur minimo, riferimento puntuale alla specificità delle funzioni che i vincitori della procedura saranno chiamati a svolgere a seguito della loro assunzione nel profilo professionale in questione.

Ritiene, infatti, il Collegio che la discrezionalità dell’amministrazione di richiedere il conseguimento di un determinato punteggio di laurea ai fini dell’accesso ad una procedura concorsuale per l’assunzione in un profilo professionale quale quello di cui si discorre, pari o assimilabile all’ottava qualifica funzionale, incontri un limite nella necessità di giustificare la razionalità di uno sbarramento preselettivo di tale fatta, attraverso un’adeguata motivazione a supporto della disposta deroga al principio generale di cui al richiamato art. 2, comma 6, del d.P.R. n. 487/1994, vigente in materia (in tal senso, sempre questo Tribunale, Sezione I, n. 13180/2015).

A ciò si aggiunga come in atti la pretesa particolarità del profilo professionale sia stata dall’ENAC affermata in ragione – sostanzialmente – della mera specificità delle funzioni svolte dall’ente medesimo, riconducendo la “peculiarità del profilo professionale per il quale il posto è messo a concorso” (quello di “Ingegnere Professionista”) genericamente a “l’importanza e la delicatezza del ruolo che i professionisti esplicano attraverso la prestazione degli apporti specialistici secondo la rispettiva professione da essi garantita all’ente a garanzia della correttezza del quotidiano operare” (in tal senso, quanto si legge a pag. 79 del relativo C.C.N.L. per il personale dirigente E.N.A.C. 2002/2005, depositato in atti).

Ritiene, infatti, il Collegio che una tale circostanza (la prestazione di apporti specialistici a garanzia della correttezza del quotidiano operare dell’ente) – conseguendo al rapporto di impiego con un ente, quale l’ENAC, deputato allo svolgimento di attività che tutte devono essere intese come di particolare rilievo – non possa di per sé giustificare la previsione di un ulteriore requisito di accesso alla relativa procedura selettiva, integrando essa – come visto – una deroga al principio generale, vigente in materia, sancito al citato art. 2, comma 6, del d.P.R. n. 487/1994, che non può dunque fondarsi sulla semplice volontà dell’ente di limitare preventivamente il numero dei partecipanti al concorso (in senso conforme, T.A.R. Lazio, Sezione II, sentenze n. 1491/2015 e n. 1493/201 – già citate – entrambe rese nei confronti del Ministero dell’Economia e delle Finanze).

E’, infatti, evidente che l’ENAC abbia inteso introdurre un illegittimo indice selettivo, correlato ad un predeterminato obiettivo di preparazione culturale degli aspiranti concorrenti, con il fine precipuo di escludere dalla partecipazione al concorso i soggetti che abbiano ottenuto risultati meno brillanti nel corso degli studi universitari, per di più adottando un parametro (il voto di laurea) che, a ben vedere, potrebbe non rappresentare un indice attendibile di preparazione del candidato, dipendendo esso da un rilevante numero di variabili (tra gli altri, il tipo di laurea conseguito e presso quale Università).

In conclusione, per i motivi fin qui esposti, il ricorso deve essere accolto e, per l’effetto, il bando relativo al concorso pubblico per cui è causa deve essere annullato nei soli limiti dell’interesse dedotto in giudizio, con conseguente ammissione in via definitiva dei ricorrenti e dell’interveniente alla procedura concorsuale per cui è causa.

Le spese seguono, come di regola, la soccombenza e sono liquidate in dispositivo.

P.Q.M.

Il Tribunale Amministrativo Regionale per il Lazio (Sezione Terza), definitivamente pronunciando sul ricorso, come in epigrafe proposto, lo accoglie, per l’effetto annullando il bando impugnato nei sensi di cui in motivazione, con conseguente ammissione in via definitiva dei ricorrenti e dell’interveniente alla procedura concorsuale per cui è causa.

Condanna l’ENAC al pagamento, in favore dei ricorrenti e dell’interveniente, delle spese di giudizio, che liquida in complessivi euro 2.500,00 (duemilacinquecento/00), oltre accessori di legge, nonché al rimborso del contributo unificato, ove da costoro versato.

Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall’autorità amministrativa.


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