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Dimissioni per malattia

6 Marzo 2019 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 6 Marzo 2019



Il lavoratore con una grave patologia può presentare le dimissioni per giusta causa, o senza obbligo di preavviso?

Una grave patologia ti impedirà di lavorare per moltissimo tempo: vorresti dunque dimetterti per giusta causa, immediatamente, senza fornire alcun periodo di preavviso al datore di lavoro, vista la gravità della situazione.

Ma è possibile presentare le dimissioni per malattia senza preavviso? Dimettersi per malattia equivale a rassegnare le dimissioni per giusta causa?

Purtroppo, devi sapere che le dimissioni per malattia non sono considerate dimissioni per giusta causa, per quanto grave sia la patologia del lavoratore. Come mai? Le dimissioni per giusta causa, per le quali il preavviso non è necessario, possono essere rassegnate solo in presenza di un inadempimento del datore di lavoro, talmente grave da non consentire la prosecuzione, neanche momentanea, del rapporto.

Le dimissioni per malattia, dunque, non essendo presentate a causa di una grave violazione del datore di lavoro, non possono essere considerate dimissioni per giusta causa. Inoltre, non è nemmeno possibile, a causa della malattia, saltare il periodo di preavviso.

Tutela del lavoratore in caso di malattia

La legge non permette al lavoratore malato di rassegnare le dimissioni senza preavviso, nemmeno in caso di patologia molto grave, perché il dipendente è già tutelato dalla possibilità di beneficiare di assenze retribuite per malattia. Il dipendente, difatti, in presenza di una malattia che non permette lo svolgimento dell’attività lavorativa, non deve continuare a lavorare, ma ha diritto ad assentarsi, in base alle prescrizioni del medico curante, che invia un apposito certificato all’Inps.

In sostanza, il lavoratore gravemente ammalato non ha bisogno di presentare in via immediata le dimissioni, proprio perché non è tenuto a prestare servizio a causa della malattia. Le assenze per malattia sono retribuite sino a un determinato periodo: per i lavoratori assunti con contratto a tempo indeterminato, l’Inps è tenuto a pagare l’indennità di malattia per le giornate indennizzabili comprese in un periodo massimo di 180 giorni in un anno solare (dal 1° gennaio al 31 dicembre).

Inoltre, il lavoratore ha diritto al mantenimento del posto sino a un periodo massimo, detto periodo di comporto.

Quanto dura il periodo di comporto?

Il periodo di comporto è il periodo massimo, solitamente stabilito dal contratto collettivo applicato, entro il quale il lavoratore si può assentare per malattia senza perdere il posto di lavoro.

Questo arco di tempo non è uguale per tutti i dipendenti, ma cambia a seconda del tipo di contratto (a termine o a tempo indeterminato), dell’inquadramento, dell’anzianità e del contratto collettivo applicato.

Il periodo di comporto, nello specifico, può essere di due tipi: secco e per sommatoria.

Nel comporto secco, il periodo massimo di conservazione del posto si riferisce ad un’unica malattia, senza interruzioni; ad esempio, il contratto collettivo può stabilire che il periodo tutelato abbia una durata massima pari a 6 mesi di malattia;

Nel comporto per sommatoria, il contratto prevede un arco di tempo (ad esempio un anno) entro cui la somma dei giorni di malattia non può superare un determinato limite; ad esempio, il contratto può prevedere un massimo di 180 giorni di malattia (riferiti non solo ad un unico evento morboso, ma anche a più malattie sommate tra loro) nell’arco di un anno, o, come avviene per i dipendenti pubblici, 18 mesi nell’arco di tre anni; ai fini del superamento del comporto sono contati anche i giorni festivi e non lavorati, se interni al periodo di assenza per malattia indicato nel certificato medico.

Che cosa succede una volta terminato il periodo di comporto?

Terminato il periodo nel quale il lavoratore ha diritto alla conservazione del posto, il datore di lavoro è libero di recedere dal contratto, cioè di licenziare il dipendente in malattia.

In sostanza, il dipendente che non può rientrare al lavoro, terminato il periodo indennizzato e di conservazione del posto, non è comunque costretto a prestare servizio (almeno sino al termine della malattia, cioè sino alla fine prognosi indicata nel certificato medico), per cui non ha necessità di presentare le dimissioni per malattia.

E se il dipendente, a causa della malattia, presenta una riduzione della capacità lavorativa così marcata da non poter più lavorare? In questo caso, può aver diritto alla pensione d’inabilità al lavoro o, se la riduzione della capacità lavorativa è parziale, all’assegno ordinario d’invalidità (i dipendenti pubblici possono aver diritto alla pensione per inabilità alle mansioni o a proficuo lavoro).

Dimissioni per malattia: il lavoratore ha diritto alla Naspi?

Come abbiamo osservato, la legge tutela il lavoratore che si ammala, prevedendo sia la possibilità di assentarsi per malattia, con diritto alla retribuzione, sia il diritto a specifiche prestazioni da parte dell’Inps, in caso di riduzione della capacità lavorativa.

Nel caso in cui il lavoratore in malattia voglia comunque rassegnare le dimissioni, una volta cessato il rapporto ha diritto alla Naspi? Sfortunatamente no: le dimissioni per motivi di salute, secondo una recente sentenza della Cassazione [1], sono da assimilare alle dimissioni volontarie, e non a quelle per giusta causa.

In pratica, secondo la Cassazione, anche se la condizione di malattia non è certamente una condizione volontaria, riconoscere l’indennità di disoccupazione a seguito di dimissioni per ragioni di salute finirebbe per tutelare non la perdita volontaria dell’impiego, ma l’esistenza di una malattia: in questo modo la Naspi risulterebbe finalizzata a uno scopo diverso da quello che le è proprio.

note

[1] Cass. sent. n. 12565/17 del 18.05.2017.


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