Diritto e Fisco | Articoli

Gli eredi devono pagare le sanzioni sulle tasse?

6 Marzo 2019


Gli eredi devono pagare le sanzioni sulle tasse?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 6 Marzo 2019



Trasmissione dei debiti del defunto sugli eredi: sull’avviso di pagamento o sulla cartella esattoriale si possono sgravare le sanzioni amministrative o tributarie.

Un familiare ti ha appena lasciato per passare a miglior vita. Non hai fatto in tempo ad asciugare le lacrime dopo il funerale che già trovi, al di là della porta di casa, il postino pronto a consegnarti una cartella esattoriale indirizzata al defunto. È proprio in quel momento che scopri i numerosi debiti tributari lasciati dal vostro parente. Ve ne sono alcuni nei confronti del Comune (a titolo di imposta sulla casa), altri con l’Inps, altri ancora con l’Agenzia delle Entrate. Di tutto questo carico fiscale ti impressionano le sanzioni, che in totale coprono più di un terzo della pretesa. Si tratta di una cifra elevata di cui, al momento, non disponi. Mentre ti chiedi se convenga davvero accettare l’eredità e pagare i debiti del defunto, un avvocato ti consiglia una soluzione alternativa: chiedere lo sgravio della cartella dalle sole sanzioni. A suo dire, questi importi non devono essere corrisposti dagli eredi.

Sembra un’ancora di salvezza, ma vuoi andarci coi piedi di piombo. Il rischio di subire il pignoramento della casa o del conto corrente ti affligge. Così, prima di fare una mossa avventata, ti rechi allo sportello dell’agente della riscossione tributaria per avere maggiori informazioni. Lì poni quindi il tuo quesito: gli eredi devono pagare le sanzioni sulle tasse lasciate dal defunto?

La risposta la potresti trovare già scritta sulla legge o in numerose sentenze che hanno affrontato il caso di contribuenti con il tuo stesso problema. L’ultima di queste è stata pubblicata poche ore fa dalla Cassazione [1]. La Corte è cioè tornata a chiarire se delle sanzioni amministrative – tra cui sono comprese anche quelle tributarie – risponde solo il responsabile della condotta (così come avviene nell’ambito penale) oppure se il debito si trasferisce anche agli eredi. Vediamo dunque qual è stata la spiegazione fornita dai giudici.

Debiti fiscali prima dell’accettazione dell’eredità

Ancor prima di spiegare se gli eredi devono pagare le sanzioni sulle tasse, vediamo quando i debiti tributari del defunto si trasmettono sugli eredi medesimi. È infatti solo da questo momento che questi possono essere oggetto di eventuali richieste da parte del fisco, con tutte le conseguenze che ne derivano in caso di inadempienza (pignoramento dei beni).

È solo dal momento dell’accettazione dell’eredità che gli eredi assumono il debito tributario lasciato dal defunto e quindi ne rispondono personalmente. Prima di ciò, nessuno è tenuto a pagare i debiti lasciati dal defunto, ivi compresi quelli con il fisco. Pertanto, non esiste neanche un soggetto passivo d’imposta; se questa situazione si protrae oltre il periodo di imposta del decesso, responsabile per la dichiarazione dei redditi e per il versamento delle imposte gravanti sull’eredità è il curatore dell’eredità.

L’Agenzia delle Entrate o l’agente per la riscossione esattoriale può continuare a notificare le proprie richieste di pagamento all’ultimo indirizzo di residenza del defunto, indicando come destinatari tutti gli eredi collettivamente e impersonalmente. Ciò significa che sulla busta della raccomandata deve esserci scritto «Eredi del sig….». Tali atti interrompono la prescrizione ma non possono dar vita ad alcun pignoramento perché, come detto, non c’è ancora un soggetto debitore. Difatti, la cartella o l’accertamento notificato personalmente a uno dei familiari prima che questi abbia accettato l’eredità è nullo e va annullato; vi si può fare ricorso quindi entro 60 giorni.

Debiti fiscali dopo l’accettazione di eredità

Come detto, con l’accettazione dell’eredità i debiti fiscali del defunto si trasmettono sugli eredi che hanno accettato o hanno accettato con beneficio di inventario.

Soggetti passivi diventano tutti gli eredi, con effetto retroattivo sin dal momento dell’apertura della successione. Essi, a prescindere dalla loro residenza, sono responsabili per le obbligazioni relative ai debiti del defunto.

Per i redditi posseduti dal defunto prima della sua morte gli eredi sono solo responsabili dell’imposta dovuta e rispondono in solido delle obbligazioni tributarie. Le sanzioni eventualmente addebitabili al defunto per non aver versato in tempo le tasse o aver commesso degli illeciti tributari non possono essere richieste all’erede.

Le sanzioni tributarie non si trasmettono sugli eredi

Tanto le sanzioni amministrative [2] quanto quelle tributarie [3] non si trasmettono agli eredi, anche dopo l’accettazione dell’eredità. Nel primo gruppo rientrano ad esempio le multe stradali, le sanzioni del prefetto per l’emissione di assegni a vuoto. Nel secondo gruppo rientrano invece tutte le sanzioni che derivano da violazioni tributarie come l’omesso o il ritardato pagamento delle imposte.

Si applicano, dunque, anche in ambito fiscale, le regole del diritto penale in base alle quali le conseguenze dell’illecito ricadono solo sul responsabile e non su altri soggetti, ivi compresi gli eredi (salvo ovviamente il risarcimento del danno, che è una conseguenza civile e non penale).

Applicando questo principio, la sentenza odierna della Cassazione, in tema di Imu, ha detto che gli eredi non sono tenuti a pagare le sanzioni per l’inesatto o mancato versamento dell’imposta municipale sugli immobili da parte del de cuius.

La sezione tributaria della Corte Suprema ha spiegato che le sanzioni pecuniarie amministrative previste per la violazione delle norme tributarie hanno carattere afflittivo, onde devono inquadrarsi nella categoria dell’illecito amministrativo di natura punitiva, essendo commisurate alla gravità della violazione ed alla personalità del trasgressore. Risultato: ad esse si applica il principio secondo cui l’obbligazione di pagare la somma dovuta per la violazione non si trasmette agli eredi.

Come cancellare le sanzioni agli eredi

L’erede che riceve una richiesta di pagamento per debiti fiscali del defunto (sia che la richiesta provenga dall’agente della riscossione che dall’amministrazione) può presentare una istanza in autotutela per chiedere lo sgravio (totale o parziale) delle somme dovute. Sarà bene allegare un certificato di morte. Così l’ente sarà tenuto a cancellare la parte del debito dovuto a titolo di sanzioni. Se non dovesse intervenire risposta entro breve, bisognerà procedere per le vie giudiziali con ricorso al giudice competente (per le sanzioni amministrative il giudice di pace, per le sanzioni tributarie la commissione tributaria provinciale).

Le sanzioni pecuniarie amministrative previste per la violazione di norme tributarie presentano carattere afflittivo e sono commisurate alla gravità della violazione e alla personalità del trasgressore. A ciò consegue che l’obbligazione di pagare la somma dovuta per la violazione non si trasmette agli eredi.

note

[1] Cass. sent. n. 6500 del 6.03.2019.

[2] Art. 7 Legge 689/1981: «Non trasmissibilità dell’obbligazione

L’obbligazione di pagare la somma dovuta per la violazione non si trasmette agli eredi». 

[3] Dlgs. n. 472/1997, art. 8: «Intrasmissibilità della sanzione agli eredi

L’obbligazione al pagamento della sanzione non si trasmette agli eredi».

Corte di Cassazione, sez. Tributaria, ordinanza 24 gennaio – 6 marzo 2019, n. 6500

Presidente De Masi – Relatore Russo

Rilevato

che:

1.- I soggetti indicati in epigrafe, agendo dichiaratamente nella qualità di eredi di F.M. , hanno impugnato la sentenza della CTR di Roma depositata in data 16 maggio 2014, non notificata, relativa a due avvisi di accertamento ICI per l’anno 2005 e 2006.

2. F.M. , ricevuti detti avvisi di accertamento, li ha impugnati sostenendo che il proprio terreno non può considerarsi edificabile solo perchè inserito come tale nel PRG di Roma, in assenza di approvazione del piano particolareggiato. Il ricorso è stato respinto sia in primo che in secondo grado.

3.- I dichiarati eredi ricorrono per cassazione, affidandosi a due motivi, uno in rito e l’altro nel merito. In ricorso si specifica che F.M. , nato a (OMISSIS) è deceduto “nelle more” del giudizio di appello e che la moglie ed i figli dell’originario ricorrente propongono ricorso per cassazione deducendo in primis la nullità del procedimento di appello per omesso avviso della udienza di trattazione con conseguente violazione del principio del contraddittorio e nel merito deducendo la violazione di legge per mancato esame di un motivo di appello.

4. Roma Capitale si costituisce con controricorso e preliminarmente eccepisce il difetto di prova della legittimazione ad agire in giudizio da parte dei ricorrenti.

5.- I ricorrenti depositano ai sensi dell’art. 372 c.p.c., una memoria con allegati documenti volti a dimostrare la qualità di eredi di F.M. , nonchè memoria ex art. 378 c.p.c..

Considerato

che:

6.- Preliminarmente, si esamina la eccezione di difetto di legittimazione proposta da Roma Capitale.

6.1- Secondo il costante orientamento della giurisprudenza di questa Corte, in tema di legittimazione attiva incombe alla parte che ricorre per cassazione, nella qualità di erede della persona che fece parte del giudizio di merito, l’onere di dimostrare, per mezzo delle produzioni documentali consentite dall’art. 372 c.p.c., il decesso della parte originaria e la propria qualità di erede; in difetto, il ricorso dev’essere dichiarato inammissibile per mancanza di prova della legittimazione ad impugnare, nessun rilievo assumendo la mancata contestazione di tale legittimazione ad opera della controparte, trattandosi di questione rilevabile d’ufficio (Cass. 10/05/2018, n. 11276; Cass. 27/01/2011, n. 1943; 29/01/2013, n. 2046; v. anche Cass. 02/03/2016 n. 4116 e Cass. ord., 21/06/2017, n. 15414).

Inoltre, le Sezioni Unite di questa Corte hanno precisato che colui che, assumendo di essere erede di una delle parti originarie del giudizio, intervenga in un giudizio civile pendente tra altre persone, ovvero lo riassuma a seguito di interruzione, o proponga impugnazione, deve fornire la prova, ai sensi dell’art. 2697 c.c., oltre che del decesso della parte originaria, anche della sua qualità di erede di quest’ultima; a tale riguardo la dichiarazione sostitutiva di atto di notorietà di cui del D.P.R. 28 dicembre 2000, n. 445, artt. 46 e 47, non costituisce di per sè prova idonea di tale qualità, esaurendo i suoi effetti nell’ambito dei rapporti con la P.A. e nei relativi procedimenti amministrativi, dovendo tuttavia il giudice, ove la stessa sia prodotta, adeguatamente valutare, anche ai sensi della nuova formulazione dell’art. 115 c.p.c., come novellato dalla L. 18 giugno 2009, n. 69, art. 45, comma 14, in conformità al principio di non contestazione, il comportamento in concreto assunto dalla parte nei cui confronti la dichiarazione sostitutiva di atto di notorietà viene fatta valere, con riferimento alla verifica della contestazione o meno della predetta qualità di erede e, nell’ipotesi affermativa, al grado di specificità di tale contestazione, strettamente correlato e proporzionato al livello di specificità del contenuto della dichiarazione sostitutiva suddetta (Cass., sez. un., 29/05/2014, n. 12065).

7.- A fronte della eccezione sollevata dalla controparte, i ricorrenti hanno depositato in data 11 gennaio 2019: certificato di morte di F.M. ; certificato di matrimonio tra P.S. e F.M. ; stato di famiglia P.S. ; dichiarazione sostitutiva di atto di notorietà eredi F. ; denuncia di successione; atto di costituzione degli eredi nel giudizio 1486/13 e sentenza 450/14/15 emessa dalla CTR di Roma nei confronti degli eredi. L’elenco dei predetti documenti è stato notificato alla controparte. I documenti sono stati tempestivamente depositati, in data antecedente alla adunanza camerale, e posti a disposizione della parte mediante la notificazione, e, nel merito, sono idonei, letti unitariamente, a provare la qualità di eredi dei ricorrenti e quindi di soggetti legittimati al ricorso per cassazione (Cass. civ. sez. 1, 5.6.1984 n. 3366; Cass. civ. sez. lav. 21.3.2006 n. 6238; Cass. civ. sez. 3, 14.10.1997, n. 10022). L’eccezione è pertanto da respingere.

8.- Con il primo motivo di ricorso gli eredi F. deducono la violazione di legge ai sensi del D.Lgs. n. 546 del 1992, artt. 31 e 61, con nullità della sentenza impugnata per violazione del principio del contraddittorio, in quanto F.M. non ha avuto notizia alcuna della udienza di trattazione. I ricorrenti evidenziano che controparte non si è premunita di dimostrare l’avvenuta notifica della udienza di trattazione nè risulta in atti il fascicolo d’ufficio della CTR di Roma. A fronte di ciò parte controcorrente si limita ad una generica censura di inammissibilità del ricorso per violazione del principio di autosufficienza, non esplicitata se non con formule di stile ed ad una altrettanto generica censura di inammissibilità del ricorso per avere la CTR deciso in conformità alla giurisprudenza della Suprema Corte.

7.1. Il motivo è fondato, perchè effettivamente non risulta avviso della udienza, ma ciò non comporta, come sostengono i ricorrenti, la restituzione al giudice di appello. È già stato affermato da questa Corte che nel processo tributario la comunicazione della data di udienza adempie alla funzione di garantire il contraddittorio e pertanto la trattazione dell’appello in pubblica udienza senza avviso alla parte costituisce una nullità che travolge anche la sentenza successiva, ma non comporta la restituzione al giudice di merito, se non sono necessari accertamenti di fatto e debba essere decisa una questione di mero diritto (Cass. sez. 5, 31.10.2018 n. 27837). Nella fattispecie la questione di merito può essere decisa senza alcun accertamento in fatto.

8.- Con il secondo motivo gli eredi F. lamentano la violazione di legge per mancata corrispondenza tra il chiesto e pronunciato con conseguente nullità della sentenza impugnata per avere omesso la CTR di valutare il motivo di ricorso inerente il metodo di accertamento utilizzato e quello inerente le sanzioni.

Lamentano in particolare l’errore commesso dall’ente impositore per avere considerato il terreno come area edificabile e per avere applicato retroattivamente i valori contenuti in una perizia di stima dell’anno 2008. Il contribuente sostiene che doveva tenersi conto del fatto che la perizia era stata redatta ad altri fini (scontare l’imposta sostituiva sulla futura vendita dell’immobile) e che vi è differenza tra il valore concreto dell’aera nel 2005/2006 e nel 2008 poichè nelle more è stato adottato il piano particolareggiato. I contribuenti rammentano che l’imposta deve essere liquidata sulla base del valore venale in commercio tenendo con “di quanto sia prossima l’utilizzabilità a scopo edificatorio del suolo” (Cass. s.u. 25506/2006). Lamentano inoltre la applicazione delle sanzioni.

8.1.- Date queste argomentazioni, e considerata la fondatezza della eccezione di nullità nei limiti sopra precisati, non viene qui in rilievo la presunta violazione dell’art. 112 c.p.c., che si ha solo quando l’omesso esame concerne direttamente una domanda od un’eccezione introdotta in causa, e non una circostanza di fatto che, ove valutata, avrebbe comportato una diversa decisione su uno dei fatti costitutivi della domanda o su un’eccezione (Cass. n. 25761/2014). Si tratta piuttosto di valutare la fondatezza della censura relativa ai criteri utilizzati dall’ente impositore per determinare la base imponibile. Deve osservarsi che la contestazione principale della parte riguarda la avvenuta valutazione dell’aera in questione come edificabile, e si deduce che a tale fine non basta l’inserimento in PRG, essendo necessario anche l’inserimento nel piano particolareggiato. A questa argomentazione principale si aggiunge che appare illogico valutare il terreno per l’anno di imposta 2005/2006 facendo riferimento ad una perizia del 2008, poichè nelle more è intervenuto il piano particolareggiato e quindi è aumentato il valore del terreno stesso.

Deve qui richiamarsi l’orientamento costante della giurisprudenza di legittimità espresso sin dalla sentenza a sezioni unite n. 25506/2006, (fondato sulle norme di interpretazione autentica del D.Lgs. 30 dicembre 1992, n. 504, art. 2, comma 1, lett. b) in virtù del quale un’area, ai fini dell’applicazione dell’ICI, è da considerarsi fabbricabile se utilizzabile a scopo edificatorio in base allo strumento urbanistico generale adottato dal comune, indipendentemente dall’approvazione della regione e dall’adozione di strumenti attuativi del medesimo; ciò determina quella che può considerarsi una vera e propria “impennata” di valore rilevante ai fini fiscali (cfr. Cass. s.u. n. 25506/2006 cit.; Cass. sez. 5 n. 4952/2018). Inoltre si deve osservare che in concreto il valore venale del bene è stato determinato seguendo i criteri di cui al D.Lgs. n. 504 del 1992, art. 5, anche tenendo conto del valore indicato in una perizia giurata di stima del 26.06.2008 presentata dal contribuente, applicando un coefficiente di attualizzazione che ha consentito di riparametrare il valore all’annualità oggetto di accertamento. Questa Corte ha già affermato che ai fini ICI il valore imponibile può essere desunto da una perizia giurata di stima anche se prodotta ad altri fini, purchè facendo applicazione dei criteri indicati dal D.Lgs. n. 504 del 1992, art. 5 (Cass. 4093/2015). La censura è quindi infondata.

8.2. È invece fondata la censura con riferimento alle sanzioni applicate. È già stato affermato da questa Corte che le sanzioni pecuniarie amministrative previste per la violazione delle norme tributarie hanno carattere afflittivo, onde devono inquadrarsi nella categoria dell’illecito amministrativo di natura punitiva, disciplinato dalla L. 24 novembre 1981, n. 689, essendo commisurate alla gravità della violazione ed alla personalità del trasgressore, con la conseguenza che ad esse si applica il principio generale sancito dalla L. n. 689 del 1981, art. 7, secondo cui l’obbligazione di pagare la somma dovuta per la violazione non si trasmette agli eredi (Cass. civ. sez. 5., 28/05/2008, n. 13894; Cass. civ. sez. 5 15.10.2018, n. 25644). L’originario ricorso del contribuente merita quindi accoglimento limitatamente alle sanzioni, non dovute.

Le spese dell’intero giudizio considerando la parziale reciproca soccombenza, si compensano per intero tra le parti.

P.Q.M.

Accoglie il primo motivo di ricorso e, nei limiti di cui in motivazione, anche il secondo, cassa la sentenza impugnata e decidendo nel merito accoglie l’originario ricorso del contribuente limitatamente alle sanzioni che dichiara non dovute. Compensa le spese dell’intero giudizio.


scarica gratis il tuo contratto su misura

Per avere il pdf inserisci qui la tua email. Se non sei già iscritto, riceverai la nostra newsletter:

Informativa sulla privacy
DOWNLOAD

Lascia un commento

Usa il form per discutere sul tema. Per richiedere una consulenza vai all’apposito modulo.

 



NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA