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Agevolazione Tasi prima casa: non basta la residenza

11 Marzo 2019


Agevolazione Tasi prima casa: non basta la residenza

> Diritto e Fisco Pubblicato il 11 Marzo 2019



Differenza tra prima casa e abitazione principale: quando non si pagano Imu e Tasi. Il concetto di dimora abituale del nucleo familiare.

Sono stati numerosi, in passato, i contribuenti che, pur di non pagare la Tasi sulla prima casa, hanno dichiarato una falsa residenza all’interno della seconda casa. Fin troppo scontato ripeterlo: questo comportamento non costituisce solo un’evasione fiscale, ma anche un reato, quello di falso in atto pubblico. La pacchia però è finita. La legge è cambiata e ora la giurisprudenza ne ha preso definitivamente atto, tant’è che una recente sentenza della Cassazione [1] ha chiarito che, per avere l’agevolazione Tasi sulla prima casa, non basta la residenza. C’è bisogno di altri due requisiti difficilmente eludibili come invece la dichiarazione all’ufficio dell’anagrafe. Ora, chi ha cercato di fare il furbo rischia di dover pagare al proprio Comune gli arretrati degli ultimi cinque anni.

Di tanto avevamo già dato un’anticipazione ieri nell’articolo dedicato all’Imu. Ma poiché le regole sull’esenzione dalle imposte sull’abitazione principale riguardano anche la Tasi, ecco quindi, a scanso di equivoci, il seguente chiarimento.

Nel commentare la sentenza della Suprema Corte, ti diremo, qui di seguito, in cosa è cambiata la legge, come non pagare l’Imu e la Tasi sulla prima casa e come l’ente locale riesce ormai a scovare le evasioni fiscali.

Procediamo con ordine.

Differenza tra prima casa e abitazione principale

Ad oggi l’Imu e la Tasi viaggiano in “tandem”: le discipline sono quasi simmetriche tant’è che si sta pensando di riformare il sistema della tassazione locale con un’unica imposta. Allo stato attuale, però, le cose stanno nel seguente modo. L’Imu e la Tasi non si pagano più sull’abitazione principale [2]. È sbagliato quindi usare il termine «prima casa». Per ottenere l’agevolazione fiscale in commento, infatti, la casa non deve essere necessariamente la “prima” che il contribuente ha acquistato, né per forza l’unica.

Il concetto di abitazione principale è diverso dalla «prima casa» e risiede piuttosto nell’uso che di questa se ne fa. La legge, nel tentativo di favorire quegli immobili ove si svolge la quotidianità del contribuente, ha previsto l’esenzione dall’Imu e dalla Tasi ove vive la famiglia. E per fare questo, però, non si è limitata più, come ai tempi dell’Ici, a individuare tale luogo in quello di residenza del contribuente. Come dicevamo, infatti, sono necessari altri due requisiti. Eccoli.

Per non pagare Imu e Tasi la residenza non basta

Per quanto viga, nel nostro ordinamento, l’obbligo di dichiarare al Comune, quale propria residenza, il luogo ove si vive per gran parte dell’anno – ossia la propria dimora abituale – in molti hanno “falsato le carte” e, al fine di ottenere benefici fiscali e assistenziali o di abbassare l’Isee o di sfuggire alle notifiche dei creditori o di non pagare le tasse, hanno dichiarato false residenze. Tale comportamento però è vietato dalla legge penale: non si può indicare, come propria residenza, un luogo ove non si dimora. Tant’è che, chi lo fa, commette il reato di falsa attestazione in atto pubblico (in questo caso l’atto pubblico sono i registri dell’anagrafe). Oltre al procedimento penale, poi ci sono le conseguenze amministrative, sul piano cioè sanzionatorio, per aver usufruito di benefici non spettanti (che andranno quindi restituiti).

Di fatto, però, per stanare le false residenze il Comune dovrebbe fare indagini su tutti i contribuenti: mandare la polizia municipale a controllare, casa per casa, chi ci vive dentro oppure – così come sta succedendo sempre più spesso – verificare se, dalle bollette delle utenze, non risultano consumi rilevanti (in questo modo, chi dichiara la residenza nella casa al mare o in quella comunque disabitata, dovrà dimostrare perché, durante gran parte dell’anno, non si consuma luce, acqua o riscaldamento).

Insomma, la residenza è facilmente falsificabile. Così la legge ha tentato di risolvere la questione [3] e ha stabilito che, oltre alla residenza, è necessario che l’abitazione costituisca

  • dimora abituale del titolare dell’immobile;
  • dimora abituale dei familiari che rientrano nel suo nucleo.

Quindi non basta più il solo fatto che il contribuente abbia dichiarato la propria residenza nell’immobile in questione, né che questi vi viva. Esso deve essere la dimora abituale di tutta la famiglia. Ed è onere del contribuente dimostrare che anche coniuge e figli vivono nella stessa casa.

Su queste basi si fonda quindi la sentenza in commento: perde l’agevolazione fiscale sulla prima casa – ossia l’esenzione dal pagamento dell’Imu e della Tasi – il contribuente che, in giudizio, non dimostra non solo di essere residente nell’immobile in questione ma che lo stesso è il luogo di dimora abituale propria e dei suoi familiari.

In questo modo le truffe ai danni delle casse comunali dovrebbero essere più facilmente rintracciabili. Se infatti la residenza è un dato formale – che si esaurisce nella dichiarazione all’ufficio anagrafico – la dimora è invece un dato formale che si dimostra solo con la presenza fisica del soggetto all’interno dell’abitazione.

Cosa rischia il contribuente

I Comuni, forti di questa novità, hanno iniziato a fare controlli sulle false residenze. Controlli che, come detto, si valgono spesso della collaborazione delle società fornitrici del gas, della luce o dell’acqua. Nell’ipotesi in cui, da un accertamento fiscale, dovesse risultare che il contribuente non dimora fisicamente all’interno della casa indicata all’ufficio anagrafe  scatterà innanzitutto la revoca della residenza (con perdita dell’assistenza sanitaria) con l’apertura del procedimento penale. Poi si apriranno le sanzioni tributarie e il recupero dell’Imu e della Tasi degli ultimi cinque anni. Tale infatti è il termine di prescrizione.

note

[1] Cass. ord. n. 6634 del 7.03.2019.

[2] Art. 13, comma 2 del dl 201/11.

[3] Art. 8 del d.lgs. n. 504 del 1992 (come modificato dall’art. 1, comma 173, lett. b), della L. n. 296 del 2006, con decorrenza dall’1 gennaio 2007.

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3 Commenti

    1. Grazie mille. Continua a seguire il nostro portale di informazione giuridica per conoscere le ultime news.

  1. va bene tutto ma se io voglio vivere nella mia casa senza marito perchè non lo sopporto più ma per motivi personali siamo sposati…caspita mica devo portarmelo in casa mia!!!

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