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I dipendenti pubblici possono essere licenziati?

1 Aprile 2019
I dipendenti pubblici possono essere licenziati?

Molti pensano che un dipendente pubblico non possa mai essere licenziato. In realtà, anche se indubbiamente è più raro di quanto non sia nel mondo privato, anche i dipendenti pubblici possono essere licenziati.

Agli occhi della gran parte dei cittadini i dipendenti pubblici sono eccessivamente tutelati e protetti e questo determina anche bassi livelli di produttività, efficienza e cortesia dei pubblici dipendenti nell’eseguire il loro dovere.  Tuttavia, almeno dal punto di vista teorico e normativo, la possibilità di licenziare i dipendenti pubblici esiste. Al cittadino che si chiede, dopo aver atteso ore allo sportello anagrafe oppure dopo aver visto un impiegato pubblico fare la spesa durante l’orario di lavoro, “I dipendenti pubblici possono essere licenziati?” si deve rispondere di sì, in quanto le leggi lo permettono. Come sempre, però, un conto è la teoria ed un altro conto è la realtà.

Chi sono i dipendenti pubblici?

La Pubblica Amministrazione e, più in generale, l’universo del pubblico impiego è costituito da una galassia di enti, pubbliche amministrazioni, ministeri, società partecipate dal pubblico, società in-house, consorzi, etc.

Occorre dunque chiarire, innanzitutto, a chi si applicano le regole del pubblico impiego.

Le disposizioni di legge relative all’impiego pubblico si applicano ai dipendenti di amministrazioni pubbliche. Con questa definizione si intendono [1]:

  • tutte le amministrazioni dello Stato, ivi compresi gli istituti e scuole di ogni ordine e grado e le istituzioni educative;
  • le aziende ed amministrazioni dello Stato ad ordinamento autonomo;
  • le Regioni, le Province, i Comuni, le Comunità montane e loro consorzi e associazioni;
  • le istituzioni universitarie;
  • gli Istituti autonomi case popolari;
  • le Camere di commercio, industria, artigianato e agricoltura e loro associazioni;
  • tutti gli enti pubblici non economici nazionali, regionali e locali;
  • le amministrazioni, le aziende e gli enti del Servizio sanitario nazionale;
  • l’Agenzia per la rappresentanza negoziale delle pubbliche amministrazioni (Aran);
  • le Agenzie pubbliche;
  • il Comitato olimpico nazionale (Coni).

Licenziamento del dipendente pubblico: è possibile?

Molti pensano che i dipendenti pubblici siano protetti da una sorta di inamovibilità e non possano mai essere licenziati. In realtà non è così. E’ indiscutibile che il numero di licenziamenti nel settore pubblico è molto basso e non comparabile a ciò che avviene nel mondo privato ma è pur vero che, almeno in teoria, le norme consentono di licenziare i dipendenti pubblici e, anzi, sanzionano il Dirigente che non licenzia quando dovrebbe.

In particolare, la legge [2] prevede la possibilità di applicare la sanzione disciplinare del licenziamento nei seguenti casi:

  • falsa attestazione della presenza in servizio, tramite alterazione dei sistemi di rilevamento della presenza o con altre modalità fraudolente, oppure presentazione di certificazione medica falsa o che attesta falsamente uno stato di malattia per giustificare l’assenza per malattia;
  • assenza ingiustificata per un numero di giorni, anche non continuativi, superiore a tre nell’arco di un biennio o comunque per più di sette giorni nel corso degli ultimi dieci anni oppure mancata ripresa del servizio, in caso di assenza ingiustificata, entro il termine fissato dall’amministrazione;
  • ingiustificato rifiuto del trasferimento disposto dall’amministrazione per motivate esigenze di servizio;
  • presentazione di documenti o dichiarazioni falsi al fine o in occasione dell’instaurazione del rapporto di lavoro oppure di progressioni di carriera;
  • gravi e reiterate condotte aggressive o moleste o minacciose o ingiuriose o comunque lesive dell’onore e della dignità personale altrui da parte del dipendente nell’ambiente di lavoro;
  • condanna penale definitiva, in relazione alla quale è prevista l’interdizione perpetua dai pubblici uffici oppure l’estinzione, comunque denominata, del rapporto di lavoro;
  • gravi o reiterate violazioni dei codici di comportamento adottati dal datore di lavoro;
  • il dipendente addetto all’ufficio disciplinare non esercita o decade dall’azione disciplinare, con dolo o colpa grave;
  • la reiterata violazione di obblighi concernenti la prestazione lavorativa, che abbia determinato l’applicazione, in sede disciplinare, della sospensione dal servizio per un periodo complessivo superiore a un anno nell’arco di un biennio;
  • insufficiente rendimento, dovuto alla reiterata violazione degli obblighi concernenti la prestazione lavorativa, stabiliti da norme legislative o regolamentari, dal contratto collettivo o individuale, da atti e provvedimenti dell’amministrazione di appartenenza, e rilevato dalla costante valutazione negativa della performance del dipendente per ciascun anno dell’ultimo triennio.

Quelle illustrate sono le possibili condotte del dipendente che comportano, senza alcun dubbio, il licenziamento disciplinare del dipendente.

Occorre considerare che la norma fa comunque salve le normali regole che disciplinano il licenziamento per giusta causa e per giustificato motivo soggettivo: ciò significa che, anche al di là delle ipotesi poc’anzi illustrate, il dipendente pubblico può essere licenziato dal proprio datore di lavoro pubblico ogni volta che pone in essere una condotta incompatibile con i suoi doveri di ufficio e che fa saltare del tutto la fiducia dell’ente nei suoi confronti.

Licenziamento disciplinare: procedimento disciplinare

Così come avviene nel rapporto di lavoro privato, anche nel pubblico impiego vale la regola per la quale non può essere elevata una sanzione disciplinare al dipendente senza aver prima posto in essere il cosiddetto procedimento disciplinare, ossia, una procedura con cui viene comunicata al dipendente la contestazione del fatto e che consenta al lavoratore di esercitare il diritto di difesa, giustificandosi e fornendo la propria versione dei fatti.

Nel pubblico impiego la legge – per le quali è prevista l’irrogazione di sanzioni superiori al rimprovero verbale (ed è senza dubbio il caso del licenziamento disciplinare) – prevede un procedimento disciplinare che si compone di più fasi:

  1. il responsabile della struttura presso cui presta servizio il dipendente che ha commesso il fatto segnala immediatamente, e comunque entro dieci giorni, all’ufficio competente per i procedimenti disciplinari i fatti ritenuti di rilevanza disciplinare di cui abbia avuto conoscenza;
  2. a questo punto l’ufficio competente per i procedimenti disciplinari, con immediatezza e comunque non oltre trenta giorni decorrenti dal ricevimento della predetta segnalazione, oppure dal momento in cui abbia altrimenti avuto piena conoscenza dei fatti ritenuti di rilevanza disciplinare, invia al dipendente la contestazione scritta dell’addebito e lo convoca, con un preavviso di almeno venti giorni, per l’audizione in contraddittorio a sua difesa. In questa audizione il dipendente può farsi assistere da un procuratore oppure da un rappresentante dell’associazione sindacale a cui è iscritto;
  3. infine, l’ufficio competente per i procedimenti disciplinari conclude il procedimento, con l’atto di archiviazione o di irrogazione della sanzione, entro centoventi giorni dalla contestazione dell’addebito. Quindi entro 120 giorni dalla lettera di contestazione, se questa è la conclusione cui giunge l’amministrazione, occorre licenziare il dipendente.

Lo Stato vuole avere il controllo sull’esercizio del potere disciplinare da parte degli enti. Infatti, come abbiamo detto in premessa, le regole per licenziare i dipendenti infedeli ci sono ma spesso c’è un atteggiamento pilatesco teso a non assumersi responsabilità e, così facendo, nessuno prende provvedimenti contro chi non fa il proprio dovere.

Per questo la legge prevede che gli atti di avvio e conclusione del procedimento disciplinare e l’eventuale provvedimento di sospensione cautelare del dipendente, sono comunicati dall’amministrazione, per via telematica, all’Ispettorato per la funzione pubblica, entro venti giorni dalla loro adozione.

Furbetti del cartellino: oltre al licenziamento anche la sanzione penale

Negli ultimi tempi l’attenzione dell’opinione pubblica si è concentrata sul fenomeno dei cosiddetti furbetti del cartellino. Si tratta, in sostanza, dell’utilizzo fraudolento del badge, ossia dello strumento con cui il dipendente attesta la propria presenza in servizio.

Le videocamere installate dalle forze di Polizia hanno fatto emergere situazioni in alcuni casi grottesche: dipendenti che timbrano per altri assenti; dipendenti che timbrano e subito dopo escono per farsi gli affari personali, etc.

La legge ha cercato di porre un freno a questo malcostume inasprendo le conseguenze alle quali si espongono i dipendenti pubblici che utilizzano in modo scorretto lo strumento di rilevazione delle presenze.

In particolare, in base alla normativa in vigore, oltre ad esporsi, come abbiamo visto, al rischio di subire un procedimento disciplinare che può condurre al licenziamento disciplinare, il lavoratore dipendente di una pubblica amministrazione che attesta falsamente la propria presenza in servizio, mediante l’alterazione dei sistemi di rilevamento della presenza o con altre modalità fraudolente, oppure giustifica l’assenza dal servizio mediante una certificazione medica falsa o falsamente attestante uno stato di malattia commette anche un reato penale per il quale rischia di essere punito con la reclusione da uno a cinque anni e con la multa da euro 400 ad euro 1.600.

La medesima pena si applica al medico e a chiunque altro concorre nella commissione del delitto (ad esempio il medico che rilascia il falso certificato di malattia)

In tutti questi casi il dipendente, oltre a rischiare di essere licenziato e oltre ad essere passibile di procedimento penale, e’ anche obbligato a risarcire il danno patrimoniale arrecato all’amministrazione che è calcolato in un importo pari al compenso corrisposto a titolo di retribuzione nei periodi per i quali sia accertata la mancata prestazione, nonché il danno d’immagine.


note

[1] Art. 1 D.Lgs. n. 165/2001.

[2] Art. 55-quater D.Lgs. n. 165/2001.

Autore immagine: licenziamento dipendente pubblico di 4 PM production


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