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Legge che tutela i portatori di handicap

14 Marzo 2019 | Autore:


> L’esperto Pubblicato il 14 Marzo 2019



I principi generali dello Stato italiano in materia di tutela delle persone disabili e invalide. L’handicap secondo l’OMS. La legge 104 del 1992.

Il diritto all’assistenza sociale è un diritto soggettivo perfetto, il cui fondamento risiede negli artt. 2 e 32 Cost., oltre che nell’art. 38 che proclama il diritto al mantenimento e all’assistenza sociale in capo ad ogni cittadino inabile al lavoro e sprovvisto dei mezzi necessari per vivere.

Terminologia

L’evoluzione legislativa, parallela alle modificazioni della sensibilità sociale e culturale nei confronti dei soggetti svantaggiati sul piano psico-fisico, ha portato negli anni più recenti ad una differenziazione anche linguistica, nel senso che a termini diversi sono state riferite soluzioni giuridiche differenti sul piano delle tutele, non confinate strettamente al sostegno economico: cioè, pur con riferimento allo stesso soggetto persona fisica, portatore di determinate patologie o menomazioni, i termini «invalido civile», «disabile» e «handicappato» possono avere un significato diverso.

È ben vero che spesso i vari termini sono usati come sinonimi, perfino dagli stessi testi normativi, ma progressivamente si è raggiunta una sufficiente chiarezza e unanimità per cui ad ogni termine è associata la specifica tutela che la fattispecie prevede.

  1. n. 118/71

Così, nella verifica dello status di invalido civile (L. 30 marzo 1971, n. 118), la condizione sanitaria è esaminata nella sua ricaduta sulla capacità lavorativa generica (con qualche temperamento) del soggetto al fine del conseguimento di determinate prestazioni economiche.

  1. n. 68/99

L’accertamento della disabilità ha invece la finalità del corretto inserimento nel mondo del lavoro, nel rispetto della personalità complessiva del soggetto, evidenziando e privilegiando in senso positivo le residue capacità lavorative, così come regolamentato dall’apposita L. 12 marzo 1999, n. 68.

  1. n. 104/92

Per quanto riguarda, infine, specificamente l’handicap il punto d’arrivo normativo è stato raggiunto con la L. 5 febbraio 1992, n. 104 (Legge-quadro per l’assistenza, l’integrazione sociale e i diritti delle persone handicappate), che ha tenuto conto anche della legislazione internazionale a tutela dei soggetti più svantaggiati.

In questa legge viene definita la persona handicappata individuandola in «colui che presenta una minorazione fisica, psichica o sensoriale, stabilizzata o progressiva, che è causa di difficoltà di apprendimento, di relazione o di integrazione lavorativa e tale da determinare un processo di svantaggio sociale o di emarginazione» (art. 3).

In particolare, mentre la normativa storicamente e lessicalmente rivolta agli invalidi civili considera la malattia del soggetto sotto il profilo della incapacità lavorativa, al fine di ridurne lo svantaggio economico conseguente, la predetta legge quadro ha una prospettiva più ampia e finalità diverse, perché prende in considerazione il soggetto non solo come individuo isolato che si confronta con la riduzione delle sue capacità lavorative, ma soprattutto come persona da integrare pienamente nella famiglia, nella scuola, nel lavoro e nella società.

L’handicap secondo l’OMS

Va tenuto presente che nella classificazione del 1980 dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), l’Icidh (International classification of impairments, disabilities and handicaps ovvero classificazione internazionale delle menomazioni, disabilità e handicap) si definiva con handicap lo svantaggio sociale della persona con disabilità. Quest’ultimo termine si riferiva invece alla menomazione alla base dell’handicap.

Tale documento è stato però superato nel 2001 dall’International classification of functioning, disability and health (Icf), classificazione internazionale del funzionamento, disabilità e salute, in cui il termine disabilità comprende le difficoltà sia a livello personale che sociale, mentre il termine handicap viene sostituito dal concetto di restrizione della partecipazione sociale.

Successivamente la Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità, fatta a New York il 13 dicembre 2006, e ratificata in Italia con L. 3 marzo 2009, n. 18, nel Preambolo, alla lettera (e) riconosce che «la disabilità è un concetto in evoluzione e che la disabilità è il risultato dell’interazione tra persone con menomazioni e barriere comportamentali ed ambientali, che impediscono la loro piena ed effettiva partecipazione alla società su base di uguaglianza con gli altri».

Finalità dell’intervento dello Stato

La L. n. 104/92 descrive dettagliatamente i campi di intervento della Repubblica, affermando che essa (art. 1, comma 1):

  1. garantisce il pieno rispetto della dignità umana e i diritti di libertà e di autonomia della persona handicappata e ne promuove la piena integrazione nella famiglia, nella scuola, nel lavoro e nella società;
  2. previene e rimuove le condizioni invalidanti che impediscono lo sviluppo della persona umana, il raggiungimento della massima autonomia possibile e la partecipazione della persona handicappata alla vita della collettività, nonché la realizzazione dei diritti civili, politici e patrimoniali;
  3. persegue il recupero funzionale e sociale della persona affetta da minorazioni fisiche, psichiche e sensoriali e assicura i servizi e le prestazioni per la prevenzione, la cura e la riabilitazione delle minorazioni, nonché la tutela giuridica ed economica della persona handicappata;
  4. predispone interventi volti a superare stati di emarginazione e di esclusione sociale della persona handicappata.

Molteplici sono i soggetti che cooperano nella realizzazione delle finalità della legge: si va, infatti, dalle sedi universitarie al Consiglio nazionale delle ricerche e dai servizi sanitari e sociali alle famiglie (art. 5).

Di notevole importanza appare la previsione dell’attuazione del decentramento territoriale dei servizi e degli interventi rivolti alla prevenzione, al sostegno e al recupero della persona handicappata (art. 5, comma 1, lett. g).

Ai fini della cura e della riabilitazione delle persone handicappate gli appositi programmi prevedono prestazioni sanitarie e sociali integrate tra loro, che valorizzino le abilità di ciascun portatore di handicap, coinvolgendo la famiglia e la comunità: in questo campo il ruolo principale è svolto dal servizio sanitario nazionale e le

Regioni assicurano la completa e corretta informazione sui servizi e ausili presenti sul territorio, in Italia e all’estero (art. 7).

La L. n. 328/2000

La L. 8 novembre 2000, n. 328 (Legge quadro per la realizzazione di un sistema integrato di interventi e servizi sociali) ha dettato una serie di norme in coerenza con gli articoli 2, 3 e 38 della

Costituzione volte a garantire la qualità della vita, pari opportunità, non discriminazione e diritti di cittadinanza.

Il sistema previsto si affida ad una programmazione a livello nazionale e ad una gestione a livello locale e comprende tutte le attività finalizzate alla predisposizione ed erogazione di servizi, gratuiti o a pagamento o di prestazioni economiche finalizzate a rimuovere e superare le situazioni di bisogno e difficoltà derivanti da inadeguatezza di reddito, difficoltà sociali e condizioni di non autonomia, che non trovano sostegno nel sistema previdenziale o siano assicurate nell’ambito dell’amministrazione della giustizia (art. 128 D.Lgs. n. 112/98 cui fa espresso rinvio l’art. 1, comma 2, L. n. 328/2000).

La L. n. 112/2016

Si può ritenere uno sviluppo ulteriore dei principi fissati nelle leggi 104/92 e 328/2000, che difatti vengono richiamate, la recente legge denominata «Dopo di noi», ossia la L. 22 giugno 2016, n. 112 (Disposizioni in materia di assistenza in favore delle persone con disabilità grave prive del sostegno familiare, pubblicata in Gazzetta Ufficiale del 24 giugno 2016, n. 146).

Con essa l’ordinamento giuridico appresta specifiche tutele per le persone con disabilità rimaste prive del sostegno dei parenti in armonia con i principi stabiliti dagli articoli 2, 3, 30, 32 e 38 della Costituzione, dagli articoli 24 e 26 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea e dagli articoli 3 e 19, con particolare riferimento al comma 1, lettera a), della Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità.

Specifiche tutele

Oltre a questo impianto normativo generale, esistono anche norme particolari che assicurano specifiche tutele in campi circoscritti: tali sono, ad esempio, le norme per l’eliminazione delle barriere architettoniche negli edifici, spazi e servizi pubblici (D.P.R. 24 luglio 1996, n. 503) o quelle per favorire il superamento e l’eliminazione delle barriere architettoniche negli edifici privati (L. 9 gennaio 1989, n. 13).

Campo di applicazione della L. n. 104/92

Come si è detto nel precedente paragrafo, l’art. 3 della L. n. 104/92 definisce il portatore di handicap come il soggetto che presenta una minorazione fisica, psichica o sensoriale, stabilizzata o progressiva, che è causa di difficoltà di apprendimento, di relazione o di integrazione lavorativa e tale da determinare un processo di svantaggio sociale o di emarginazione.

La gravità dell’handicap

Lo stesso articolo differenzia due tipi di handicap a seconda della gravità dell’handicap stesso.

In generale, il portatore di handicap ha diritto a prestazioni rapportate alla natura e consistenza della minorazione, alla capacità complessiva individuale residua e alla efficacia delle terapie riabilitative (art. 3, comma 2).

Particolare importanza riveste poi la situazione definita di gravità, che si ha qualora la minorazione, singola o plurima, renda necessario l’intervento di assistenza permanente, continuativa e globale, sia nella sfera individuale o in quella di relazione, essenzialmente per la subìta riduzione dell’autonomia personale, correlata all’età (art. 3, comma 3).

I programmi e gli interventi dei servizi pubblici sono rivolti con priorità nei confronti dei soggetti ai quali sia stata riconosciuta, con le apposite procedure, la situazione di gravità.

La L. n. 104/92 si applica anche agli stranieri e agli apolidi, residenti, domiciliati o aventi stabile dimora nel territorio nazionale. Le relative prestazioni sono corrisposte nei limiti e alle condizioni previste dalla legislazione vigente o da accordi internazionali (art. 3, comma 4).


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