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Dimissioni lavoratore: ultime sentenze

2 Aprile 2019
Dimissioni lavoratore: ultime sentenze

Onere probatorio e invalidità del licenziamento orale; sussistenza delle dimissioni del lavoratore e assenza della prova di licenziamento del datore di lavoro; validità delle dimissioni e dimissioni in tronco.

Le dimissioni del dipendente pubblico date in un momento di insoddisfazione e di stress lavorativo possono essere annullate.

Onere della prova e licenziamento

Il lavoratore subordinato che impugni un licenziamento allegando che è stato intimato senza l’osservanza della forma prescritta ha l’onere di provare, quale fatto costitutivo della sua domanda, che la risoluzione del rapporto di lavoro è ascrivibile alla volontà del datore di lavoro, anche se manifestata con comportamenti concludenti; la mera cessazione nell’esecuzione delle prestazioni non è circostanza di per sé sola idonea a fornire tale prova.

Ove il datore di lavoro eccepisca che il rapporto si è risolto per le dimissioni del lavoratore, il giudice sarà chiamato a ricostruire i fatti con indagine rigorosa – anche avvalendosi dell’esercizio dei poteri istruttori d’ufficio ex art. 421 c.p.c. – e solo nel caso perduri l’incertezza probatoria farà applicazione della regola residuale desumibile dall’art. 2697 c.c., comma 1, rigettando la domanda del lavoratore che non ha provato il fatto costitutivo della sua pretesa.

Cassazione civile sez. lav., 08/02/2019, n.3822

Lavoratore: in quali casi può rassegnare le dimissioni in tronco?

Il lavoratore può rassegnare le dimissioni in tronco – e dunque senza preavviso – quando si sia verificata una causa che non consenta la prosecuzione nemmeno provvisoria del rapporto. Nel caso in cui il recesso sia stato determinato da un fatto colpevole del datore di lavoro (come il mancato pagamento delle retribuzioni), il lavoratore che receda per giusta causa conserva comunque il diritto a percepire l’indennità sostitutiva del mancato preavviso.

Tale indennità spetta al lavoratore a titolo di indennizzo per la mancata percezione delle retribuzioni per il periodo necessario al reperimento di una nuova occupazione, tenuto conto che l’interruzione immediata del rapporto è, in realtà, imputabile al datore di lavoro. Il reiterato mancato pagamento di voci retributive legittima il lavoratore al recesso per giusta causa esonerandolo dall’obbligo di preavviso e la configurabilità delle dimissioni per giusta causa può sussistere anche quando il recesso non segua immediatamente i fatti che lo giustificano.

Corte appello Milano sez. lav., 18/01/2019, n.1788

Licenziamento orale e onere probatorio

La prova gravante sul lavoratore in caso di licenziamento orale è limitata alla sua estromissione dall’azienda, mentre grava sul datore di lavoro l’onere di provare le dimissioni, sotto l’aspetto dell’esistenza di un comportamento che costituisca manifestazione univoca della volontà del lavoratore di concludere il rapporto. In particolare, ai sensi dell’art. 2697, c. 2°, c.c., il datore di lavoro deve dimostrare che vi è stata da parte del lavoratore una manifestazione univoca e ricettizia – dunque priva di effetti se non comunicata al datore di lavoro e con l’onere di quest’ultimo di dimostrare tale avvenuta comunicazione dell’incondizionata volontà diporre fine al rapporto di lavoro.

Tribunale Bari sez. lav., 17/01/2019, n.161

Licenziamento orale e dimissioni del lavoratore

Qualora il lavoratore deduca di essere stato licenziato oralmente e faccia valere in giudizio la inefficacia o invalidità di tale licenziamento, mentre il datore di lavoro deduca la sussistenza di dimissioni del lavoratore (o volontario allontanamento), il materiale probatorio deve essere raccolto, da parte del giudice di merito, tenendo conto che, nel quadro della normativa limitativa dei licenziamenti, la prova gravante sul lavoratore è limitata alla sua estromissione dal rapporto, mentre la controdeduzione del datore di lavoro assume la valenza di un’eccezione in senso stretto, il cui onere probatorio ricade sull’eccipiente ai sensi dell’art. 2697 c.c..

Tribunale Prato, 07/01/2019, n.145

Cessazione del rapporto di lavoro

Nell’ambito delle somme percepite “una tantum” per la cessazione del rapporto di lavoro e soggette alla tassazione separata di cui all’art. 16 del d.P.R. n. 917 del 1986, l’aliquota agevolata prevista dall’art. 19, comma 4 bis, dello stesso decreto (nella formulazione vigente “ratione temporis”) si applica a quelle corrisposte al lavoratore a titolo di incentivo per le dimissioni anticipate (cd. incentivo all’esodo), indipendentemente dal carattere individuale o collettivo della corrispondente pattuizione.

(Nella specie, la S.C., in applicazione del principio, ha confermato la decisione impugnata che aveva qualificato come “incentivo all’esodo” l’attribuzione di somme in favore di un solo lavoratore, in virtù di una pattuizione contenente un generico riferimento ad un accordo transattivo, da intendersi, tuttavia, quale mera clausola di stile, non essendo stata indicata alcuna controversia tra le parti, anche solo potenziale, che prescindesse dallo scioglimento anticipato del rapporto di lavoro).

Cassazione civile sez. trib., 28/12/2018, n.33628

Dimissioni del lavoratore subordinato

Ai fini della sussistenza di una situazione di incapacità di intendere e di volere ex art. 428 c.c., costituente causa di annullamento del negozio, non occorre la totale privazione delle facoltà intellettive e volitive, essendo sufficiente un turbamento psichico tale da impedire la formazione di una volontà cosciente, facendo così venire meno la capacità di autodeterminazione del soggetto e la consapevolezza in ordine all’importanza dell’atto che sta per compiere.

Laddove si controverta della sussistenza di una simile situazione in riferimento alle dimissioni del lavoratore subordinato, il relativo accertamento deve essere particolarmente rigoroso, in quanto le dimissioni comportano la rinunzia al posto di lavoro – bene protetto dagli artt. 4 e 36 Cost. – sicché occorre verificare che da parte del lavoratore sia stata manifestata in modo univoco l’incondizionata e genuina volontà di porre fine al rapporto.

Cassazione civile sez. lav., 21/11/2018, n.30126

Dichiarazione dell’illegittimità del licenziamento

Il lavoratore, che agisca in giudizio per la dichiarazione dell’illegittimità di un licenziamento, ha l’onere di provare l’esistenza del licenziamento medesimo (e non la sola circostanza della cessazione di fatto del rapporto), spettando al datore di lavoro la prova della giusta causa o del giustificato motivo oppure della riconducibilità del recesso alle dimissioni del lavoratore stesso.

Tribunale Trapani sez. lav., 25/10/2018, n.840

Annullamento delle dimissioni del lavoratore subordinato

Nell’ipotesi di annullamento delle dimissioni presentate da un lavoratore subordinato (nella specie, perché in stato di incapacità naturale), le retribuzioni spettano dalla data della sentenza che dichiara l’illegittimità delle dimissioni, in quanto il principio secondo cui l’annullamento di un negozio giuridico ha efficacia retroattiva non comporta anche il diritto del lavoratore alle retribuzioni maturate dalla data delle dimissioni a quella della riammissione al lavoro, che, stante la natura sinallagmatica del rapporto di lavoro, non sono dovute in mancanza della prestazione, salvo espressa previsione di legge.

Cassazione civile sez. lav., 06/09/2018, n.21701

Lavoro subordinato e ripartizione dell’onere probatorio

Grava, in materia di rapporto lavoro subordinato, sul datore di lavoro l’onere di provare di avere assolto integralmente ai propri obblighi retributivi, essendo sufficiente, invece, nei confronti del lavoratore provare l’intercorso rapporto di lavoro semplicemente attraverso la produzione documentale della comunicazione di assunzione e della lettera di dimissioni. Tale prescrizione in materia di ripartizione della prova è esplicitamente prevista all’art. 2697 c.c.

Tribunale Milano, 11/07/2018, n.1987

Mancata prova del licenziamento e sussistenza di dimissioni

La mancata prova del licenziamento, il cui onere incombe sul lavoratore, non comporta di per sé l’accoglibilità della tesi – eventualmente sostenuta dal datore di lavoro – della sussistenza delle dimissioni o di una risoluzione consensuale, e, ove manchi la prova adeguata anche di tali altri atti estintivi, deve darsi rilievo agli effetti della perdurante sussistenza del rapporto di lavoro, oltre che, in difetto di prestazioni lavorative, anche al principio della non maturazione del diritto alla retribuzione, salvi gli effetti della eventuale “mora credendi” del datore di lavoro rispetto alla stessa, sul rilievo che, quando è chiesta la tutela cd. reale di cui all’art. 18 st.lav. o all’art. 2 della l. n. 604 del 1966, l’impugnativa del licenziamento comprende la richiesta di accertamento di inesistenza di una valida estinzione del rapporto di lavoro, della vigenza del medesimo e di condanna del datore di lavoro alla sua esecuzione e al pagamento di quanto dovuto per il periodo di mancata attuazione. (Nella specie, la S.C. ha confermato la sentenza di merito che, rigettata l’impugnativa di licenziamento orale, aveva accertato che il rapporto di lavoro era cessato per abbandono volontario della lavoratrice).

Cassazione civile sez. lav., 04/06/2018, n.14202

Cessazione del rapporto di lavoro in assenza di atti formali di licenziamento o dimissioni

Nel giudizio di impugnazione di un licenziamento, il datore di lavoro, qualora neghi il licenziamento per essersi il rapporto sciolto a seguito delle dimissioni del lavoratore, è tenuto a provare le circostanze di fatto indicative dell’intento recessivo e non può limitarsi ad allegare l’allontanamento del lavoratore dall’azienda, attesa la natura di negozio giuridico unilaterale delle dimissioni, dirette alla rinunzia del posto di lavoro, bene protetto dagli articoli 4 e 36 della Costituzione.

Pertanto, qualora il rapporto di lavoro sia cessato in assenza di atti formali di licenziamento o di dimissioni ed in presenza di contrapposte tesi circa la causale di detta cessazione, il giudice di merito deve, ai fini dell’accertamento del fatto, prestare particolare attenzione anche agli eventuali episodi consistenti nell’offerta delle prestazioni da parte del lavoratore e nel rifiuto o mancata accettazione delle stesse da parte del datore di lavoro.

Cassazione civile sez. lav., 22/05/2018, n.12552

Dimissioni comunicate con modalità diverse da quelle stabilite dal Ccnl: sono invalide?

L’atto di dimissioni, dichiarazione di volontà unilaterale e recettizia con cui il lavoratore recede dal contratto di lavoro, è soggetto al il principio della libertà di forma, a meno che le parti non abbiano espressamente previsto nel contratto, collettivo o individuale, una diversa forma convenzionale, quale la forma scritta; in tal caso, la forma convenzionale si presume voluta per la validità delle dimissioni, ex art. 1352 c.c., applicabile anche agli atti unilaterali, e si estende alle modalità di comunicazione di tale volontà, quando per essa le parti abbiano previsto un mezzo particolare al fine di evitare, nell’interesse del lavoratore, manifestazioni di volontà non adeguatamente ponderate.(Nella specie, la S.C. ha cassato con rinvio la sentenza d’appello, che non aveva ritenuto prescritto “ad substantiam” l’onere di forma di cui all’art. 223 c.c.n.l. commercio del 2 luglio 2004, con riferimento a dimissioni precedenti l’entrata in vigore della l. n. 188 del 2007).

Cassazione civile sez. lav., 22/03/2018, n.7213


note

Autore immagine: dimissioni di Motortion Films


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