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Mobbing e onere della prova: ultime sentenze

7 Aprile 2019
Mobbing e onere della prova: ultime sentenze

Cos’è il mobbing? A chi spetta l’onere della prova? Scopri le ultime sentenze in questo articolo. 

La condotta mobbizzante viene attuata dal datore di lavoro, dai colleghi o dai superiori gerarchici allo scopo di emarginare ed escludere il lavoratore dall’ambiente lavorativo. E’ la vittima di mobbing a dover dare prova degli episodi con intento persecutorio.

Danno da demansionamento e da mobbing

Quanto al danno da demansionamento e al danno da mobbing, nel giudizio risarcitorio che si svolge davanti al giudice amministrativo, nel rispetto del principio generale sancito dal combinato disposto degli artt. 2697 c.c. (secondo cui chi agisce in giudizio deve fornire la prova dei fatti costitutivi della domanda) e 63, comma 1 e 64, comma 1, c.p.a. (secondo cui l’onere della prova grava sulle parti che devono fornire i relativi elementi di fatto di cui hanno la piena disponibilità), non può avere ingresso il c.d. metodo acquisitivo tipico del processo impugnatorio; pertanto, il ricorrente che chiede il risarcimento del danno da cattivo (o omesso) esercizio della funzione pubblica, deve fornire la prova dei fatti costitutivi della domanda. Con riferimento particolare al danno da demansionamento, sul piano probatorio, sebbene l’obbligo del datore di lavoro di adibire il lavoratore alle mansioni rispondenti alla categoria attribuita o a mansioni equivalenti a quelle da ultimo svolte abbia natura contrattuale, tuttavia il contenuto del preteso demansionamento va comunque esposto nei suoi elementi essenziali dal lavoratore che non può, quindi, limitarsi genericamente a dolersi di essere vittima di un illecito, ma deve almeno evidenziare qualche concreto elemento in base al quale il giudice amministrativo possa verificare la sussistenza nei suoi confronti di una condotta illecita; ciò, peraltro, sul presupposto che l’illecito di demansionamento non è ravvisabile in qualsiasi inadempimento alle obbligazioni datoriali bensì soltanto nell’effettiva perdita delle mansioni svolte. In relazione, poi, allo specifico pregiudizio professionale, biologico ed esistenziale lamentato dal lavoratore, esso deve essere parimenti allegato e provato dal danneggiato, in quanto non si pone quale conseguenza automatica di ogni comportamento illegittimo rientrante nelle suindicate categorie.

Tar L’Aquila, (Abruzzo) sez. I, 09/05/2017, n.201

Mobbing: intento persecutorio del datore di lavoro

Diversamente dalla figura del demansionamento, il mobbing è caratterizzato dall’esistenza di un intento persecutorio da parte del datore di lavoro, intento che deve formare oggetto di dimostrazione da parte di chi rivendica il danno subìto, fermo restando che il demansionamento, qualora provochi danni morali e professionali, dà diritto al risarcimento indipendentemente dalla ulteriore sussistenza del mobbing. In ogni caso, i fatti portati a fondamento sia del danno da demansionamento, quanto del danno da mobbing, devono ricevere idonea dimostrazione in giudizio secondo il principio dell’onere della prova, sancito dall’art. 2697 c.c. e valido anche per le controversie portate dinnanzi alla giurisdizione amministrativa, secondo il quale chi vuole far valere un diritto in giudizio deve provare i fatti che ne costituiscono il fondamento.

Tar Reggio Calabria, (Calabria) sez. I, 01/02/2017, n.84

Mobbing e onere della prova

Nel giudizio per il risarcimento del danno da mobbing non può darsi ingresso al c.d. metodo acquisitivo tipico del processo impugnatorio, con la conseguenza che il ricorrente che chiede il risarcimento del danno da cattivo (o omesso) esercizio della funzione pubblica, deve fornire la prova dei fatti costitutivi della domanda. Inoltre, la prova dell’esistenza del danno deve intervenire all’esito di una verifica del caso concreto che faccia concludere per la sua certezza, la quale a sua volta presuppone: l’esistenza di una posizione giuridica sostanziale; l’esistenza di una lesione, che è configurabile (oltreché nell’ovvia evidenza fattuale) anche allorquando vi sia una rilevante probabilità di risultato utile frustrata dall’agire (o dall’inerzia) illegittima della P.A.; nondimeno, i doveri di solidarietà sociale, che traggono fondamento dall’art. 2 Cost., impongono di valutare complessivamente la condotta tenuta anche dalle parti private nei confronti della P.A. in funzione dell’obbligo di prevenire o attenuare quanto più possibile le conseguenze negative scaturenti dall’esercizio della funzione pubblica o da condotte ad essa ricollegabili in via immediata e diretta; l’esame di tale profilo si riconnette direttamente all’individuazione, in concreto, dei presupposti per l’esercizio dell’azione risarcitoria, onde evitare che situazioni pregiudizievoli prevenibili o evitabili con l’esercizio della normale diligenza si scarichino in modo improprio sulla collettività in generale e sulla finanza pubblica in particolare.

Tar Roma, (Lazio) sez. I, 28/06/2016, n.7494

Condotta vessatoria a carico del lavoratore

Si ravvisa il mobbing a fronte di una serie di comportamenti di carattere persecutorio, illeciti o anche leciti se singolarmente considerati, che, con intento vessatorio, siano posti in essere contro la vittima in modo miratamente sistematico e prolungato nel tempo, direttamente da parte del datore di lavoro o di un suo preposto o anche da parte di altri dipendenti, sottoposti al potere direttivo dei primi. Altresì, è necessario che vi sia un evento lesivo della salute, della personalità o della dignità del dipendente, nonché l’intento persecutorio, quale elemento unificante di tutti i comportamenti lesivi. La prova della condotta vessatoria, presupposto indefettibile per la configurazione dell’eventus damni e degli effetti risarcitori connessi, spetta al lavoratore (prova che, invero, nella fattispecie non era stata fornita né in primo grado né in secondo grado dal lavoratore, con conseguente rigetto della domanda volta al risarcimento dei danni asseritamente patiti a causa di una condotta vessatoria subita dal medesimo sul luogo di lavoro).

Corte appello Potenza sez. lav., 26/05/2016, n.118

Elementi costitutivi del mobbing

Ai fini della configurabilità della condotta lesiva di mobbing da parte del datore di lavoro rilevano i seguenti elementi, il cui accertamento costituisce un giudizio di fatto riservato al giudice di merito, non sindacabile in sede di legittimità se logicamente e congruamente motivato: a) la molteplicità dei comportamenti a carattere persecutorio, illeciti o anche leciti se considerati singolarmente, che siano stati posti in essere in modo miratamente sistematico e prolungato contro il dipendente con intento vessatorio; b) l’evento lesivo della salute o della personalità del dipendente; c) il nesso eziologico tra la condotta del datore di lavoro o del superiore gerarchico e il pregiudizio all’integrità psico-fisica del lavoratore; d) la prova dell’elemento soggettivo, cioè dell’intento persecutorio, spettando al lavoratore l’onere di provare ciascuno di detti elementi.

Tribunale Napoli sez. lav., 11/06/2015

Mobbing e mansioni svolte dal dirigente medico

In termini di ripartizione dell’onere della prova in materia di mobbing, stante la natura contrattuale dell’illecito, grava sul lavoratore l’onere di provare tutta la serie di circostanze e accadimenti storici, poiché occorre che sia necessariamente che sia dimostrato dal datore di lavoro l’intento persecutorio che avrebbe permeato le condotte datoriali. (Nella specie si è nel merito negato l’asserito demansionamento del lavoratore, in quanto le mansioni svolte dal dirigente medico – pur quantitativamente ridotte – non assumevano un contenuto professionale qualitativamente inferiore rispetto a quelle espletate in precedenza).

Corte appello L’Aquila sez. lav., 04/06/2015, n.685

Emarginazione del dipendente ed espulsione dal contesto lavorativo

Ai fini della configurabilità del mobbing lavorativo, devono ravvisarsi da parte del datore di lavoro comportamenti, anche protratti nel tempo, rivelatori, in modo inequivoco, di un’esplicita volontà di quest’ultimo di emarginazione del dipendente, occorrendo, pertanto dedurre e provare la ricorrenza di una pluralità di condotte, anche di diversa natura, tutte dirette (oggettivamente) all’espulsione dal contesto lavorativo, o comunque connotate da un alto tasso di vessatorietà e prevaricazione, nonché sorrette (soggettivamente) da un intento persecutorio e tra loro intrinsecamente collegate dall’unico fine intenzionale di isolare il dipendente (respinta la richiesta risarcitoria avanzata da una dipendente in quanto infondata; a detta della Corte, la ricorrente aveva confuso l’accertamento del fatto materiale con quello della sua illegittimità di cui la componente psicologica era elemento essenziale e la cui prova era onere dell’attrice).

Cassazione civile sez. lav., 23/01/2015, n.1258

Comportamento vessatorio dei colleghi o dei superiori

Sussiste la giurisdizione del giudice ordinario qualora il dipendente faccia valere il comportamento vessatorio di colleghi o superiori quale titolo giustificativo della pretesa, mentre va affermata la giurisdizione del giudice amministrativo nel caso in cui la lesione sia derivante da una violazione del rapporto contrattuale, fondando l’azione proposta su uno specifico inadempimento da parte dell’Amministrazione. Nel caso di avvenuto accertamento di fatti di mobbing, che si assumono aver cagionato al dipendente rilevanti conseguenze sul piano morale e psicofisico, la responsabilità dell’Amministrazione datrice di lavoro ai sensi dell’art. 2087 c.c. ha natura contrattuale se la domanda risarcitoria risulti espressamente fondata sull’inosservanza degli obblighi derivanti dal rapporto di impiego, con conseguente distribuzione dell’onere della prova sul dipendente (che deve provare la condotta illecita dell’Amministrazione e il danno patito) e quest’ultima (che deve dimostrare l’assenza di una colpa a sé riferibile).

Tar Roma, (Lazio) sez. I, 26/11/2014, n.11882

Estromissione del lavoratore dalla struttura organizzativa

Il tratto strutturante del mobbing — tale da attrarre nell’area della fattispecie comportamenti che altrimenti sarebbero confinati nell’ordinaria dinamica, ancorché conflittuale, dei rapporti di lavoro — è rappresentato dalla sussistenza di una condotta volutamente prevaricatoria da parte del datore di lavoro volta ad emarginare o estromettere il lavoratore dalla struttura organizzativa. Consegue, in ordine all’onere della prova da offrirsi da parte del soggetto destinatario di una condotta mobizzante, che quest’ultima deve essere adeguatamente rappresentata con una prospettazione dettagliata dei singoli comportamenti e/o atti che rivelino l’asserito intento persecutorio diretto ad emarginare il dipendente, non rilevando mere posizioni divergenti e/o conflittuali, fisiologiche allo svolgimento del rapporto lavorativo. Ciò che, quindi, qualifica il mobbing è il nesso che lega i diversi atti e comportamenti del datore di lavoro, i quali in tanto raggiungono tale soglia in quanto si dimostrino legati da un disegno unitario finalizzato a vessare il lavoratore e a distruggerne la personalità e la figura professionale.

Tar Trieste, (Friuli-Venezia Giulia) sez. I, 20/05/2014, n.218

Condotta del datore di lavoro finalizzata a vessare e perseguitare il dipendente

Per dedurre un’ipotesi di mobbing , non è sufficiente che l’interessato sia stato oggetto di un trasferimento di sede e di sanzioni disciplinari, come nel caso di specie, o comunque di un altro fatto soggettivamente avvertito come ingiusto e dannoso, ma occorre che tali vicende, oltre che essersi ripetute per un apprezzabile lasso di tempo, siano anche legate da un preciso intento del datore di lavoro diretto a vessare e perseguitare il dipendente con lo scopo di demolirne la personalità e la professionalità, il che deve essere poi dimostrato in giudizio, secondo l’ordinaria regola dell’onere della prova. Ai fini della deduzione del mobbing, insomma, non è sufficiente la prospettazione di un mero distacco per incompatibilità ambientale, con trasferimento ad altra sede, ancorché illegittimo, occorrendo, invece, anche l’allegazione di una preordinazione finalizzata all’emarginazione del dipendente.

Tar Catanzaro, (Calabria) sez. I, 15/05/2013, n.578


note

Autore immagine: mobbing di Billion Photos


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