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Donazioni di denaro tra conviventi

14 Marzo 2019


Donazioni di denaro tra conviventi

> Diritto e Fisco Pubblicato il 14 Marzo 2019



Cosa succede se fra conviventi ci si presta danaro e poi il rapporto cessa? L’ex convivente che ha prestato soldi all’altro può chiederne la restituzione? E se l’altro sostiene che si è trattato di un regalo?

Immaginiamo che una coppia di fidanzati decida di convivere stabilmente. L’uomo ha un reddito più alto della donna che, invece, può vantare solo un part-time. Il primo così fa fronte ai bisogni della partner, dandole i soldi all’occorrenza non appena questa li chiede; in più provvede a eseguire dei lavori in casa per renderla abitabile e più moderna. Alla fine la coppia si separa e l’uomo pretende la restituzione di tutti i soldi dati all’ex. Quest’ultima sostiene che si è trattato di regali; il primo invece afferma che erano semplici prestiti. Chi dei due ha ragione? Il problema coinvolge dunque le donazioni di denaro tra conviventi e la difficoltà che, in assenza di atti scritti, si può riscontrare nel determinare se il denaro è stato dato a titolo di prestito o in regalo.

Tanto è stato l’oggetto di una recente sentenza del Tribunale di Reggio Calabria [1] che ci offre lo spunto per affrontare questo tema, sempre così interessante per molte giovani coppie che, oggi con estrema facilità rispetto al passato, si lasciano. Ma procediamo con ordine.

Cosa sono le donazioni di denaro tra conviventi

Finché le cose vanno bene, è normale che una coppia di conviventi si scambi regali e denaro, così come succede tra coppie sposate. È, del resto, nello spirito della famiglia – sia essa di fatto o fondata sul matrimonio – il venirsi reciprocamente incontro, far fronte alle spese comuni, aiutarsi economicamente, specie quando uno dei due guadagna più dell’altro. Peraltro, dopo la famosa legge Cirinnà, che ha equiparato le coppie di fatto a quelle sposate, anche in caso di convivenza si può parlare di una famiglia in senso stretto. Senonché, quando la coppia si separa e l’idillio finisce, tutto ciò che è stato messo nel piatto comune viene preteso in restituzione. Di qui le numerose richieste di rimborso dei soldi spesi per l’arredo o per la ristrutturazione della casa di proprietà dell’ex partner, i prestiti e i regali.

In particolare, è proprio la labile linea di confine tra prestiti e regali che ha spesso impegnato i giudici. Nel dirimere le controversie tra conviventi, abili a rinfacciarsi le somme spese l’un per l’altro, la giurisprudenza ha anche elaborato le regole delle donazioni di denaro tra conviventi.

Cosa accade se uno dei due conviventi presta danaro all’altro e, dopo la fine della convivenza, ne chiede la restituzione? L’altro è tenuto a restituire ogni somma ricevuta o può richiamarsi alle “leggi morali” in forza delle quali, nelle famiglie, ci si dà sempre una mano? E cosa succede se il convivente, che ha ricevuto danaro, sostiene che non si è trattato di un prestito ma di una donazione? Vediamo cosa dice la legge.

Come stabilire se la dazione di denaro tra conviventi è una donazione o un prestito?

Il punto controverso è: in caso di elargizioni in denaro tra conviventi, come si fa a dimostrare se si è trattato di un prestito o di un regalo? Poiché solo nel primo caso è dovuta la restituzione dei soldi (le donazioni, infatti, sono sempre irrevocabili, anche in caso di separazione di fidanzati, conviventi o sposati), la demarcazione tra le due ipotesi risulta quanto mai vitale. Di certo non ci sarebbero problemi se le parti, con una previdenza che però mal si concilia con lo spirito che anima la famiglia, hanno messo tutto per iscritto, concordando la restituzione del denaro speso. Ma non succede quasi mai ed i prestiti tra parenti restano relegati, da sempre, a una forma orale.

In assenza di prove, quindi, bisogna ricostruire le intenzioni delle parti: quale era l’effettivo intento nel momento in cui sono stati consegnati i soldi all’altro o spesi per l’interesse comune? La patata bollente spetta al giudice e, nei casi appunto di donazioni di denaro tra conviventi, la magistratura si orienta nel seguente modo.

La regola generale è che, nell’ambito di una famiglia, anche se more uxorio, ossia di conviventi, ci si aiuti l’un l’altro. Quindi anche la consegna del denaro rientra negli obblighi di solidarietà familiari che la stessa legge contempla come una componente della convivenza e del matrimonio. Impossibile chiederne la restituzione. Ma solo se tali somme non sono elevate. Quando superano una certa soglia, è allora impensabile ipotizzare che si è trattata di una donazione, ma si rientra nell’idea del prestito. Cerchiamo di chiarirci meglio.

Donazioni di denaro: conta l’entità della somma

Sembra che la famosa linea di confine per stabilire se la dazione di denaro al convivente sia stata frutto di donazione o di prestito è l’entità della somma stessa: tanto più è elevata, tanto più presumile è la sussistenza di un mutuo tra privati (anche se orale). Questo perché è normale che, nell’ambito di un rapporto tra coniugi o conviventi, ci si aiuti reciprocamente. Tanto per fare un esempio pratico, è verosimile che l’uomo dia i soldi alla donna, senza volerne ottenere la restituzione, per consentirle di comprare i vestiti, le scarpe, per la palestra, anche per un soggiorno benessere in una spa. Chiaramente tutto deve essere proporzionato alle condizioni economiche di chi paga. Ed è qui il punto. Le dazioni di denaro effettuate tra conviventi nel corso della relazione configurano una donazione (e pertanto non possono essere chiesti indietro) solo a condizione che siano proporzionali ed adeguati alle condizioni economiche delle parti.

Ad esempio, un uomo con uno stipendio medio, che investe un grosso capitale in un negozio al fine di consentire alla moglie di avviare una propria attività commerciale, sta eseguendo un prestito, per quanto non riportato “nero su bianco”. Ma se le dà duemila euro per completare la cifra necessaria all’acquisto dell’auto sta eseguendo una donazione.

Insomma, per stabilire se si tratta di una donazione o un prestito bisogna verificare l’entità dei soldi dati e le condizioni economiche di chi li dà e di chi li prende.

Contributi per la costruzione della casa

Come ci si orienta quando uno dei due conviventi è titolare di un terreno e l’altro ci costruisce la casa? In virtù del principio di accessione – in base al quale il titolare della terra diventa anche proprietà di ciò che altri vi costruiscono di sopra – l’immobile resta in capo a chi ha il suolo. L’altro però può rivendicare solo un rimborso. Dice la Cassazione [2]: «In caso di rottura di una relazione sentimentale, l’ex partner ha diritto a riavere il denaro e un indennizzo per il tempo libero impegnato nel lavoro per la costruzione di una casa comune, anche se questa è di esclusiva proprietà del compagno. Difatti, contributi in lavoro o in natura prestati dal partner per la realizzazione della casa non sono prestati a vantaggio esclusivo dell’altro, ragion per cui devono essere restituite le somme impiegate in vista del progetto comune sfumato. Secondo la Suprema Corte,  gli esborsi e le energie lavorative non sono spese solo in favore del partner, ma in vista di una convivenza o comunque di un futuro comune. Se questo svanisce, allora è legittima la domanda di arricchimento senza causa, non essendo in presenza né di donazioni, né di conferimenti spontanei.

Contributi per la ristrutturazione della casa

Più frequenti sono le spese per la manutenzione o la ristrutturazione della casa. Anche in questo caso si può sostenere che questi rientrino nello spirito della convivenza, fatti cioè per il bene comune se di piccolo importo.

Il convivente non proprietario, che pure ha usufruito del vantaggio conseguente alla ristrutturazione, ha diritto a un equo indennizzo nel momento in cui, in sede di separazione, la comunione spirituale e materiale viene meno e, con essa, anche la situazione legittima del compossesso dell’immobile. In tali casi è riconosciuto non il diritto alla restituzione, ma il diritto all’indennizzo per i miglioramenti recati alla cosa, il cui ammontare è determinato nella misura dell’aumento di valore conseguito dalla cosa per effetto dei miglioramenti medesimi.

note

[1] Trib. Reggio Calabria sent. n. 10/19.

[2] Cassazione civile sez. III, 07/06/2018, n.14732.

Tribunale di Reggio Calabria, sez. I Civile, sentenza 2 – 3 gennaio 2019, n. 10

Giudice Campagna

In fatto ed in diritto

La presente sentenza è redatta ai sensi dell’art.132 c.p.c. come novellato, in base al quale si richiede soltanto la concisa esposizione delle ragioni di fatto e di diritto della decisione.

Con atto di citazione notificato il 13.05.2013 (omissis…) conveniva in giudizio (omissis…) per sentirla condannare alla restituzione in suo favore della complessiva somma di Euro 24.000,00 o della diversa maggiore o minore somma che sarebbe stata accertata in corso di causa, oltre al risarcimento dei danni subiti da quantificarsi in complessivi Euro 12.611,42 nonché ai danni morali, e con vittoria di spese e competenze di lite. Premetteva l’istante di svolgere l’attività di ballerino professionista in Italia e di avere conosciuto (omissis…) con la quale si creava un rapporto di affettuosa amicizia ed intimità; assumeva di avere corrisposto alla donna, titolare di un centro estetico in città, quale prestito la complessiva somma di Euro 28.000,00 erogata nel corso degli anni 2009-2011 e che nonostante le sue insistenze e i diversi contatti avuti con la controparte e con il suo legale finalizzati ad una composizione bonaria della vicenda, tale importo non gli era stato restituito.

Rassegnava le conclusioni di cui in premessa.

Si costituiva (omissis…) la quale deduceva l’assoluta infondatezza della domanda, offrendo una diversa prospettazione dei fatti e chiarendo innanzitutto che tra i due si era istaura una relazione sentimentale tanto che per oltre due anni gli stessi avevano convissuto in un immobile condotto in locazione dalla donna in via (omissis…) all’interno del Residence (omissis…); assumeva di avere costituito unitamente ai suoi familiari un’associazione dilettantistica sportiva di danza dalla quale si prefiggevano di ricavare proventi economici in loro favore e che parte delle somme indicate da controparte (Euro 5.000,00) erano state utilizzate per il pagamento del cachet ai concorrenti della nota trasmissione televisiva “Amici” che avevano presenziato alla serata di inaugurazione della scuola di danza; rilevava, altresì, che le somme asseritamente oggetto di prestito erano state invece utilizzate ed investite di comune accordo per la suddetta attività; osservava che i rapporti esistenti tra i due si erano radicati nell’ambito della relazione sentimentale e di convivenza dalla quale potevano scaturire soltanto obbligazioni naturali; disconosceva tutta la documentazione prodotta dall’attore che riproduceva il contenuto di sms, mail, skype, conversazioni telefoniche, ecc.; evidenziava che nessuna promessa di pagamento poteva legittimamente configurarsi nella fattispecie in esame, in difetto di prova dei fatti costitutivi dell’obbligazione; aggiungeva, infine, che la pretesa avversaria si caratterizzava anche per l’assoluta indeterminatezza delle somme invocate.

Insisteva, pertanto per il rigetto della domanda.

Il processo veniva istruito con l’espletamento della prova testimoniale articolata dalla convenuta, mentre, sebbene ammessa, non veniva espletata la prova testimoniale richiesta dall’attore, non avendo detta parte provveduto a citare i testi per l’udienza all’uopo fissata; quindi all’udienza del 13.02.2018 la causa, sulle conclusioni nei termini integralmente riportati in epigrafe, veniva riservata per la decisione con l’assegnazione alle parti del termine perentorio di giorni sessanta per il deposito in cancelleria di comparse conclusionali e di ulteriore termine perentorio di giorni venti per le eventuali repliche.

La domanda è infondata e non può trovare accoglimento per le causali qui appresso specificate.

Deve subito affrontarsi la questione della validità legale della trascrizione di chat Whatsapp, di email, di messaggi sms a fini giudiziari, come prova in un processo, precisando che tali strumenti possono essere considerati prova documentale ed essere utilizzati nel processo civile o penale solamente a certe condizioni.

Ebbene, proprio di recente la Suprema Corte ha avuto modo di chiarire che tali strumenti hanno valore come prova informatica nel processo solamente se viene acquisito anche il supporto -telematico o figurativo- contenente la registrazione, essendo la trascrizione una semplice riproduzione del contenuto della principale prova documentale.

I giudici di legittimità hanno evidenziato che la necessità di depositare il supporto risiede nel fatto che questo permette di “controllare l’affidabilità della prova medesima mediante l’esame diretto del supporto onde verificare con certezza sia la paternità delle registrazioni sia l’attendibilità di quanto da esse documentato” (Cass. n.49016/2017). Poiché non è sempre possibile depositare il dispositivo originale (per motivi legati alla privacy dei contenuti, indisponibilità dell’hardware, danneggiamento, perdita, etc…) e dato che ormai in ambito digitale non esiste più il concetto di “originale” dato che la copia forense di un dispositivo ha la stessa valenza probatoria del dispositivo, è possibile valutare il deposito della copia forense del dispositivo di registrazione (registratore digitale, smartphone, telecamera, etc…) così da conferire il valore legale di prova informatica e documentale al suo contenuto (registrazioni, filmati, messaggi SMS o Whatsapp, etc…).

Deve aggiungersi, quindi, che oltre al deposito dell’acquisizione forense del contenuto del dispositivo dal quale si vogliono estrarre le prove informatiche, si ritiene sia essenziale depositare anche una relazione tecnica forense che attesti la metodologia e strumentazione utilizzata per la copia forense, l’assenza di tracce di alterazione o manipolazione ai dati che dovranno essere utilizzati in giudizio e i criteri con i quali sono stati estratti gli elementi probatori d’interesse come ad esempio i messaggi SMS o Whatsapp, registrazioni audio, filmati, etc…

Ciò significa che se il deposito viene fatto in modo “integrale” (quindi con il dispositivo originale o il suo equivalente tramite acquisizione forense certificata) i dati possono essere accettati e utilizzati in giudizio.

Per creare una copia conforme dei messaggi Whatsapp a uso legale (inclusi anche SMS, messaggi, chat o gruppi Telegram, Viber, iMessage, Facebook Messenger, Skype o qualunque altro sistema di Instant Messaging) è quindi necessario avvalersi delle tecniche di acquisizione forense da cellulare, smartphone o tablet, basate sui principi di inalterabilità della prova e conformità con l’originale espressi dalla Legge 48 del 2008 che cita, ad esempio, come le copie forensi debbano esse eseguite “adottando misure tecniche dirette ad assicurare la conservazione dei dati originali e ad impedirne l’alterazione”, “con una procedura che assicuri la conformità dei dati acquisiti a quelli originali e la loro immodificabilità.”.

Orbene, nella specie, l’attore, sul quale gravava il relative onere, non ha prodotto il dispositivo e/o i diversi supporti con i quali sono stati acquisiti o nel quale sono conservati tali dati, ma è stata offerta una mera stampa (sms e chat) o una semplice riproduzione (files audio) che sebbene supportate da una perizia di parte, non apportano alcun elemento in termini di certezza ed autenticità dei documenti, poichè carenti dei necessari riscontri tecnici (autenticità su indirizzo IP, file di log, data, ora, pagina richiesta, login, account etc. etc.).

D’altra parte, a fronte di una specifica e tempestiva eccezione in tal senso sollevata da parte convenuta, l’istante ha soltanto richiesto l’espletamento di una consulenza tecnica che oltre ad avere carattere esplorativo non avrebbe potuto certamente accertare o verificare alcunchè ai fini dell’attendibilità, genuinità e provenienza dei dati forniti. Dunque, ai fini dell’utilizzazione probatoria di tali dati, l’attore avrebbe dovuto produrre tali files con modalità tali da consentirne la verifica nel contraddittorio delle parti e nei termini del codice di rito.

Ebbene, tanto premesso, del tutto sfornito di prova è risultato l’assunto del presunto riconoscimento di debito e dunque della dazione di danaro in esecuzione di un accordo di prestito o di finanziamento che sarebbe stato accordato dall’uomo alla donna, nè tantomeno sarebbero stati dimostrati i termini e le modalità di tale convenzione.

Ed invero, nessun significativo e/o decisivo contributo che possa corroborare la tesi attorea ha fornito l’espletata prova testimoniale, laddove in particolare se per un verso il teste Ri. An. si è limitato a riferire che durante il soggiorno reggino il (omissis…) era solito alloggiare presso l’abitazione della (omissis…)e di tanto in tanto, nel periodo estivo anche presso la sua abitazione in (omissis…), per contro i testi indicate dalla donna avrebbero supportato la contrastante ed inconciliabile prospettazione offerta dalla convenuta, e cioè che le somme erogate dall’uomo sarebbero serviti quale contribuzione per le spese comuni e quotidiane affrontate dalle parti tra le quali si era instaurata una relazione sentimentale durata all’incirca due anni, nonchè per le spese sostenute per la costituzione dell’associazione sportiva dilettantistica di danza.

A tal proposito, vale la pena rammentare che le unioni di fatto, quali formazioni sociali che presentano significative analogie con la famiglia formatasi nell’ambito di un legame matrimoniale e assumono rilievo ai sensi dell’art.2 Cost., sono caratterizzate da doveri di natura morale e sociale di ciascun convivente nei confronti dell’altro, che si esprimono anche nei rapporti di natura patrimoniale.

Ne consegue che le attribuzioni patrimoniali a favore del convivente effettuate nel corso del rapporto configurano l’adempimento di una obbligazione naturale ex art.2034 c.c., a condizione che siano rispettati i principi di proporzionalità e di adeguatezza (Cass. n.1277/2014; Cass. n.1266/2016).

Ebbene, dalle risultanze istruttorie è verosimile ritenere che tra le odierne parti si era instaurata una relazione sentimentale stabile, nell’ambito della quale il (omissis…) ha provveduto a sostenere delle spese.

In altri termini, si deve presumere che, come di norma avviene nei rapporti di coppia, le spese del ménage familiare sono state assunte nel pieno spirito solidaristico ovvero senza verificare quanto avesse contribuito l’uno piuttosto che l’altro, per cui gli esborsi con i quali l’uomo ha inteso partecipare ai bisogni e alle necessità domestiche e di coppia possono giustificarsi come atto di liberalità ovvero come versamenti eseguiti in attuazione di un’obbligazione naturale ex art.2034 c.c..

Allo stesso modo, va sottolineato che nelle unioni di fatto le attribuzioni patrimoniali e le prestazioni lavorative in favore del convivente effettuate nel corso del rapporto, configurano l’adempimento di un’obbligazione naturale ex art.2034 c.c., poichè si presume che tali prestazioni vengono eseguite in funzione dei doveri di carattere morale e civile nonchè di mutua assistenza e collaborazione che caratterizza questi rapporti (Cass. n.1266/2016 citata).

D’altra parte, costituisce principio giurisprudenziale pacifico quello secondo cui l’attore che chiede la restituzione di somme date a mutuo è, ai sensi dell’art.2697 comma 1 c.c., tenuto a provare gli elementi costitutivi della domanda e, quindi, non solo la consegna ma anche il titolo della stessa, da cui derivi l’obbligo della vantata restituzione; l’attore è infatti tenuto a dimostrare per intero il fatto costitutivo della sua pretesa; il fatto che il convenuta ammetta di aver ricevuto una somma di denaro dall’attore ma neghi che ciò sia avvenuto a titolo di mutuo, non costituisce un’eccezione in senso sostanziale, sì da invertire l’onere della prova; con la conseguenza che rimane fermo a carico dell’attore l’onere di dimostrare che la consegna del denaro è avvenuta in base a un titolo che ne imponga la restituzione (tra le altre, Cass. n.9864/2014).

Dunque, alla luce delle superiori considerazioni, non resta che rigettare la domanda.

Le spese del presente giudizio, seguendo la soccombenza, vanno poste a carico di parte attrice e liquidate come da dispositivo.

P.Q.M.

Il Tribunale di Reggio Calabria, Prima Sezione Civile, in persona del giudice unico dott. Giuseppe Campagna, uditi i procuratori delle parti, definitivamente pronunciando sulla domanda proposta da (omissis…) nei confronti di (omissis…), con atto di citazione notificato il 13.05.2013, ogni altra istanza, eccezione e deduzione disattese, così provvede:

-rigetta la domanda per le causali di cui in parte motiva;

-condanna (omissis…) al pagamento in favore di (omissis…) delle spese processuali del presente giudizio che liquida in complessivi Euro 2.000,00, oltre Iva, Cpa e rimborso forfettario come per legge nella misura del 12%;

-sentenza provvisoriamente esecutiva per legge.


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8 Commenti

  1. Se una persona fa donazioni mentre è ancora in vita, poi chi riceve la donazione ha diritto all’eredità?

    1. Magari non sei stata citata nel testamento di uno dei tuoi genitori. Eppure la legge ti considera un erede a tutti gli effetti: il rapporto di parentela stretto con il defunto è tale infatti da garantirti sempre una quota del suo patrimonio, a prescindere dalle ultime volontà. Vorresti recriminare e contestare quanto lasciato agli altri eredi (i tuoi fratelli e la seconda moglie del defunto), ma uno di questi ti fa notare che hai già ricevuto numerosi regali da tuo padre quando era ancora in vita. Ti sono stati dati soldi, quote di immobili e la disponibilità di una casa per vivere. Insomma, tutte queste donazioni ti hanno, di fatto, arricchito ed ora è giusto che il residuo patrimonio vada agli altri familiari. Per te non è corretto: una cosa sono i regali ricevuti, un’altra è l’eredità che – a tuo avviso – va invece ripartita in modo equo. Così ti chiedi se, pur avendo ricevuto donazioni in vita, hai diritto anche all’eredità. E soprattutto vorresti sapere se l’aver ricevuto in prestito, dai tuoi genitori, una casa ove vivere può ridurre o compromettere i tuoi diritti di erede. Scopri cosa dice la legge a riguardo nel nostro articolo https://www.laleggepertutti.it/200885_donazioni-in-vita-ho-diritto-anche-alleredita

    1. Il nostro sistema fiscale individua puntualmente le donazioni che è possibile dedurre dal reddito imponibile (che è il reddito sul quale si calcolano le imposte dovute), cioè quelle donazioni il cui importo va a diminuire il reddito imponibile sul quale si devono applicare le aliquote crescenti Irpef. Nel nostro articolo https://www.laleggepertutti.it/180971_donazioni-sono-deducibili ci siamo occupati delle donazioni deducibili, tralasciando quelle che, invece, sono detraibili, che cioè vanno a costituire costi che possono essere sottratti all’imposta da versare (una volta che la stessa sia già stata calcolata sul reddito imponibile).

  2. Una volta cessata la convivenza, se una persona ha ricevuto in donazione regali di un certo valore, poi deve restituire tutto???

    1. Cessata la convivenza, l’ex che ha ricevuto in donazione regali di valore deve restituirli se il donante si è impoverito. Una cosa data non va più restituita: questo dice il motto popolare, ma per la legge non va sempre così. I regali si possono chiedere indietro quando il beneficiario si è dimostrato ingrato (le ipotesi sono specifiche e vengono fissate dalla legge [1]) oppure quando le parti, inizialmente conviventi, si sono separate e il valore dei beni donati è tanto elevato da aver impoverito il donate (si pensi a case e immobili, gioielli di enorme valore, ecc.). Lo ha chiarito la Cassazione con una sentenza. Per saperne di più leggi il nostro articolo https://www.laleggepertutti.it/133304_donazioni-regali-di-valore-e-preziosi-vanno-restituiti

  3. I genitori possono fare donazioni in denaro ai propri figli? Grazie la legge per tutti per le vostre informazioni sempre chiare

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