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Prova lavoro in nero: ultime sentenze

8 Aprile 2019
Prova lavoro in nero: ultime sentenze

Lavoro in nero e omesso versamento dei contributi Inps; controversie e competenza del giudice ordinario; retribuzione del dipendente; pagamento in nero del lavoratore; mercato del lavoro domestico in nero.

Lavoro in nero: giurisdizione del giudice ordinario

La controversia avente ad oggetto il diniego di ammissione alla procedura di emersione del lavoro nero, prevista dall’art. 1, comma 1192 ss., della legge 27 dicembre 2006 n. 296 al fine di incentivare ed agevolare la regolarizzazione amministrativa, previdenziale e assicurativa dei rapporti di lavoro subordinato costituiti irritualmente, appartiene alla giurisdizione del giudice ordinario (sezione lavoro) atteso che le disposizioni dettate dalla norma succitata vanno ad integrare il sistema complessivo delle leggi in materia di assicurazioni sociali, assistenza e previdenza obbligatoria.

TAR L’Aquila, (Abruzzo) sez. I, 07/05/2018, n.188

Permesso di soggiorno e lavoro in nero

Ai fini del rispetto delle norme sull’immigrazione l’extracomunitario deve dimostrare di disporre di un reddito sufficiente al suo mantenimento e la prova non può che derivare da un lavoro in regola con le norme esistenti, giacché sarebbe paradossale consentire ad un extracomunitario di poter permanere sul territorio nazionale laddove riesca a dimostrare di conseguire redditi irregolari poiché costituirebbe un’istigazione a lavorare in nero, fenomeno che gli organi statali combattono sistematicamente.

TAR Bologna, (Emilia-Romagna) sez. I, 05/12/2017, n.804

Omesso versamento delle ritenute previdenziali e assistenziali

In tema di omesso versamento delle ritenute previdenziali ed assistenziali, ai fini dell’integrazione del reato previsto dall’art. 2, comma 1-bis, del d.l. 12 settembre 1983, n. 463, conv. in legge 11 novembre 1983, n. 638, è necessaria la prova del materiale esborso della retribuzione, anche sotto forma di compensi in nero. (Nella specie la S.C. ha ritenuto immune da vizi la decisione della corte territoriale che aveva desunto, in assenza di elementi di segno contrario, la prova della effettiva corresponsione della retribuzione ai lavoratori dalla presentazione dei modelli DM-10 da parte del datore di lavoro).

Cassazione penale sez. III, 23/11/2017, n.6934

Retribuzioni fuori busta al dipendente

Le dichiarazioni del datore di lavoro di avere corrisposto al proprio dipendente retribuzioni fuori busta sono valorizzabili ai fini dell’accertamento di un maggior reddito in capo al lavoratore.

Comm. trib. prov.le Modena sez. III, 20/06/2016, n.461

Lavoro in nero: determinazione delle somme

In caso di determinazione delle somme per il periodo di lavoro “in nero”, non si può utilizzare l’intero trattamento retributivo previsto dal contratto collettivo (in mancanza di prova della vincolatività del c.c.n.l. per adesione implicita o esplicita), ma i soli elementi rilevanti ex art. 36 Cost.: paga base, contingenza e tredicesima.

Corte appello Catania sez. lav., 30/09/2015, n.852

Compensi in nero

In tema di omesso versamento delle ritenute previdenziali ed assistenziali, ai fini dell’integrazione del reato previsto dall’art. 2 comma 1 bis d.l. 12 settembre 1983 n. 463 (conv. in l. 11 novembre 1983 n. 638) è necessaria la prova del materiale esborso della retribuzione, anche sotto forma di compensi in nero.

Cassazione penale sez. III, 20/02/2013, n.29037

Omesso versamento contributi Inps per mancata retribuzione dovuta al fallimento della ditta

In tema di omesso versamento di ritenute previdenziali ed assistenziali, non integra la fattispecie di reato contestata la condotta di colui che ometta di versare i contributi Inps a fronte della mancata corresponsione delle retribuzioni a causa del fallimento della ditta in questione; ai fini della integrazione del reato infatti si richiede la prova, incombente sulla pubblica accusa, della materiale corresponsione, anche in nero, delle retribuzioni ai dipendenti.

Tribunale Terni, 27/04/2012, n.446

Lavoro domestico in nero

In caso di separazione dei coniugi, la comparazione dei redditi e delle potenzialità di reddito delle parti, al fine della determinazione dell’assegno di mantenimento, non può utilizzare l’argomento per cui l’avente diritto potrebbe comunque procurarsi da guadagnare ricorrendo al mercato del lavoro domestico in nero, perché le si imporrebbe così o di violare la normativa fiscale e previdenziale o di assumersi la responsabilità di tale più che legittimo rifiuto, vedendo ridotta la misura dell’assegno di mantenimento (nella specie, a fronte di un reddito mensile, di lavoro dipendente del marito di euro 1260 era stato quantificato, in favore della moglie, un assegno di euro 200.

In sede di revisione delle condizioni della separazione l’assegno era stato elevato a euro 450 mensili, atteso che la moglie era stata licenziata. In applicazione del principio di cui sopra la Suprema Corte ha cassato il provvedimento della Corte di appello che aveva quantificato in 200 euro mensili l’assegno, atteso altresì che mancava, quanto al licenziamento della moglie, qualsiasi prova di un comportamento fraudolento della stessa).

Cassazione civile sez. I, 19/03/2012, n.4312

Prova della retribuzione al lavoratore

I contributi previdenziali e assistenziali sono dovuti a condizione che la retribuzione al lavoratore sia stata effettivamente corrisposta, anche qualora venga corrisposta in nero e la dimostrazione dell’effettiva corresponsione della retribuzione al lavoratore può derivare anche da prova indiziaria.

Tribunale Trento, 06/07/2011, n.753

Lavoratori in nero e volume d’affari dell’impresa

Il pagamento di lavoratori in nero è indice di un maggior volume di affari dell’impresa tale da giustificare l’accertamento induttivo. In particolare, “il divieto di doppia presunzione (cd. “praesumptio de praesumpto”) attiene esclusivamente alla correlazione di una presunzione semplice con altra presunzione semplice e non può ritenersi, invece, violato nel caso, quale quello di specie, in cui da un fatto noto (presenza di un dipendente non regolarmente assunto per il quale la stessa contribuente ha ammesso la corresponsione di una retribuzione non contabilizzata) si risale – peraltro in forza di presunzione legale, seppur relativa (nella specie ex art. 39, comma 1 lett. d) d.P.R. 600/1973), a un fatto ignorato (maggior redditività dell’impresa e, non semplicemente maggior costi per retribuzioni, come prospettata in memoria il contribuente), in relazione alla quale la contribuente non ha assolto l’onere della prova contraria”.

Cassazione civile sez. trib., 03/02/2011, n.2593


note

Autore immagine: lavoro in nero di wutzkohphoto


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