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Reversibilità all’ex coniuge senza mantenimento

17 Marzo 2019


Reversibilità all’ex coniuge senza mantenimento

> Diritto e Fisco Pubblicato il 17 Marzo 2019



Il coniuge separato ha diritto alla pensione di reversibilità anche se non beneficia dell’assegno di mantenimento?

La separazione tra marito e moglie non fa venir meno i diritti successori. Questo, in pratica, significa che se uno dei due coniugi dovesse morire prima del divorzio, l’altro diventerebbe suo erede, come se alcuna separazione fosse mai avvenuta. Questa regola trova una sola eccezione: nell’ipotesi in cui il coniuge superstite sia stato dichiarato responsabile della rottura del matrimonio, ossia abbia ricevuto l’addebito. In tale ipotesi, infatti, questi non potrebbe rivendicare alcun diritto.

Sempre ipotizzando una coppia di coniugi separata, dei quali uno dei due muoia prima del divorzio, cosa succede alla pensione di reversibilità? La legge stabilisce che all’ex coniuge superstite spetta la reversibilità anche senza mantenimento. In altre parole, il fatto che il giudice non abbia riconosciuto a quest’ultimo il diritto all’assegno mensile non ha alcun effetto.

È questa la sintesi di una recente ordinanza della Cassazione [1].

Prima di spiegare, in sintesi, le ragioni di tale pronuncia c’è un altro importante chiarimento da fare. L’acquisto della pensione di reversibilità che spetta all’ex coniuge prescinde dal fatto che questi abbia accettato o meno l’eredità. La reversibilità infatti è un diritto di natura personale: non dipende cioè dalle regole che disciplinano la successione tra eredi. Con il risultato che, in presenza di un defunto che abbia accumulato in vita numerosi debiti ben è possibile rifiutare l’eredità senza però perdere la pensione di reversibilità.

Cos’è la pensione di reversibilità e a chi spetta

Ricordiamo preliminarmente cos’è la pensione di reversibilità e a chi spetta.

La pensione è liquidata se ricorre una delle seguenti ipotesi:

il deceduto era titolare di pensione di vecchiaia o di anzianità o di inabilità;

al momento del decesso l’assicurato aveva raggiunto i requisiti contributivi per le prestazioni di invalidità (cinque anni di contribuzione di cui almeno tre nell’ultimo quinquennio precedente la data di morte) o quelli richiesti per la pensione di vecchiaia.

Non rileva l’età dell’assicurato deceduto.

Hanno diritto alla pensione ai superstiti, alle condizioni individuate dalla normativa di riferimento, i seguenti soggetti:

  • coniuge;
  • figli;
  • genitori;
  • fratelli celibi e le sorelle nubili.

La domanda di pensione ai superstiti può essere inoltrata all’Inps esclusivamente in via telematica attraverso uno dei seguenti canali:

  • web, avvalendosi dei servizi telematici accessibili tramite PIN, attraverso il portale dell’Istituto;
  • telefono, tramite il Contact center integrato, al numero verde 803.164 da rete fissa o al numero 06.164164 da rete mobile;
  • patronati e tutti gli intermediari dell’Istituto usufruendo dei servizi telematici offerti dagli stessi.

Per ottenere la pensione di reversibilità bisogna essere a carico del lavoratore deceduto: questo requisito è presunto per i figli minori, mentre è subordinato alla prova per gli altri soggetti.

Nessuna condizione è invece richiesta per il coniuge. Il coniuge superstite del pensionato o del lavoratore assicurato deceduto ha il diritto alla pensione. Tale riconoscimento è automatico; la legge non richiede alcuna condizione soggettiva per il conseguimento della pensione.

Coniuge separato e pensione di reversibilità

Il coniuge separato, anche con addebito o per colpa, ha diritto alla pensione di reversibilità [2].

Secondo un primo orientamento, occorre che sussista a favore del coniuge superstite il diritto all’assegno di mantenimento [3]; secondo un diverso orientamento, il diritto alla pensione sussiste a prescindere dalla previsione in sede di separazione dell’obbligo di versare l’assegno di mantenimento [4].

Con la sentenza odierna la Corte ha chiarito che il coniuge separato ha diritto alla pensione di reversibilità anche se non beneficia dell’assegno di mantenimento. La tutela previdenziale tende infatti a porre il superstite al riparo dall’eventualità dello stato di bisogno. Ne consegue che per ottenere il trattamento pensionistico è sufficiente l’esistenza del vincolo matrimoniale con il defunto.

La Suprema corte ha affermato che dopo la riforma dell’istituto della separazione personale non è più giustificabile il diniego, al coniuge cui fosse stata addebitata la separazione, di una tutela che assicuri la continuità dei mezzi di sostentamento che il defunto coniuge sarebbe stato tenuto a fornirgli. Infatti, ha proseguito la Cassazione, la legge non richiede lo stato di bisogno quale requisito per ottenere la reversibilità, ma unicamente l’esistenza del rapporto coniugale con il coniuge defunto pensionato o assicurato.

In definitiva, ha concluso il collegio, lo scopo della tutela previdenziale è rappresentata dall’intento di porre il coniuge superstite al riparo dall’eventualità dello stato di bisogno, senza che tale stato di bisogno divenga (anche per il coniuge separato per colpa o con addebito) concreto presupposto e condizione della tutela medesima.

Coniuge divorziato e pensione di reversibilità

La pensione ai superstiti spetta al coniuge divorziato in presenza di tutte le seguenti condizioni:

  • perfezionamento in capo al coniuge deceduto dei requisiti di assicurazione e contribuzione stabiliti dalla legge;
  • inizio del rapporto assicurativo dell’assicurato o del pensionato anteriore alla data della sentenza che pronuncia lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio;
  • titolarità dell’assegno divorzile in forza di una sentenza dal tribunale;
  • assenza di un successivo matrimonio. Infatti il coniuge divorziato superstite che si risposa è escluso dal diritto alla pensione, anche se alla data del decesso del pensionato o dell’assicurato il nuovo matrimonio risulta sciolto per morte del coniuge o per divorzio.

note

[1] Cass. sent. n. 7464/19 del 15.03.2019.

[2] C.Cost. 27 luglio 1989 n. 450, C.Cost. 28 luglio 1987 n. 286

[3] Cass. 19 marzo 2009 n. 6684, Cass. 18 giugno 2004 n. 11428

[4] Cass. 25 febbraio 2009 n. 4555; Cass. 16 ottobre 2003 n. 15516.

Corte di Cassazione, sez. Lavoro, ordinanza 22 novembre 2018 – 15 marzo 2019, n. 7464

Presidente/Relatore D’Antonio

Considerato in fatto

1.La Corte d’Appello ha confermato la sentenza del Tribunale di Forlì di rigetto della domanda di F.G. volta ad ottenere la pensione di reversibilità, quale coniuge separato senza diritto agli alimenti.

Secondo la Corte, poiché la F. non fruiva di erogazione di alimenti in capo all’ex coniuge ed in suo favore, non poteva rivendicare dopo il decesso di costui l’attivazione di un trattamento previdenziale a suo vantaggio, posto che la pensione di reversibilità non è solo la prosecuzione in favore di terzi del pregresso diritto a pensione dell’avente titolo, ma è la prosecuzione in favore di terzi aventi diritto.

2.Avverso la sentenza ricorre la F. che con un motivo di ricorso nel quale prospetta la violazione e falsa applicazione della L. 21 luglio 1965, n. 903, art. 22, della L. n. 153 del 1969, art. 24, in relazione agli artt. 3, 38 e 29 Cost. (in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3),atteso che, secondo la costante giurisprudenza, la pensione di reversibilità va riconosciuta non solo al coniuge in favore del quale il coniuge defunto era tenuto a corrispondere un assegno di mantenimento, ma a seguito della sentenza della Corte costituzionale n. 286 del 1987, anche al coniuge separato per colpa o con addebito, equiparato sotto ogni profilo al coniuge (separato o non) e in favore del quale opera la presunzione legale di vivenza carico del lavoratore al momento della morte, assolvendo il trattamento alla funzione di sostentamento in precedenza indirettamente assicurato dalla pensione in titolarità del coniuge defunto.

L’Inps ha rilasciato delega in calce al ricorso notificato.

La ricorrente ha depositato memoria ex art. 378 c.p.c..

Ritenuto in diritto

3.La ricorrente è vedova separata, senza il riconoscimento dell’assegno di mantenimento, di M.A. e la sentenza impugnata le ha negato la pensione di reversibilità in quanto non era titolare di detto assegno all’atto del decesso del coniuge.

4. Il ricorso è fondato. Questa Corte ha già più volte chiarito(cfr., ad es., Cass. 19 marzo 2009 n. 6684, n. 4555 del 25 febbraio 2009, n. 15516 del 16 ottobre 2003) che, a seguito della sentenza della Corte costituzionale n. 286 del 1987 – la quale ha dichiarato l’illegittimità costituzionale della L. 30 aprile 1969, n. 153, art. 24 e della L. 18 agosto 1962, n. 1357, art. 23, comma 4, nella parte in cui escludono dalla erogazione della pensione di reversibilità il coniuge separato per colpa con sentenza passata in giudicato – tale pensione va riconosciuta al coniuge separato per colpa o con addebito, equiparato sotto ogni profilo al coniuge superstite (separato o non) e in favore del quale opera la presunzione legale di vivenza a carico del lavoratore al momento della morte.

5. In particolare è stato affermato che, dopo la riforma dell’istituto della separazione personale, introdotto dal novellato art. 151 c.c. e la sentenza della Corte Cost. non sia più giustificabile il diniego, al coniuge cui fosse stata addebitata la separazione, di una tutela che assicuri la continuità dei mezzi di sostentamento che il defunto coniuge sarebbe stato tenuto a fornirgli.

6. La motivazione del giudice delle leggi, se conduce ad equiparare con sicurezza la separazione per colpa a quella con addebito, non autorizza l’interprete a ritenere che sia residuata una differenza di trattamento per il coniuge superstite separato in ragione del titolo della separazione. Se è possibile individuare contenuti precettivi ulteriori, essi riguardano esclusivamente il legislatore, autorizzato a disporre che il coniuge separato per colpa o con addebito abbia diritto alla reversibilità ovvero ad una quota, solo nella sussistenza di specifiche condizioni.

7. Invero, nonostante che la Corte costituzionale, nell’occasione indicata, e in altre successive (sent. nn. 1009 del 1988, 450 del 1989, 346 del 1993 e 284 del 1997), abbia giustificato le proprie pronunce anche con considerazioni legate alla necessità di assicurare la continuità dei mezzi di sostentamento che in caso di bisogno il defunto coniuge sarebbe stato tenuto a fornire all’altro coniuge separato per colpa o con addebito, il dispositivo della decisione dichiarativa dell’illegittimità costituzionale della norma esaminata non indica condizioni ulteriori, rispetto a quelle valevoli per il coniuge non separato per colpa, ai fini della fruizione della pensione. Ad ambedue le situazioni è quindi applicabile la L. 21 luglio 1965, n. 903, art. 22, il quale non richiede (a differenza che per i figli di età superiore ai diciotto anni, per i genitori superstiti e per i fratelli e sorelle del defunto, etc), quale requisito per ottenere la pensione di reversibilità, la vivenza a carico al momento del decesso del coniuge e lo stato di bisogno, ma unicamente l’esistenza del rapporto coniugale col coniuge defunto pensionato o assicurato.

8. In definitiva, nella legge citata, la ratio della tutela previdenziale è rappresentata dall’intento di porre il coniuge superstite al riparo dall’eventualità dello stato di bisogno, senza che tale stato di bisogno divenga (anche per il coniuge separato per colpa o con addebito) concreto presupposto e condizione della tutela medesima.

9. Per le considerazioni che precedono, non essendosi la Corte territoriale attenuta alla regola indicata, desumibile dalla L. 21 luglio 1965, n. 903, art. 22, quale risultante dalla dichiarazione di incostituzionalità della L. 30 aprile 1959, n. 153, art. 24, la sentenza impugnata deve essere cassata e, non essendo necessari ulteriori accertamenti in fatto, può procedersi alla decisione nel merito, con l’accoglimento della domanda proposta da F.G. nei confronti dell’INPS.

Le spese seguono la soccombenza come da dispositivo. Deve precisarsi che la liquidazione viene effettuate in applicazione di quanto stabilito da questa Corte (cfr SU n 17405/2012, n 30529/2017) secondo cui “In tema di spese processuali, agli effetti del D.M. 20 luglio 2012, n. 140, art. 41, il quale ha dato attuazione al D.L. 24 gennaio 2012, n. 1, art. 9, comma 2, convertito in L. 24 marzo 2012, n. 27, i nuovi parametri, cui devono essere commisurati i compensi dei professionisti in luogo delle abrogate tariffe professionali, sono da applicare ogni qual volta la liquidazione giudiziale intervenga in un momento successivo alla data di entrata in vigore del predetto decreto e si riferisca al compenso spettante ad un professionista che, a quella data, non abbia ancora completato la propria prestazione professionale, ancorché tale prestazione abbia avuto inizio e si sia in parte svolta quando ancora erano in vigore le tariffe abrogate, evocando l’accezione omnicomprensiva di “compenso” la nozione di un corrispettivo unitario per l’opera complessivamente prestata”.

P.Q.M.

La Corte accoglie il ricorso, cassa la sentenza impugnata e, pronunciando nel merito, accoglie la domanda originaria della F. ; condanna l’Inps a pagare le spese processuali liquidate per l’appello in Euro 4.500,00 per compensi professionali ed Euro 100,00 per esborsi; per il giudizio di Tribunale in Euro 3.900,00 per compensi professionali ed Euro 100,00 per esborsi; per il presente giudizio in Euro 2.700,00 per compensi professionali ed Euro 200,00 per esborsi, oltre 15% per spese generali ed accessori di legge su tutti gli importi liquidati con distrazione a favore degli avv.ti antistatari.


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