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Maltrattamenti in famiglia e mobbing: ultime sentenze

9 Aprile 2019


Maltrattamenti in famiglia e mobbing: ultime sentenze

> L’esperto Pubblicato il 9 Aprile 2019



Mobbing e maltrattamenti in famiglia; definizione del rapporto tra datore di lavoro e lavoratore; parafamigliarità; comportamenti di vessazione; potere direttivo; emarginazione del dipendente.

E’ possibile assimilare il fenomeno del mobbing ai maltrattamenti in famiglia? Che cos’è la parafamigliarità? Nell’organizzazione aziendale può crearsi un’intensa relazione tra datore di lavoro e dipendente. Il mobbing può integrare il reato di maltrattamenti in famiglia qualora il rapporto lavorativo assume natura parafamiliare.

Requisito di parafamigliarità

È essenziale il requisito della parafamigliarità del rapporto per configurare il reato di maltrattamento in famiglia in ambito lavorativo (nella specie, l’imputato, nella sua qualità di notaio e datore di lavoro della vittima, dipendente dello studio notarile e sua cognata era accusato del reato di maltrattamenti in famiglia in ambito lavorativo).

Cassazione penale sez. VI, 07/06/2018, n.39920

Rapporto tra datore di lavoro e dipendente

Le pratiche persecutorie realizzate ai danni del lavoratore dipendente e finalizzate alla sua emarginazione (c.d. “mobbing”) possono integrare il delitto di maltrattamenti in famiglia esclusivamente qualora il rapporto tra il datore di lavoro e il dipendente assuma natura para-familiare, in quanto caratterizzato da relazioni intense ed abituali, da consuetudini di vita tra i soggetti, dalla soggezione di una parte nei confronti dell’altra, dalla fiducia riposta dal soggetto più debole del rapporto in quello che ricopre la posizione di supremazia. (Fattispecie in cui è stata esclusa la configurabilità del reato in relazione alle condotte poste in essere dai superiori in grado nei confronti di un appuntato dei Carabinieri).

Cassazione penale sez. VI, 13/02/2018, n.14754

Maltrattamenti in famiglia nel rapporto di lavoro: quando si configura il reato?

La configurabilità del reato di maltrattamenti in famiglia (art. 572 c.p.) nell’ambito di un rapporto professionale o di lavoro (c.d. “mobbing”), non può essere aprioristicamente esclusa nel caso di rapporti di lavoro intercorrenti tra professionisti di elevata qualificazione, in quanto l’insussistenza di un rapporto para-familiare non può essere desunta dal dato – meramente quantitativo – costituito dal numero dei soggetti operanti nell’organizzazione in cui siano commesse le condotte vessatorie, dovendo essa piuttosto fondarsi sull’aspetto qualitativo, cioè sulla natura dei rapporti intercorrenti tra superiore e sottoposto (nello specifico la Suprema Corte ha ritenuto plausibile lo stato di soggezione psicologica previsto dalla fattispecie incriminatrice in cui versava un medico ospedaliero nei confronti del primario che aveva posto in essere iniziative discriminatorie tendenti al suo demansionamento).

Cassazione penale sez. VI, 23/06/2015, n.40320

Mobbing: può integrare il reato di maltrattamenti in famiglia

Il fenomeno del mobbing – e cioè di un comportamento vessatorio e discriminatorio, preordinato a mortificare e a isolare il dipendente nell’ambiente di lavoro – può integrare il reato di maltrattamenti in famiglia, ma, per la configurabilità di tale reato, anche dopo le modifiche apportate dalla legge 1° ottobre 2012 n. 172, trattandosi pur sempre di delitto contro l’assistenza familiare, è necessario che le pratiche persecutorie e maltrattanti del datore di lavoro in danno del dipendente, ovvero, in ambito di rapporti professionali, del superiore nei confronti del sottoposto, è indispensabile che il rapporto interpersonale sia caratterizzato dal tratto della “parafamiliarità”, che si caratterizza per la sottoposizione di una persona all’autorità di un’altra in un contesto di prossimità permanente, di abitudini di vita (anche lavorativa) proprie e comuni alle comunità familiari, non ultimo per l’affidamento, la fiducia e le aspettative del sottoposto rispetto all’azione di chi ha ed esercita su di lui l’autorità con modalità tipiche del rapporto familiare, caratterizzate da ampia discrezionalità e informalità.

Tale situazione ben può configurarsi anche nel caso di rapporti di lavoro tra professionisti di elevata qualificazione (da queste premesse, la Corte ha annullato con rinvio la sentenza di non luogo a procedere per il reato di cui all’articolo 572 c.p., contestato al direttore di una unità operativa di cardiochirurgia ospedaliera cui era stato addebitato di avere posto in essere iniziative discriminatorie tendenti al demansionamento di fatto di un proprio sottoposto, dirigente medico, il quale, nel tempo, era stato destinato a un’attività di consulenza in una struttura diversa e meno importante delle precedenti, era stato escluso dalla funzione di primo chirurgo reperibile a vantaggio di colleghi con minore anzianità di servizio e, soprattutto, si era visto esautorare dall’attività di primo chirurgo, con conseguente compromissione del mantenimento delle proprie capacità operatorie, dipendenti anche dalla statistica – numero e qualità – degli interventi svolti).

Cassazione penale sez. VI, 23/06/2015, n.40320

Natura parafamiliare del rapporto tra datore di lavoro e dipendente

Non ogni fenomeno di mobbing – e cioè di comportamento vessatorio e discriminatorio – attuato nell’ambito di un ambiente lavorativo può integrare il reato di maltrattamenti in famiglia, in quanto, per la configurabilità di tale reato, anche dopo le modifiche apportate dalla legge 1° ottobre 2012 n. 172, è necessario che le pratiche persecutorie realizzate ai danni del lavoratore dipendente e finalizzate alla sua emarginazione (“mobbing”) si inquadrino in un rapporto tra datore di lavoro e il dipendente capace di assumere una “natura para-familiare”, in quanto caratterizzato da relazioni intense e abituali, da consuetudini di vita tra i soggetti, dalla soggezione di una parte nei confronti dell’altra, dalla fiducia riposta dal soggetto più debole del rapporto in quello che ricopre la posizione di supremazia.

(Nella specie, la Corte, annullando senza rinvio la sentenza di condanna, ha escluso il reato di maltrattamenti in famiglia, apprezzando che i fenomeni incriminati si erano svolti in uno stabilimento di notevoli dimensioni ove erano presenti circa cinquanta dipendenti; secondo la Cassazione, semmai, si sarebbero potuti apprezzare gli estremi di altri reati, quali quelli di lesioni personali, di minaccia, di ingiuria e di violenza privata, eventualmente aggravati dall’abuso di relazioni d’ufficio o di prestazione di opera, peraltro ormai prescritti).

Cassazione penale sez. VI, 05/03/2014, n.13088

Posizione di supremazia ed esercizio del potere direttivo

Le condotte di carattere vessatorio e persecutorio realizzate ai danni del lavoratore dipendente (cosiddetto “mobbing”) possono integrare il delitto di maltrattamenti in famiglia allorquando il soggetto agente versi in una posizione di supremazia che si traduca nell’esercizio di un potere direttivo o disciplinare, tale da rendere specularmente ipotizzabile una soggezione, anche di natura meramente psicologica, riconducibile a un rapporto di natura parafamiliare.

Cassazione penale sez. VI, 10/10/2011, n.43100

Deprezzamento delle qualità lavorative del dipendente

Perché sia configurabile il reato di cui all’art. 572 c.p. (maltrattamenti in famiglia) occorre un rapporto tra soggetto agente e soggetti passivi caratterizzato da un potere autoritativo esercitato, di fatto o di diritto, dal primo sui secondi, i quali, specularmente versano in una condizione di apprezzabile soggezione e tale situazione non si riscontra nelle ipotesi di mobbing, alle quali pertanto non è applicabile la norma citata. La condotta moralmente violenta e psicologicamente minacciosa, idonea a costringere il lavoratore a tollerare uno stato di deprezzamento delle sue qualità lavorative integra il delitto di violenza privata aggravato dall’abuso di relazioni di prestazioni d’opera ex art. 61 n. 2 c.p.

Cassazione penale sez. VI, 25/11/2010, n.44803

Persecuzione e soggezione

Nel nostro codice penale non vi è traccia di una specifica norma incriminatrice per contrastare la pratica del mobbing in ambiente lavorativo, che si sostanzia in una condotta che si protrae nel tempo con le caratteristiche della persecuzione finalizzata all’emarginazione del lavoratore. Tale pratica può, semmai, integrare il delitto di maltrattamenti in famiglia (art. 572 c.p.), ma ciò esclusivamente nel caso in cui il rapporto tra il datore di lavoro e il dipendente assuma natura “para-familiare”, in quanto caratterizzato da relazioni intense e abituali, da consuetudini di vita tra i detti soggetti, dalla soggezione di una parte nei confronti dell’altra, dalla fiducia riposta dal soggetto più debole del rapporto in quello che ricopre la posizione di supremazia.

(Come, esemplificando, nel rapporto che lega il collaboratore domestico alle persone della famiglia presso cui svolge la propria opera o nel rapporto che può intercorrere tra il maestro d’arte e l’apprendista).

Cassazione penale sez. VI, 22/09/2010, n.685

Familiarità tra lavoratore e datore di lavoro

Allo stato attuale della legislazione penale, non vi è una norma cui nel nostro ordinamento possa automaticamente ricondursi la pratica del mobbing in ambiente lavorativo, che si sostanzia in una condotta che si protrae nel tempo con le caratteristiche della persecuzione finalizzata all’emarginazione del lavoratore. È vero che, in astratto, per sostenere la rilevanza penale del mobbing potrebbe invocarsi il disposto dell’art. 572 c.p., in tema di maltrattamenti, purché però il rapporto tra il datore di lavoro e il lavoratore sia caratterizzato da “familiarità“, nel senso che, pur non inquadrandosi nel contesto tipico della “famiglia”, deve comportare relazioni abituali e intense, tali da determinare a carico del primo obblighi di assistenza verso il secondo, perché parte più debole.

Cassazione penale sez. VI, 06/02/2009, n.26594

Comportamento vessatorio e maltrattamento

Il delitto di maltrattamenti in famiglia è applicabile anche in riferimento al fenomeno del “mobbing” sempre che il comportamento vessatorio nei confronti del dipendente abbia finalità espulsiva. (Nel caso di specie, il giudice ha escluso la configurabilità del delitto sulla base del fatto che si trattava di rapporto di lavoro pubblico e che non erano state contestate né la finalità espulsiva dei dipendenti, né i comportamenti di vessazione idonei a integrare la condotta di maltrattamento).

Tribunale Belluno, 30/01/2007, n.77

note

Autore immagine: maltrattamenti in famiglia e mobbing di Photographee.eu


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