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Obbligo di indicare prodotti surgelati nel menu

19 Marzo 2019


Obbligo di indicare prodotti surgelati nel menu

> Diritto e Fisco Pubblicato il 19 Marzo 2019



Non riportare sul menu la natura surgelata dei cibi integra il tentativo di frode in commercio.

Immagina di entrare in un pub e di ordinare un’insalata a base di verdura fresca, gamberi e noci. Quando ti viene servito il piatto comprendi bene, dalla dimensione e dalla consistenza dei crostacei, che non si tratta di pesce fresco bensì scongelato. Riprendi in mano il menu che il cameriere ha lasciato sul tuo tavolo e ti accorgi che non c’è alcuna indicazione sull’eventuale presenza di cibo surgelato tra gli ingredienti dell’insalata. Nessun asterisco neanche alla fine della “carta”. Che fai in questi casi? Potresti rifiutarti di pagare il conto? Sì, in teoria, almeno quello relativo al tuo piatto. Ma c’è molto di più. Secondo la Cassazione, il titolare del locale ha commesso un reato. Per cui, piuttosto che litigare per poche decine di euro, potresti denunciarlo nell’interesse della collettività.

Certo, se è inverosimile pensare di mangiare pesce fresco in un bar, non altrettanto vale in un ristorante. Anche lì, a maggior ragione, c’è l’obbligo di indicare i prodotti surgelati nel menu.

Una lettura più approfondita della pronuncia in commento [1] ci servirà a comprendere quali sono i nostri diritti di consumatori e gli obblighi di qualsiasi ristoratore.

Asterisco obbligatorio nel menu in corrispondenza del cibo surgelato

Secondo la Corte, la detenzione nella cucina di un ristorante di prodotti congelati o surgelati, senza che nel menu sia indicata tale caratteristica, integra il reato di tentata frode in commercio, poiché si tratta di una condotta idonea a consegnare al cliente un prodotto diverso, per qualità, da quello dichiarato.

Dal reato tentato si passa a quello consumato se il cliente mangia il piatto senza essere previamente informato di ciò che sta mettendo in bocca.

Il reato di frode in commercio

A norma del Codice penale [2] commette il reato di frode in commercio chi, nell’esercizio della propria attività commerciale, oppure in uno spaccio aperto al pubblico, consegna all’acquirente una cosa mobile per un’altra, ovvero una cosa mobile, per origine, provenienza, qualità o quantità, diversa da quella dichiarata o pattuita. La pena è la reclusione fino a due anni o, in alternativa, la multa fino a 2.065 euro.

Ad esempio, tale illecito scatta nel caso di chi vende bottiglie d’olio extravergine di oliva con etichetta recante una mendace indicazione in ordine all’azienda che ne ha curato la produzione e l’imbottigliamento, essendo tale dicitura idonea ad ingannare il consumatore sul reale ciclo produttivo della merce e, di conseguenza, sulla sua provenienza e qualità.

Il reato di tentata frode in commercio

Integra invece il reato «tentato di frode in commercio» la semplice disponibilità di alimenti surgelati, nella cucina di un ristorante, anche se non indicati come tali nel menu, indipendentemente dal fatto che un cliente lo abbia già mangiato o addirittura solo ordinato. Infatti è obbligo dell’esercizio della ristorazione dichiarare la qualità dei prodotti offerti ai consumatori. Se ciò non avviene si è dinanzi al reato di «tentata frode nell’esercizio del commercio», poiché, in tal senso, si offre ai clienti prodotti diversi, appunto per qualità, da quelli dichiarati.

Il reato scatta a prescindere dallo stato di conservazione del prodotto o dal rispetto delle procedure relative alla conservazione medesima o dell’igiene nella cucina. È la semplice inottemperanza agli oneri informativi nei confronti degli avventori che fa scattare l’illecito penale.

Indicazione del cibo surgelato o congelato sempre obbligatoria nel menu

Da qui la massima che è possibile estrapolare dalla sentenza in commento: «Integra il reato tentato di frode in commercio anche il semplice fatto di non indicare nella lista delle vivande, posta sui tavoli di un ristorante, che determinati prodotti sono congelati, in quanto l’esercizio di ristorazione ha l’obbligo di dichiarare la qualità della merce offerta ai consumatori, oltre che la mancata specificazione della qualità del prodotto (naturale o congelato) costituisce un atto diretto in modo non equivoco a commettere il delitto di tentata frode in commercio».

Dicitura prodotti surgelati menu

In tema di frode in commercio, un sistema d’informazione secondo cui il personale di sala di un ristorante è addestrato per offrire al cliente tutte le delucidazioni del caso non è sufficiente a garantire una puntuale informazione sulle qualità del prodotto venduto, in particolare sull’origine fresca, congelata o surgelata dello stesso, posto che l’iniziativa conoscitiva non deve essere presa dal cliente [3].

Né è sufficiente riportare, sulla prima ed ultima pagina del menu, l’espressione «Gentile cliente, la informiamo che alcuni prodotti possono essere surgelati all’origine o congelati in loco (mediante abbattimento rapido di temperatura) rispettando le procedure di autocontrollo ai sensi del regolamento Ce 852/2004. La invitiamo quindi a volersi rivolgere al responsabile di sala per avere tutte le informazioni relative al prodotto che desiderate». Anche in questo caso il cliente non è in grado di comprendere quali sono gli specifici cibi congelati o surgelati se non attivandosi personalmente. È invece necessario che, su ogni alimento non fresco, sia data specifica indicazione scritta sul menu, anche con il famoso simbolo dell’asterisco che richiama un’unica e conclusiva nota posta al termine della carta o di ogni singola pagina.

Lo stesso principio era stato già ribadito in passato dai supremi giudici secondo cui: «Il menu, sistemato sui tavoli di un ristorante o consegnato ai clienti, equivale ad una proposta contrattuale nei confronti degli avventori e manifesta l’intenzione del ristoratore di offrire i prodotti indicati nella lista. Da ciò consegue che la mera disponibilità di alimenti surgelati nel ristorante, non indicati nel menu, configura il tentativo di frode in commercio [4]». Ed ancora: «Integra il reato tentato di frode in commercio la mera disponibilità, nella cucina di un ristorante, di alimenti surgelati, seppure non indicati come tali nel menu, indipendentemente dall’inizio di una concreta contrattazione con il singolo avventore [5]». Non è necessario che l’omessa indicazione nel menu del carattere surgelato degli alimenti sia accompagnata da ulteriori elementi idonei a trarre in inganno l’acquirente, perché tale omessa indicazione è da sola sufficiente ad integrare il tentativo di frode in commercio, integrando una mancanza di adeguata informazione ai consumatori, i quali, in mancanza di indicazioni di segno contrario, possono legittimamente presumere di consumare alimenti freschi.

Ai fini dell’integrazione del reato di tentativo di frode in commercio, nell’ipotesi in cui siano detenuti per la somministrazione alimenti congelati o surgelati all’interno di una pasticceria senza che sia indicata tale caratteristica, è irrilevante che tali trattamenti avvengano in fase di lavorazione ovvero a prodotto finito, posto che non è oggetto di contestazione il procedimento produttivo o di conservazione degli alimenti, ma la mancanza di adeguata informazione ai consumatori, ai quali i prodotti dolciari vengono presentati come freschi [6].

note

[1] Cass. sent. n. 56105/18 del 13.12.2018.

[2] Art. 515 cod. pen.

[3] Cass. sent. n. 38793/2018.

[4] Cass. sent. n. 4735/2017.

[5] Cass. sent. n. 39082/2017 e n. 30173/2017.

[6] Cass. sent. n. 899/0215.

Autore immagine menu pizzeria ristorante di Marchie

Corte di Cassazione, sez. III Penale, sentenza 25 ottobre – 13 dicembre 2018, n. 56105

Presidente Andreazza – Relatore Cerroni

Ritenuto in fatto

1. Con sentenza del 15 gennaio 2018 la Corte di Appello di Genova, in parziale riforma della sentenza del 21 giugno 2012 del Tribunale di Genova, ha concesso i doppi benefici di legge a P.F. , quale titolare del ristorante “(omissis) ” in (…), già condannato in primo grado alla pena di Euro 600 di multa per il reato di cui agli artt. 56 e 515 cod. pen., stante la detenzione per la vendita di prodotto ittico congelato senza che di detta condizione fosse stato edotto il consumatore nel menu.

2. Avverso il predetto provvedimento è stato proposto ricorso per cassazione articolato su due congiunti motivi di impugnazione.

2.1. In particolare, col primo motivo il ricorrente ha sostenuto che non poteva dirsi concretizzata quella univocità in concreto degli atti idonei a configurare il tentativo di frode in commercio, atteso oltretutto che la questione si era posta solamente per due piatti, ossia la sfogliata di polpo e gambero rosso e la crudità di scampi di Sicilia e gamberi. In specie, col secondo motivo, e tenuto conto della normativa Europea di riferimento, il ricorrente ha osservato che gli alimenti in questione dovevano essere posti in vendita esclusivamente come congelati per espressa disposizione di legge, sì che non doveva neppure esserci comunicazione, atteso che la vendita di crudità fresca senza congelamento non era consentita dalla legge.

Non vi era pertanto univocità tesa alla vendita di merce diversa da quella dichiarata, mentre comunque era ormai intervenuta la prescrizione del reato.

3. Il Procuratore generale ha concluso nel senso dell’inammissibilità del ricorso.

Considerato in diritto

4. Il ricorso è inammissibile.

4.1. In relazione all’impugnazione siccome azionata, è appena il caso di ricordare, attesa anche la struttura del provvedimento, che integra il reato tentato di frode in commercio la mera disponibilità, nella cucina di un ristorante, di alimenti surgelati, seppure non indicati come tali nel menu, indipendentemente dall’inizio di una concreta contrattazione con il singolo avventore (Sez. 3, n. 39082 del 17/05/2017, Acampora, Rv. 270836; Sez. 3, n. 30173 del 17/01/2017, Zhu, Rv. 270146). Infatti la detenzione di alimenti congelati o surgelati all’interno di un ristorante, senza che nella lista delle vivande sia indicata tale caratteristica, integra il reato di tentativo di frode in commercio, trattandosi di condotta univocamente idonea a consegnare ai clienti un prodotto diverso, per qualità, da quello dichiarato (Sez. 3, n. 5474 del 05/12/2013, dep. 2014, Prete, Rv. 259149).

Al riguardo, infatti, è ormai costante l’insegnamento, che si condivide, in forza del quale può infatti concretizzare la fattispecie di reato anche il semplice fatto di non indicare nella lista delle vivande, posta sui tavoli di un ristorante, che determinati prodotti sono congelati, in quanto l’esercizio di ristorazione ha l’obbligo di dichiarare la qualità della merce offerta ai consumatori, di tal che la mancata specificazione della qualità del prodotto (naturale o congelato) integra il reato di tentata frode nell’esercizio del commercio, perché la stessa proposta di vendita non veritiera, insita nella lista vivande, costituisce un atto diretto in modo non equivoco a commettere il delitto di cui all’art. 515 cod. pen. (così, in motivazione, Sez. 3, n. 899 del 20/11/2015, dep. 2016, Bordonaro, Rv. 265811, cfr. ivi anche per gli ulteriori richiami).

Ciò posto, solamente in sede di legittimità è stata espressamente invocata quella che sarebbe la disciplina comunitaria di trattamento dei prodotti ittici.

L’appello infatti aveva avuto ad oggetto questioni ormai ampiamente superate dalla richiamata giurisprudenza, ossia la configurabilità del tentativo, connaturato all’avvio della concreta trattativa con l’acquirente oppure collegato alla mera omessa indicazione della qualità del pesce nel menu.

D’altronde, ed anche a prescindere dalla tardività della questione formalmente proposta solo in questa sede in relazione alla previsione di cui all’art. 609, comma 2, cod. proc. pen., mai risulta venuto meno l’obbligo di indicazione (cfr. ad es. Circolare Mipaaf del 12 dicembre 2014, meramente ricognitiva sul punto) dell’eventuale natura del prodotto negli esercizi di ristorazione, qualora lo stesso subisca lo scongelamento per l’immediata preparazione delle pietanze in immediato favore della clientela.

Vero è, appunto, che non vi è stata alcuna contestazione circa lo stato di conservazione del prodotto ovvero il rispetto delle procedure relative, bensì solamente in relazione alla mancata ottemperanza agli oneri informativi.

5. La manifesta infondatezza dell’impugnazione non può che condurre quindi all’inammissibilità del ricorso.

Tenuto altresì conto della sentenza 13 giugno 2000, n. 186, della Corte costituzionale e rilevato che, nella fattispecie, non sussistono elementi per ritenere che “la parte abbia proposto il ricorso senza versare in colpa nella determinazione della causa di inammissibilità”, alla declaratoria dell’inammissibilità medesima consegue, a norma deil’art. 616 cod. proc. pen., l’onere delle spese del procedimento nonché quello del versamento della somma, in favore della Cassa delle ammende, equitativamente fissata in Euro 2.000,00.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro 2.000,00 in favore della Cassa delle Ammende.


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2 Commenti

    1. Nel momento in cui un cibo viene scongelato, è come se i batteri in esso contenuti si risvegliassero e riprendessero la loro attività, interrotta dal freddo. Bada bene: interrotta, non eliminata. Significa che quando tiri fuori il pezzo di polpa di manzo o i filetti di merluzzo dal freezer, le «bestioline» tornano a moltiplicarsi. Ora immagina che i mille batteri che c’erano quando hai messo il manzo a congelare siano diventati 10mila quando l’hai scongelato (si fa per dire, sicuramente non faranno 10 batterini a testa ma molti di più). Se rimetti a congelare crudo quello che avanza, la prossima volta che lo scongelerai quanti batteri te ne ritroverai? 100mila. E così via. Con l’inevitabile conseguenza di consumare prima o poi un alimento nocivo per la salute. Motivo più che sufficiente per non congelare un prodotto scongelato.

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