Diritto e Fisco | Articoli

Protrusione discale: malattia professionale

21 Marzo 2019
Protrusione discale: malattia professionale

Alcune tipologie di lavoro favoriscono l’insorgere nel lavoratore di determinate malattie che sono provocate dalle caratteristiche del lavoro svolto o dall’ambiente in cui si svolge la prestazione di lavoro.

Stare troppe ore seduti di fronte ad un pc, guidare per tante ore al giorno un’automobile o un autobus, sollevare frequentemente pesi, abbassarsi spesso: sono tutti gesti che fanno parte della normale vita quotidiana di ciascuno di noi ma quando, per motivi di lavoro, un lavoratore deve ripetere queste azioni di continuo possono insorgere dei problemi di salute, soprattutto a livello della schiena. Può essere considerata la protusione discale: malattia professionale? Non tutte le ernie al disco, tuttavia, sono malattie professionali. Per stabilire questo occorre infatti verificare che a causare la protusione sia stato proprio il lavoro svolto e non altre cause estranee al lavoro che potrebbero avere provocato o, quantomeno, contribuito a provocare la patologia. Inoltre, se la malattia professionale è stata provocata dal fatto che il datore di lavoro non ha assolto il proprio obbligo di sicurezza ci sono anche gli estremi per chiedere un risarcimento del danno all’azienda.

Che cos’è la malattia professionale?

La malattia professionale è una patologia determinata da un fattore scatenante che agisce lentamente e progressivamente sul fisico del lavoratore.

A differenza dell’infortunio che è provocato da una causa violenta e repentina, dunque, la malattia professionale è provocata da una causa che agisce con lentezza e nel corso del tempo (cosiddetta causa diluita).

Per potere affermare che quella e solo quella causa ha indotto la malattia professionale, la causa stessa deve avere le seguenti caratteristiche:

  • deve essere connessa al lavoro: la causa che agendo lentamente ha indotto la malattia professionale deve essere collegata al lavoro svolto. Può dunque essere connessa alle mansioni svolte dal dipendente (ad esempio l’autista che viaggia nel bus e contrae una protusione discale) oppure essere determinata dall’ambiente di lavoro (ad esempio il dipendente che lavora in un capannone in cui c’è amianto e contrae un mesotelioma pleurico). In questo caso si parla di rischio ambientale;
  • deve essere diretta ed efficiente, vale a dire idonea a produrre la patologia in modo esclusivo o prevalente. Ciò significa che se quella malattia è stata provocata anche da altre cause esterne al rapporto di lavoro (ad esempio il dipendente che nel tempo libero solleva carichi pesanti e contrae l’ernia del disco oppure il lavoratore che fuma sigarette e contrae il tumore al polmone) occorre valutare quale causa sia stata prevalente. Se la causa prevalente è comunque quella lavorativa allora si potrà parlare di malattia professionale; in caso contrario l’origine professionale della patologia andrà esclusa.

A differenza dell’infortunio, nel quale basta la cosiddetta occasione di lavoro, per configurare una malattia professionale deve esistere un vero e proprio rapporto di causalità, o quantomeno di concausalità, tra il rischio professionale e la malattia.

Malattie professionali tabellate e non tabellate: cosa significa?

All’interno delle malattie professionali esiste una grande distinzione in malattie tabellate e malattie non tabellate.

Le malattie professionali tabellate sono:

  • indicate nelle due tabelle elaborate dall’Istituto nazionale per l’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro (Inail): ce ne sono due, una per il comparto industria ed una per il comparto agricoltura;
  • determinate dalle lavorazioni presenti nelle predette tabelle;
  • denunciate entro un certo periodo di tempo dalla cessazione dell’attività rischiosa, che viene stabilito nelle tabelle stesse (il cosiddetto periodo massimo di indennizzabilità).

La differenza fondamentale tra le malattie tabellate e quelle escluse dalle tabelle riguarda l’onere della prova: infatti le malattie che rientrano nel cosiddetto sistema tabellare sono per definizione malattie professionali senza che il lavoratore debba dimostrare l’origine professionale della patologia.

Con riferimento a queste malattie il dipendente deve limitarsi a provare:

  1.  che era adibito alla lavorazione presente nella tabella oppure che era esposto ad un ambiente di lavoro rischioso per la salute;
  2. l’insorgenza della malattia tabellata;
  3. l’effettuazione della denuncia nel rispetto del termine massimo di indennizzabilità.

Fornita la prova di ciò, la legge presume che la malattia sia professionale.

La presunzione può essere vinta solo dalla prova contraria, fornita dall’Inail, dell’origine extraprofessionale e non da lavoro della patologia.

Ad esempio, l’Inail potrebbe dimostrare che il tumore al polmone è stato provocato dal fumo di sigaretta e non dal rischio ambientale. Si tratta in ogni caso di un onere probatorio molto difficile.

Originariamente esistevano solo le malattie professionali presenti nelle tabelle e non c’era dunque la possibilità di qualificare come professionale una patologia non inclusa nelle tabelle.

A seguito di una sentenza su questo punto della Corte Costituzionale [1], si è passati dal sistema tabellare al sistema misto.

In sostanza, a fianco delle malattie presenti nelle tabelle, per le quali vige la presunzione legale di origine professionale, resta sempre e comunque aperta la possibilità del dipendente di dimostrare che la patologia, non presente nelle tabelle, è comunque di origine professionale.

Protusione discale: malattia professionale

Con riferimento alla protusione discale, meglio conosciuta come ernia al disco, occorre quindi chiedersi se possa considerarsi o meno una malattia professionale e se sia una malattia professionale tabellata o non tabellata.

Nel 2008 l’ernia del disco è stata inserita nelle tabelle Inail delle malattie professionali [2] .

In particolare, con la revisione delle tabelle Inail del 2008 sono stati inseriti, tra gli agenti fisici, le vibrazioni al corpo intero e la movimentazione meccanica dei carichi (cosiddetta Mmc) come cause dell’ernia discale lombare.

In particolare,  nella nuova tabella per l’industria si afferma che l’ernia discale lombare è provocata da:

  • lavorazioni svolte in modo non occasionale con macchine che espongono a vibrazioni trasmesse al corpo intero: macchine movimentazione materiali vari, trattori, gru portuali, carrelli sollevatori (muletti), imbarcazioni per pesca professionale costiera e d’altura;
  • lavorazioni di movimentazione manuale dei carichi svolte in modo non occasionale in assenza di ausili efficaci.

Il periodo di massima indennizzabilità di questa malattia professionale è pari ad 1 anno dalla cessazione della lavorazione.

Le tabelle relative al comparto agricoltura prevedono i seguenti agenti che determinano l’ernia discale lombare:

  • lavorazioni, svolte in modo non occasionale, con macchine che espongono a vibrazioni trasmesse al corpo intero: trattori, mietitrebbia, vendemmiatrice semovente.
  • lavorazioni di movimentazione manuale dei carichi svolte in modo non occasionale in assenza di ausili efficaci.

Anche in questo caso il periodo di massima indennizzabilità dalla cessazione della lavorazione è pari ad 1 anno.

Il lavoratore dovrà dunque denunciare all’Inail la comparsa della protuzione discale entro un anno dalla cessazione della lavorazione che l’ha determinata e se dimostrerà di essere stato adibito ad una delle lavorazioni presenti nelle tabelle appena esposte il riconoscimento della malattia professionale sarà semplice in quanto, come abbiamo detto, nell’ambito del sistema tabellare, vige la cosiddetta presunzione di origine professionale della malattia.

L’Inail potrebbe vincere tale presunzione di legge solo fornendo la prova (non semplice) che l’ernia è stata provocata da altre cause, extralavorative, come ad esempio le attività svote fuori dall’orario di lavoro dal dipendente. Tali cause estranee al lavoro dovranno essere prevalenti nella causazione della patologia per poter escludere che la stessa sia qualificata come malattia professionale.

Protusione discale: cosa può ottenere il dipendente?

Il lavoratore che abbia riscontrato l’insorgere di una ernia discale determinata dal lavoro deve farne denuncia all’Inail e può accedere a seconda della gravità della patologia e di quanto questa abbia ridotto la propria abilità al lavoro, una serie di prestazioni economiche, come:

  1. indennità giornaliera per inabilità temporanea assoluta: è una prestazione del tutto analoga all’indennità di malattia erogata dall’Inps. Se l’ernia discale di natura professionale costringe il dipendente a letto e gli impedisce di lavorare allora l’Inail può pagare, nei giorni di astensione dal lavoro, questa prestazione;
  2. indennizzo in capitale per la menomazione dell’integrità psicofisica (danno biologico): se l’ernia del disco ha provocato un danno biologico certificato da perizia medico-legale l’Inail può erogare una prestazione economica in denaro che varia a seconda del danno biologico riscontrato;
  3. indennizzo in rendita per la menomazione dell’integrità psicofisica (danno biologico) e per le sue conseguenze patrimoniali: è analogo alla prestazione di cui sopra ma la prestazione non è una tantum bensì in rendita;
  4. rendita diretta per inabilità permanente: questa prestazione scatta quando la patologia è talmente grave da aver sottratto al dipendente l’abilità al lavoro.

Protusione discale: il datore di lavoro deve pagare i danni?

Il datore di lavoro è il principale responsabile della salute e sicurezza dei lavoratori. La legge [3] infatti pone a carico del datore di lavoro il cosiddetto obbligo di sicurezza, vale a dire, l’obbligo di predisporre tutte le misure di sicurezza necessarie a ridurre al minimo il rischio di infortuni sul lavoro o malattie professionali.

Se il lavoratore riesce a dimostrare che l’ernia discale è sopraggiunta anche perché il datore di lavoro non ha adempiuto ai suoi obblighi di sicurezza, previsti dalla normativa sulla salute e sicurezza nei luoghi di lavoro [4], allora potrà richiedere a questo il cosiddetto danno differenziale, ossia, la quota di danno non indennizzata dalle varie prestazioni Inail.

Ciò sarà possibile, tra gli altri casi, quando il datore di lavoro:

  • non ha effettuato la valutazione del rischi prevista dalla legge;
  • non ha formato i dipendenti in materia di sicurezza dando loro istruzioni su come lavorare in sicurezza;
  • non ha dotato i dipendenti e gli strumenti utilizzato dei cosiddetti Dpi, i dispositivi di protezione individuale.

note

[1] Corte Costituzionale sent. n. 179/1988.

[2] D.M. del 9.04.2008.

[3] Art. 2087 cod. civ.

[4] D. Lgs. n. 81/2008.

Autore immagine: malattia lavoratore di ESB Professional


Sostieni LaLeggepertutti.it

La pandemia ha colpito duramente anche il settore giornalistico. La pubblicità, di cui si nutre l’informazione online, è in forte calo, con perdite di oltre il 70%. Ma, a differenza degli altri comparti, i giornali online non hanno ricevuto alcun sostegno da parte dello Stato. Per salvare l'informazione libera e gratuita, ti chiediamo un sostegno, una piccola donazione che ci consenta di mantenere in vita il nostro giornale. Questo ci permetterà di esistere anche dopo la pandemia, per offrirti un servizio sempre aggiornato e professionale. Diventa sostenitore clicca qui

1 Commento

  1. Il mio commento è il seguente: l’ernia discale e la protrusione discale non sono la stessa cosa. Infatti l’ernia del disco è una conseguenza della protrusione discale.

Rispondi a Lino lobina Annulla risposta

Usa il form per discutere sul tema (max 1000 caratteri). Per richiedere una consulenza vai all’apposito modulo.

 


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA

Canale video Questa è La Legge

Segui il nostro direttore su Youtube