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Straordinari sul lavoro: retribuzione e autorizzazione del datore di lavoro

20 Aprile 2019
Straordinari sul lavoro: retribuzione e autorizzazione del datore di lavoro

Con riguardo agli straordinari, è piuttosto frequente che la settimana prima delle ferie così come quella dopo il rientro il dipendente svolga ore in eccesso rispetto al suo orario per svolgere le attività che non ha svolto durante le ferie. Stessa situazione in caso di malattia, ovvio che dopo una o più settimane di malattia, il lavoratore per portarsi in pari con ciò che non ha fatto svolga ore in eccesso rispetto al suo orario contrattuale. Tali ore non nascono da una esigenza aziendale, devono essere regolarmente retribuite?

Per quanto riguarda i dipendenti del settore privato (nel caso in cui il lettore lo fosse, come pare di comprendere dal quesito), i contratti collettivi nazionali di lavoro di solito stabiliscono che il dipendente non possa svolgere attività di lavoro straordinario senza l’autorizzazione del datore di lavoro o di chi ne fa le veci.

Innanzitutto, quindi, si invita il lettore a verificare che cosa stabilisca il contratto collettivo nazionale di lavoro che nel caso di specie si applica con riferimento, appunto, alle prestazioni di lavoro straordinario.

Se anche nel contratto collettivo nazionale di riferimento del lettore ci fosse una clausola del tipo di quello sopra evidenziata, cioè una clausola in cui si richiede che il lavoro straordinario debba essere autorizzato dal datore o da chi ne fa le veci (senza aggiungere che occorra una autorizzazione

necessariamente scritta), allora anche al caso specifico può farsi applicazione di quello che hanno stabilito le sentenze del Tribunale di Roma (sentenza n. 2.368 del 2005) e del Tribunale di Parma (sentenza n. 22 del 2017) secondo le quali vanno retribuite le prestazioni di lavoro straordinario che il dipendente abbia svolto di propria iniziativa e che il datore di lavoro abbia autorizzato espressamente anche in modo implicito.

Nelle due sentenze sopra citate il dipendente privato aveva, di propria iniziativa (cioè senza che gli fosse stato ordinato dal datore per esigenze aziendali), svolto attività lavorativa straordinaria (cioè oltre il normale orario di lavoro) in presenza del datore (o del suo rappresentante) senza che il datore di lavoro o il suo rappresentante avesse avuto nulla da contestare o da ridire al lavoratore.

I Tribunali di Roma e di Parma hanno quindi stabilito che l’autorizzazione espressa del datore di lavoro allo svolgimento del lavoro straordinario possa essere anche implicita, cioè essere dimostrata dal fatto che il datore (o il suo rappresentante) non abbia invitato il lavoratore ad allontanarsi una volta che fosse terminato l’orario di lavoro oppure non gli abbia contestato una sanzione disciplinare per il mancato rispetto di un ordine (quello di allontanarsi dal posto di lavoro una volta terminata la giornata lavorativa, cioè l’orario normale di lavoro).

Quindi anche nel caso specifico le ore di lavoro straordinario, svolte dal lettore ma non su ordine del datore, gli dovranno essere retribuite:

– se il lettore è un dipendente privato;

– se nel suo contratto collettivo di lavoro viene richiesta l’autorizzazione espressa del datore (ma non necessariamente scritta) per poter considerare legittimo lo svolgimento del lavoro straordinario;

– se quando il lettore ha svolto queste ore di lavoro straordinario il suo datore (o altro soggetto che ne faccia le veci) fosse presente e non abbia manifestato alcuna contrarietà al fatto che lo stesso si trattenesse, lavorando, oltre il normale orario di lavoro.

Si noti, per completezza, che nel caso dei dipendenti pubblici il lavoro straordinario per poter essere retribuito deve invece essere sempre preventivamente e formalmente autorizzato e che un’autorizzazione successiva (in sanatoria) allo svolgimento dell’attività di lavoro straordinario è possibile solo in presenza di esigenze di servizio indifferibili ed improcrastinabili (sentenza del Consiglio di Stato n. 1.370 del 2010).

Articolo tratto dalla consulenza resa dall’avv. Angelo Forte



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