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Profilo falso su Facebook per provare l’infedeltà della moglie

27 Aprile 2019
Profilo falso su Facebook per provare l’infedeltà della moglie

In un giudizio di separazione con addebito il marito per dimostrare l’infedeltà della moglie che lo tradisce sui social network con rapporti sessuali virtuali può legittimamente produrre una chat Facebook e una WhatsApp da lui stesso intrattenute con la moglie dopo aver creato un falso profilo Facebook? In sostanza, il marito per scoprire la moglie si è celato sotto una falsa identità Facebook (senza rubarla ad una persona specifica, ma utilizzando un nome di fantasia tipo “Giuseppe Rossi”), ha contattato la moglie che è stata al gioco e hanno scambiato diversi sms via chat dal contenuto sconcio, poi sono passati su WhatsApp video e hanno avuto un rapporto virtuale. La scheda telefonica ove è stato attivato WA era di un amico consenziente del marito. Che rischi penali e di violazione della privacy corre il marito se deposita in udienza presidenziale queste due chat contenenti anche immagini della moglie nuda o suoi particolari anatomici? La sua è una condotta lecita? 

Nel processo penale esiste un preciso divieto di avvalersi di prove raccolte illecitamente; nel processo civile, invece, l’utilizzabilità o meno è rimessa al prudente apprezzamento del giudice. 

Si veda ora la fattispecie concreta. Creare un profilo fake sui social network per fingersi single e/o per rimorchiare, integra il reato di sostituzione di persona anche se non c’è stato un vero e proprio furto d’identità: tanto ha stabilito la Corte di Cassazione (sent. n. 34800/2016). L’art. 494 cod. pen. che punisce la sostituzione di persona dice infatti che chiunque, al fine di procurare a sé o ad altri un vantaggio o di recare ad altri un danno, induce taluno in errore, sostituendo illegittimamente la propria all’altrui persona, o attribuendo a sé o ad altri un falso nome, o un falso stato, ovvero una qualità a cui la legge attribuisce effetti giuridici, è punito con la reclusione fino ad un anno. Le prove così raccolte, pertanto, sarebbero inutilizzabili in un processo penale, mentre in uno civile (come quello per la separazione personale) saranno valutabili discrezionalmente dal giudice. 

Entra però in gioco un altro aspetto: quello della privacy. A tal proposito, la giurisprudenza (Tribunale di Larino, sent. 398 del 9 agosto 2017) ha ritenuto inutilizzabile la documentazione fotografica, prodotta in giudizio dal coniuge, comprovante le abitudini sessuali dell’altro. Il principio è il seguente: il giudice deve effettuare un bilanciamento tra il diritto alla riservatezza e quello alla difesa. In altre parole, il giudice deve valutare se le prove fornite da una parte (in questo caso, le immagini compromettenti) siano fondamentali per i diritti di chi le produce oppure prevalga il diritto alla privacy dell’altra parte. 

Detto in altre parole, nell’ambito del procedimento di separazione, anche se le prove sono state assunte con modalità illecite (come nel caso esposto dal lettore), il giudice può ammetterle se questo era l’unico modo per esercitare il diritto di difesa, ad esempio per sostenere la domanda di addebito della separazione a carico dell’altro. Questo, però, non esclude un eventuale reato, né un illecito civile. 

Ad avviso dello scrivente, nel caso esposto dal lettore l’allegazione delle foto e dei dettagli maggiormente scabrosi è inutile e, pertanto, il giudice dovrebbe vietarne l’ammissione, facendo prevalere il diritto alla privacy della moglie. Costei, d’altro canto, potrebbe intraprendere un separato giudizio civile per ottenere il risarcimento dei danni derivanti dalla lesione del proprio diritto alla riservatezza, nonché sporgere denuncia/querela per il reato di sostituzione di persona. 

Si ribadisce: quella inerente all’utilizzabilità delle prove nel processo civile è una valutazione rimessa alla discrezionalità del giudice. Ad esempio, il Tribunale di Milano, con sentenza del 1 luglio 2015, ha accolto le richieste della donna in sede di separazione, richieste che si basavano sulle prove raccolte a seguito di un pedinamento dell’uomo. 

Sempre la giurisprudenza ha sostenuto che, nei contesti familiari, la privacy tende a scemare e, quindi, è lecita la prova raccolta dal coniuge che fruga tra le cose personali dell’altro. Del resto, il codice della privacy, pur prevedendo l’obbligo del preventivo consenso dell’interessato per la trattazione dei suoi dati personali, consente una deroga proprio quando questi ultimi debbano essere impiegati per far valere un diritto avanti all’autorità giudiziaria. A tal proposito, la Suprema Corte ha affermato che la produzione in giudizio di documenti contenente dati personali è sempre consentita se necessaria per esercitare il proprio diritto di difesa quali che siano le modalità con cui è stata acquisita la loro conoscenza, anche se la facoltà di difendersi in giudizio utilizzando gli altrui dati personali va esercitata nel rispetto dei doveri di correttezza, pertinenza e non eccedenza, sicché la legittimità della produzione va valutata in base al bilanciamento tra il contenuto del dato utilizzato, cui va correlato il grado di riservatezza, e le esigenze di difesa. 

Ad ogni buon conto, anche qualora il giudice dovesse ammettere le prove che violano la riservatezza, sarebbe sempre salvo il diritto per l’altra parte di agire in sede penale (ove vi sia il reato) o in sede civile. Nel caso esposto dal lettore, sarebbe possibile agire in separato giudizio chiedendo il risarcimento dei danni per violazione della privacy, nonché sporgere denuncia/querela per il reato di sostituzione di persona. 

Articolo tratto dalla consulenza resa dall’avv. Mariano Acquaviva 



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