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Molestie sessuali sul lavoro di un collega: che fare?

24 Marzo 2019
Molestie sessuali sul lavoro di un collega: che fare?

Come difendersi dalle avances del collega di ufficio: la denuncia per violenza sessuale consumata o tentata e l’azione di risarcimento del danno contro il datore di lavoro, colpevole di non aver preservato la sicurezza e la salute psicofisica del proprio dipendente.

Un tuo collega di lavoro ha iniziato dapprima a farti dei complimenti. Dinanzi alla tua indifferenza, l’aspetto galante del corteggiatore ha subito lasciato il posto a un atteggiamento prevaricatore e molesto sino a divenire volgare. L’altro giorno ha anche tentato di metterti le mani addosso ed è solo per la tua spiccata capacità di intuire in anticipo le intenzioni maschili che ti sei salvata da un contatto sgradevole. Hai chiesto al tuo capo di spostare il soggetto in un altro ufficio, lontano dal tuo, ma lui ha detto che sono affari vostri e che, se proprio ti disturba, puoi denunciarlo. Il clima è diventato incandescente; in queste condizioni non puoi più lavorare. Come risolvere il problema senza perciò rinunciare al tuo posto? Che fare contro le molestie sessuali sul lavoro di un collega? La risposta è stata fornita, a più riprese, dalla Cassazione, l’ultima delle quali di pochi giorni fa.

Ecco dunque alcuni importanti suggerimenti su come trattare il collega molesto che fa le avances e che non viene ricambiato.

Molestie sul lavoro: è violenza sessuale

Tentare di limitare la libertà altrui (ad esempio con un abbraccio o con le mani sulla vita o sul collo) e, nello stesso tempo, sfiorarne le zone erogene (come le labbra, il collo, le natiche, le cosce, il seno e, non in ultimo, le parti intime) integra il reato di violenza sessuale.

Tanto per fare un esempio, abbracciare una donna e baciarla sul collo è reato [1]. Lo è anche darle un bacio sulla bocca repentino e non voluto, tanto da non consentirle – per la celerità del gesto – di evitarlo.

Alcune sentenze hanno ritenuto vi sia tentata violenza sessuale anche nel gesto di chi spinga la donna con le spalle al muro nel tentativo di bloccarla e poi baciarla o toccarla.

La semplice palpata è violenza sessuale quando giunge sulle cosce, sui glutei o lambisce la scollatura.

Insomma, tutto ciò che raggiunge la sfera sessuale e le impone di subire un atto non voluto è reato: «consumato» o «tentato» a seconda che l’obbiettivo sia stato raggiunto o meno (si pensi, in questo secondo caso, alla donna che riesce a divincolarsi con uno schiaffo sferrato al molestatore).

In tutti questi casi puoi sempre denunciare il tuo collega responsabile delle molestie sessuali. Se questi non è riuscito nel suo intento, possono sempre ricorrere gli estremi della tentata violenza sessuale: la sanzione non sarà grave come nella prima ipotesi, ma potrai pur sempre avviare un processo penale contro il colpevole e chiedergli, per di più, il risarcimento del danno (tramite la costituzione di parte civile).

Per suffragare la tua denuncia, potrai portare davanti al giudice, come testimoni, gli altri colleghi di lavoro o i clienti che hanno assistito alla scena. Ma se anche questi dovessero negarti il supporto o i fatti si sono consumati a porte chiuse, la tua stessa dichiarazione sarà ugualmente sufficiente. Difatti, nel processo penale, la vittima può essere testimone di se stessa (lo stesso non è invece previsto per l’imputato). In buona sostanza il giudice può fondare una sentenza di colpevolezza già solo con le dichiarazioni della parte lesa, se non contraddette da altri elementi.

Molestie sessuali: puoi chiedere i danni al datore di lavoro

Il Codice civile impone al datore di lavoro l’obbligo di tutelare la salute psicofisica dei dipendenti, disponendo un luogo di lavoro salubre e lontano da qualsiasi rischio o pericolo [2]. Ragion per cui il datore di lavoro è responsabile sia per le proprie mancanze che per quelle commesse dagli altri dipendenti. Su di lui ricadono le colpe di tutta la struttura aziendale quando il pregiudizio si riversa sulla salute di uno dei lavoratori. Ad esempio, l’azienda è colpevole non solo per il mobbing del capo (cosiddetto mobbing verticale), ma anche per quello compiuto dai colleghi (cosiddetto mobbing orizzontale).

Sul punto la Cassazione [3] ha chiarito che il dipendente, vittima di molestie sessuali da parte dei colleghi sul luogo di lavoro, può chiedere il risarcimento al datore sul presupposto che questi sia rimasto colpevolmente inerte nella prevenzione e rimozione del “fattaccio”. In buona sostanza, se il datore viene messo al corrente del tentativo di avances, deve fare di tutto per tutelare il proprio lavoratore eventualmente spostando l’altro in un altro ufficio o, addirittura, licenziandolo posto che il suo è un comportamento contrario ai doveri fondamentali connessi al rapporto di lavoro, quali sono gli obblighi di diligenza e di fedeltà [4] e ai principi generali di correttezza e di buona fede [5].

Il datore di lavoro che sia stato costretto a risarcire il danno alla dipendente vittima di violenze sessuali può, a sua volta, rivalersi contro il responsabile e chiedergli la restituzione dei soldi versati.

note

[1] Cass. sent. n. 12250/2019.

[2] Art. 2087 cod. civ.

[3] Cass. sent. n. 7097 del 22.03.2018.

[4] Artt. 2104 e 2105 cod. civ.

[5] Artt. 1175 e 1375 cod. civ.

Autore immagine donna robot di DarkGeometryStudios


4 Commenti

  1. E se le molestie sessuali fossero messe in atto dal datore di lavoro? Come si possono dimostrare? Come si recuperano le prove?

    1. Dimostrare le avances del proprio capo sul posto di lavoro non è stato mai così facile: se la vittima infatti è più di una e il boss è avvezzo a “provarci” con tutte, allora, per dare prova delle molestie sessuali subite, basterà che a denunciare il datore sia più di una delle dipendenti. È quanto chiarito dalla Cassazione con una recente sentenza. Se poi il datore di lavoro è così sfacciato da licenziare la lavoratrice che gli ha detto “no”, il licenziamento è nullo perché discriminatorio: in altre parole, l’azienda dovrà reintegrare la dipendente e, per di più, pagarle tutti gli arretrati maturati, come se il licenziamento non fosse mai avvenuto. Per dimostrare le molestie sessuali in un eventuale processo penale contro il capo (processo evidentemente per il reato di «violenza sessuale») è sufficiente la dichiarazione della vittima che affermi, già nella stessa denuncia, di essere stata oggetto delle attenzioni del boss. Il giudice poi sentirà la lavoratrice e, se riterrà le sue dichiarazioni attendibili, procederà direttamente alla condanna nei confronti del colpevole. Le affermazioni della vittima, infatti, possono essere assunte dal giudice come prova delle accuse quando queste risultino credibili dal contesto in cui sono inserite.

  2. Articolo interessante, ma vorrei sollevare una questione differente. Mettiamo il caso che fra due colleghi di lavoro ci sia un trasporto talmente forte che durante l’orario di lavoro si lasciano andare e si appartano… Ecco, rischiano il licenziamento se qualche collega li scopre e per una sua assurda gratificazione personale nel mostrarsi bravo e diligente agli occhi del capo, il collega fa la spia e riporta la situazione?

    1. Impossibile negare che appartarsi durante l’orario di lavoro per consumare un rapporto sessuale con un collega sia un comportamento contrario ai doveri di diligenza e fedeltà spettanti al dipendente (al di là del fatto che sia previsto nel regolamento aziendale). E questo non solo per l’atto in sé – che impone l’intimità necessaria a evitare offese al pudore pubblico – ma anche perché l’allontanarsi anche per pochi minuti implica una sottrazione di tempo alle mansioni per le quali si è pagati. Non vi è dubbio, quindi, che chi viene colto in flagrante rischia una sanzione disciplinare. Il punto è stabilire quanto grave possa essere questa sanzione. Legge e tribunali impongono al datore di adottare punizioni che siano sempre proporzionate al comportamento del dipendente e alle conseguenze che questo abbia implicato per l’azienda. Anche se non mancano sentenze che hanno ritenuto giustificato e legittimo il licenziamento per un rapporto sessuale durante l’orario di lavoro, non si può prescindere dal valutare le particolarità del singolo caso per stabilire l’entità della sanzione da adottare. In particolare, nella valutazione del datore dovranno pesare una serie di elementi come: il tempo durante il quale ci si è assentati dalla propria sedia per rendersi irreperibili. Tanto più è durata l’assenza, tanto più gravi saranno le conseguenze; l’eventuale sostituibilità delle mansioni abbandonate dal dipendente senza preavviso (è di sicuro meno grave è la condotta di chi può contare su un collega che lo rimpiazzi momentaneamente rispetto a quella di chi svolge una attività unica e fondamentale: si pensi alla guardia giurata posta a presidio dell’ingresso di una banca); il danno economico o di immagine che, dall’allontanamento del dipendente, ne è derivato per l’azienda. Sicuramente è più grave la condotta della commessa che, per avere un rapporto amoroso col fidanzato, abbia chiuso la serranda del negozio, evitando l’ingresso di clienti e la conclusione di affari; una cosa è fare sesso in un ufficio che deve mantenere una certa rispettabilità per via dell’attività che vi si compie (pensa a un ambulatorio medico, a uno studio dentistico dove è necessario preservare una certa igiene) e un’altra è invece in un ufficio amministrativo o di contabilità, di norma riservato solo alle scartoffie; la cura con cui si è provveduto a isolarsi evitando che occhi ed orecchie indiscrete potessero percepire l’atto (una scena di sesso sul lavoro genera sempre un danno di reputazione per il datore di lavoro, sia nei confronti degli altri dipendenti che dei terzi estranei).

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