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Colleghi di lavoro si appartano durante la pausa: c’è licenziamento?

24 Marzo 2019
Colleghi di lavoro si appartano durante la pausa: c’è licenziamento?

Conseguenze disciplinari in caso di rapporto sessuale in azienda: licenziamento o semplice richiamo? 

Secondo recenti statistiche, il luogo di lavoro dove si consumano più di frequente rapporti sessuali tra colleghi sono gli ospedali. E questo non certo perché l’ambiente ben si adatta a giocare al dottore, ma per il fatto che, con i turni di notte, è più facile trovare una compagnia e un angolo appartato per le effusioni. Seguono poi le cliniche e gli studi professionali, in primo luogo quelli degli avvocati e notai, a dimostrazione delle mille sfumature che può avere una solida scrivania. Ci sono poi le redazioni giornalistiche, gli uffici della pubblica amministrazione e le banche.

La tipica “depressione post coito” è però, proprio negli ambienti lavorativi, più accentuata. E questo perché, subito dopo aver spento la passione amorosa, si subisce l’assalto degli interrogativi: che succede se si viene scoperti? Se i colleghi di lavoro si appartano durante la pausa c’è licenziamento?

Secondo gli psicologi, l’amore sul luogo di lavoro nasce, più che dalla irrefrenabile passione, dal sentimento di solitudine che invade chi trascorre molto tempo in ufficio. Tant’è che, secondo alcune indagini, nel 61% delle aziende italiane si consumano rapporti sessuali tra dipendenti. La città più interessata dal fenomeno è Milano, seguita da Roma, Bologna e Torino.

Vediamo però quali sono le conseguenze, sotto un profilo legale, di chi viene beccato a fare sesso durante l’orario di lavoro o nella pausa.

Sesso durante l’orario di lavoro: licenziamento?

Impossibile negare che appartarsi durante l’orario di lavoro per consumare un rapporto sessuale con un collega o un cliente sia un comportamento contrario ai doveri di diligenza e fedeltà spettanti al dipendente (al di là del fatto che sia previsto nel regolamento aziendale). E questo non solo per l’atto in sé – che impone l’intimità necessaria a evitare offese al pudore pubblico – ma anche perché l’allontanarsi anche per pochi minuti implica una sottrazione di tempo alle mansioni per le quali si è pagati.

Non vi è dubbio, quindi, che chi viene colto in flagrante rischia una sanzione disciplinare. Il punto è stabilire quanto grave possa essere questa sanzione. Legge e tribunali impongono al datore di adottare punizioni che siano sempre proporzionate al comportamento del dipendente e alle conseguenze che questo abbia implicato per l’azienda. Anche se non mancano sentenze che hanno ritenuto giustificato e legittimo il licenziamento per un rapporto sessuale durante l’orario di lavoro, non si può prescindere dal valutare le particolarità del singolo caso per stabilire l’entità della sanzione da adottare. In particolare, nella valutazione del datore dovranno pesare una serie di elementi come:

  • il tempo durante il quale ci si è assentati dalla propria sedia per rendersi irreperibili. Tanto più è durata l’assenza, tanto più gravi saranno le conseguenze;
  • l’eventuale sostituibilità delle mansioni abbandonate dal dipendente senza preavviso (è di sicuro meno grave la condotta di chi può contare su un collega che lo rimpiazzi momentaneamente rispetto a quella di chi svolge una attività unica e fondamentale: si pensi alla guardia giurata posta a presidio dell’ingresso di una banca);
  • il danno economico o di immagine che, dall’allontanamento del dipendente, ne è derivato per l’azienda. Sicuramente è più grave la condotta della commessa che, per avere un rapporto amoroso col fidanzato, abbia chiuso la serranda del negozio, evitando l’ingresso di clienti e la conclusione di affari; una cosa è fare sesso in un ufficio che deve mantenere una certa rispettabilità per via dell’attività che vi si compie (pensa a un ambulatorio medico, a uno studio dentistico dove è necessario preservare una certa igiene) e un’altra è invece in un ufficio amministrativo o di contabilità, di norma riservato solo alle scartoffie;
  • la cura con cui si è provveduto a isolarsi evitando che occhi ed orecchie indiscrete potessero percepire l’atto (una scena di sesso sul lavoro genera sempre un danno di reputazione per il datore di lavoro, sia nei confronti degli altri dipendenti che dei terzi estranei).

È proprio dalla valutazione complessiva di tutti questi elementi che è possibile stabilire se il licenziamento è legittimo o meno. Dicevamo che diverse sono state le sentenze che hanno ritenuto legittima la risoluzione del rapporto di lavoro in ipotesi di questo tipo [1], ma potrebbero essere altrettanto numerosi – e di questi le cronache giudiziarie non hanno contezza – i casi in cui il datore di lavoro ha chiuso un occhio o ha comminato una sanzione meno rigorosa.

Sesso durante l’orario di pausa: licenziamento?

Potrebbe apparire diverso il discorso se il rapporto viene consumato durante l’orario della pausa, ma comunque nei locali aziendali. Eppure non è così. Se infatti viene meno l’illecita sottrazione del tempo alle proprie mansioni restano pur sempre gli altri elementi di gravità della condotta da considerare come l’utilizzo di un luogo aperto al pubblico per compiere un atto indecoroso e riservato.

Di tanto avevamo già parlato nell’articolo Sesso in ufficio fuori orario di lavoro: cosa si rischia? In buona sostanza, se anche il sesso in un luogo pubblico o aperto al pubblico non è più reato (è stato infatti depenalizzato il reato di atti osceni in luogo pubblico), il comportamento resta pur sempre vietato e sanzionato con una pena pecuniaria di natura amministrativa da 5.000 a 30.000 euro. Chiaramente, ad elevare la sanzione non può essere il datore di lavoro o il capo del personale, bensì una pubblica autorità (la polizia, i carabinieri, ecc.).

Peraltro, la multa scatta solo se a percepire il fatto è il pubblico ufficiale tenuto a redigere il verbale. Dunque, il datore di lavoro non ha la possibilità di “denunciare” il proprio dipendente perché la sua dichiarazione non avrebbe alcun valore.

Per aversi illecito è poi necessario che il luogo sia “pubblico” o “aperto al pubblico”. Non è tale l’ufficio personale, quello in cui i clienti non possono entrare (anche se vi possono accedere i colleghi di lavoro). Lo sarebbe un settore di un supermercato o un camerino di un negozio di abbigliamento o la reception di un hotel (ma chi vuoi che consumi un atto sessuale nella hall di un albergo?).

Peraltro, se hai chiuso bene la porta e hai fatto in modo che nessuno ti vedesse, non puoi rischiare nulla neanche in un luogo ove potenzialmente potrebbero entrare altre persone (pensa al bagno di un cinema).

Il licenziamento è ancora più difficile se, come detto, non viene sottratto tempo alle proprie mansioni e si è fatto in modo che l’episodio non generasse discredito per il datore e un danno all’immagine per l’azienda.

La prova

Il problema principale della sanzione disciplinare però resta la prova dell’illecito: per poter comminare una sanzione è necessario che il fatto sia acclarato. E se non c’è la testimonianza di un collega, a maggior ragione non è possibile pensare a una videosorveglianza posto il divieto stabilito dallo Statuto dei lavoratori (salvo accordo sindacale e preavviso ai dipendenti).

Insomma, senza un testimone oculare sarà difficile poterti addebitare un comportamento frutto solo di qualcuno che ha immaginato ma non ha visto; qualsiasi avvocato sarebbe in grado di scardinare un assunto del genere, posto che, peraltro, la presenza di sospiri non implica già necessariamente la consumazione del rapporto sessuale in ufficio.


note

[1] Cass. sent. n. 23378/2014.

Autore immagine cervelli uomo e donna di Romanova Natali


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