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Mancata consegna busta paga senza retribuzione

16 Aprile 2019
Mancata consegna busta paga senza retribuzione

La busta paga è un documento fondamentale nel rapporto di lavoro che consente al dipendente di verificare la correttezza dei calcoli effettuati dal datore di lavoro.

Tutti i lavoratori dipendenti italiani attendono con una certa aspettativa, ogni mese, la consegna della busta paga mensile da parte del datore di lavoro. La consegna della busta paga, infatti, sancisce di solito l’avvenuto accreditamento dello stipendio. Ma cosa fare in caso di mancata consegna busta paga senza retribuzione? Il problema che può sorgere è duplice. Il datore di lavoro potrebbe omettere di consegnare la busta paga al dipendente. In questo caso, come vedremo, si tratta di un comportamento che rischia di comportare una multa per l’azienda. Oppure, ponendo in essere un inadempimento ben più grave, vi potrebbe essere anche una mancata corresponsione della retribuzione. In poche parole, a volte l’azienda si limita a non consegnare la busta paga. In casi più gravi il problema non è solo documentale ma sostanziale, ossia, l’azienda non paga lo stipendio al proprio dipendente.

Che cos’è la busta paga?

Ci sono molti modi per definire il documento con cui il datore di lavoro comunica al dipendente i conteggi che hanno portato al calcolo dello stipendio mensile. C’è chi lo chiama busta paga, chi lo definisce cedolino e chi preferisce prospetto paga.

In ogni caso, al di là del nome utilizzato, ogni mese il datore di lavoro consegna, quando paga lo stipendio al dipendente, anche un documento che riepiloga le somme versate al lavoratore e le somme trattenute dal suo stipendio mensile.

Per capire la busta paga occorre premettere che, a differenza di un lavoratore autonomo che provvede da solo a pagare le tasse ed i contributi previdenziali sulle somme che riceve dai propri clienti, il lavoratore subordinato non è chiamato a svolgere questi adempimenti.

Il datore di lavoro svolge, infatti, la funzione di sostituto di imposta: ciò significa che è direttamente l’azienda a calcolare quante tasse il dipendente deve pagare sul suo stipendio e quanti contributi previdenziali ed assistenziali deve pagare ai rispettivi istituti.

L’azienda calcola, dunque, gli oneri fiscali e previdenziali a carico del dipendente e provvede a trattenerli dal suo stipendio mensile ed a erogarli ai rispettivi enti competenti: l’Istituto nazionale della previdenza sociale (Inps) per quanto concerne i contributi previdenziali; l’Istituto nazionale di assicurazione contro gli infortuni sul lavoro (Inail) per quanto riguarda i contributi assistenziali; l’Agenzia delle entrate con riferimento alle tasse.

Busta paga: i dati da indicare

La legge [1] impone al datore di lavoro di indicare nel prospetto paga di seguenti dati:

  • nome, cognome e qualifica professionale del lavoratore;
  • il periodo cui la retribuzione si riferisce;
  • gli assegni familiari e tutti gli altri elementi che compongono la retribuzione;
  • le singole trattenute operate dal datore di lavoro sullo stipendio.

Sempre in base alla legge [2], le singole annotazioni contenute nella busta paga debbono essere perfettamente corrispondenti alle registrazioni eseguite sul Libro unico del lavoro (Lul).

I dati obbligatori da indicare per ciascun lavoratore nel Lul sono i seguenti:

  • nome e cognome;
  • codice fiscale;
  • qualifica e livello di inquadramento contrattuale;
  • retribuzione base;
  • anzianità di servizio;
  • posizioni assicurative e previdenziali;
  • qualsiasi annotazione che sia riferita a dazioni in danaro o in natura corrisposte o gestite dal datore di lavoro, ossia le somme a titolo di rimborso spese, le trattenute a qualsiasi titolo effettuate, le detrazioni fiscali, i dati relativi agli assegni per il nucleo familiare, le prestazioni ricevute da enti e istituti previdenziali;
  • registrazioni delle somme erogate a titolo di premio o per prestazioni di lavoro straordinario con indicazione separata e specificata.

Al contrario di quanto si possa pensare, come chiarito dal ministero del Lavoro [3], non esiste invece alcun obbligo di consegnare al dipendente le presenze, a meno che un simile obbligo non sia stato introdotto dalla contrattazione collettiva, sia nazionale che aziendale.

Busta paga: entro quando va consegnata?

La legge prevede che il prospetto paga debba essere consegnato all’atto del pagamento dello stipendio. La consegna  della busta paga al dipendente deve essere dunque effettuata nel medesimo momento in cui gli viene corrisposta la retribuzione.

Ovviamente questo non significa che il datore di lavoro paga, quando vuole lui, lo stipendio al dipendente e, in quel momento, gli consegna anche il cedolino.

Esistono, infatti, dei termini fissi entro i quali il datore di lavoro deve assolvere a quella che è, senza dubbio, la sua principale obbligazione, ossia, il pagamento dello stipendio.

La retribuzione, infatti, deve essere versata al lavoratore:

  1. entro il termine di scadenza previsto dal contratto collettivo di lavoro applicato;
  2. se il Ccnl non si pronuncia sul punto, occorre fare riferimento ad eventuali clausole che prevedono questo termine nel contratto individuale di lavoro;
  3. se nel contratto individuale di lavoro non vi sono previsioni a riguardo, il termine va ricavato dal cosiddetto uso aziendale, vale a dire,  dalla consuetudine seguita in quell’azienda.

L’obbligo di consegna al dipendente della busta paga coincide, dunque, con il termine per pagare lo stipendio.

Se – per fare un esempio – il Ccnl prevede che gli stipendi vanno pagati entro il giorno 5 del mese successivo a quello cui si riferisce la retribuzione, la busta paga del mese di luglio 2019 andrà consegnata entro il 5 agosto 2019.

Mancata consegna della busta paga: quali conseguenze?

In caso di mancata consegna della busta paga, l’azienda si espone al rischio di ricevere delle sanzioni. In particolare, in caso di mancata o ritardata consegna al lavoratore del prospetto paga, o di omissione o inesattezza nelle registrazioni apposte sulla busta paga, si applica al datore di lavoro la sanzione amministrativa pecuniaria da 150 a 900 euro [4].

Se la violazione si riferisce a più di 5 lavoratori, ovvero a un periodo superiore a 6 mesi, la sanzione va da 600 a 3.600 euro. Se la violazione si riferisce a più di 10 lavoratori ovvero a un periodo superiore a 12 mesi la sanzione va da 1.200 a 7.200 euro.

Mancato pagamento della retribuzione: va consegnato il cedolino?

Un altro dubbio può sorgere con riferimento al caso in cui l’azienda non paga lo stipendio.

Facciamo un esempio. L’azienda Alfa deve recuperare una mole importante di crediti e, per questo motivo, il conto in banca della società è al rosso e non c’è liquidità. Per questo motivo, non essendoci provviste economiche sufficienti, l’azienda non pagherà ai dipendenti lo stipendio di luglio 2019. Dovrà comunque consegnare ai dipendenti la busta paga che riepilogia lo stipendio che spetta al lavoratore (e che però non verrà materialmente erogato) o no?

Come abbiamo detto, in base alla legge, la busta paga deve essere consegnata all’atto della corresponsione della retribuzione. Si potrebbe, dunque, ritenere che se non c’è pagamento della retribuzione non sorge neppure l’obbligo di consegnare il cedolino paga.

La questione è controversa ma si consiglia comunque di consegnare le buste paga regolarmente ai dipendenti, anche in mancanza del relativo pagamento.

Mancato pagamento della retribuzione: che fare?

Nell’ultima ipotesi che abbiamo ipotizzato l’azienda, a causa di un motivo più o meno valido, non adempie al suo principale obbligo verso il dipendente: non paga lo stipendio.

Il dipendente controlla tutti i giorni il proprio conto corrente ma l’accredito della retribuzione del mese appena scorso non arriva mai. Cosa può fare?

Il dipendente dovrà, in prima battuta, scrivere all’azienda una lettera con cui intima formalmente al datore di lavoro il pagamento delle retribuzioni spettanti e non versate. Nella compilazione di questa lettera di messa in mora, il dipendente può farsi assistere da un legale oppure da un sindacato.

Se l’azienda non provvede, nonostante la missiva, a pagare non resta che intraprendere l’azione giudiziale. In questo senso, i cedolini paga dai quali si evince il credito vantato dal dipendente sono una prova scritta sufficiente a chiedere al giudice di emettere un decreto ingiuntivo, ossia un titolo esecutivo che consente al lavoratore di avviare l’azione di recupero coattivo del credito nei confronti del datore di lavoro.

Il decreto ingiuntivo, infatti, una volta emesso dal giudice, verrà notificato in forma esecutiva all’azienda dal lavoratore insieme all’atto di precetto: la notifica del precetto farà partire il processo esecutivo che prosegue con il pignoramento mobiliare o immobiliare.

Se, nonostante il procedimento esecutivo, il lavoratore non riesce ad ottenere nulla allora non gli resta che chiedere la dichiarazione di fallimento del datore di lavoro e attendere dunque la pronuncia del fallimento per effettuare la cosiddetta insinuazione al passivo fallimentare, ossia, agire come creditore del fallito per essere soddisfatto del proprio credito attraverso la liquidazione dell’azienda fallita.

Si tenga conto che il credito da lavoro del dipendente è un credito cosiddetto privilegiato, ossia, viene soddisfatto nella procedura fallimentare prima di altri crediti che non godono di alcun privilegio e che vengono definiti chirografi.

Il fondo di garanzia Inps

In ultima istanza, se nemmeno tramite il fallimento si riesce a recuperare nulla, le ultire tre retribuzioni che devono essere ancora pagate ed il trattamento di fine rapporto sono garantiti dal cosiddetto fondo di garanzia del tfr.

Si tratta di uno specifico fondo istituito presso l’Inps che intende tutelare i dipendenti dal rischio di perdere tutti i loro crediti da lavoro in caso di crisi aziendale del datore di lavoro.

Per potere accedere al fondo di garanzia Inps devono essere rispettati una serie di requisiti ed i tempi di liquidazione della somma spettante non sono velocissimi. In ogni caso, un bene fondamentale come il trattamento di fine rapporto viene, in questo modo, preservato dal rischio di andare definitivamente perduto.


note

[1]  L. n. 4/1953.

[2] D.L. 112/2008.

[3] ministero del Lavoro, risposta n. 23 al Vademecum sul Lul.

[4] D. Lgs. 151/2015.

Autore immagine: busta paga di enciktepstudio


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