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Esempi di licenziamento per giusta causa

27 Marzo 2019
Esempi di licenziamento per giusta causa

Quando scatta il licenziamento in tronco: i casi in cui il datore di lavoro può interrompere immediatamente il contratto di lavoro.

Così come il dipendente si può dimettere per giusta causa, altrettanto il suo datore di lavoro lo può licenziare per giusta causa. La «giusta causa» altro non è che un comportamento tanto grave e inaccettabile da rompere definitivamente il legame di fiducia tra le parti, rendendo impossibile la prosecuzione del rapporto di lavoro anche per un solo giorno. Proprio in questo risiede la differenza tra il licenziamento per giusta causa e tutte le altre forme di recesso: esso avviene in tronco, senza un periodo di preavviso. In pratica, già il giorno dopo il ricevimento della lettera di licenziamento il dipendente non deve più presentarsi in azienda. Ciò non significa che all’interessato non sia dato il tempo per difendersi: la legge, infatti, impone – prima dell’adozione del provvedimento – l’avvio di un procedimento (il cosiddetto «procedimento disciplinare») volto proprio ad analizzare le ragioni del trasgressore. 

Considerate le gravi conseguenze che una decisione del genere può implicare sul tuo futuro di lavoratore, probabilmente vorrai conoscere quali sono gli esempi di licenziamento per giusta causa; in questo modo potrai capire quali sono quelle condotte talmente gravi da portarti a rimanere senza un posto. Difatti la legge non indica un elenco esaustivo, ma si limita a spiegare, in astratto, quando è possibile il licenziamento per giusta causa. Per conoscere, dunque, in quali casi può scattare questo provvedimento dovrai rifarti alle sentenze della giurisprudenza che, attuando i principi generali fissati dal legislatore, individuano una serie di casi concreti.

Cos’è la giusta causa di licenziamento?

Ripetendo le parole della Cassazione [1] possiamo dire che la giusta causa di licenziamento ricorre solo in presenza di fatti caratterizzati da massima gravità, in cui qualsiasi altra sanzione sarebbe insufficiente a tutelare l’interesse del datore di lavoro. Di solito essa scatta in presenza di comportamenti dolosi del dipendente (o, secondo un gergo comune, «commessi in malafede»), ossia con la consapevolezza e volontà di compiere una determinata azione o omissione. Più difficile è parlare di un licenziamento per giusta causa in caso di una condotta colpevole, commessa per un errore in buona fede o anche solo caratterizzato da leggerezza. 

I casi che non rientrano nel licenziamento per giusta causa, tuttavia caratterizzati da una gravità tale da non consentire la prosecuzione del rapporto di lavoro, possono ugualmente comportare il licenziamento, ma questa volta rispettando il periodo di preavviso. In tal caso si parla di «licenziamento per giustificato motivo soggettivo»; il provvedimento cioè non avverrà “in tronco”.

Come avviene il licenziamento per giusta causa?

Prima di inviare al dipendente la lettera di licenziamento, il datore di lavoro deve dargli la possibilità di difendersi. Quindi deve innanzitutto contestare l’illecito disciplinare con una lettera formale e scritta, recapitata con raccomandata a.r. o con consegna a mani nell’immediatezza del fatto (o comunque entro un tempo ragionevole rispetto a quando si è avuta conoscenza dell’infrazione). Da questo momento il lavoratore ha 5 giorni di tempo per presentare scritti difensivi, opponendo le proprie ragioni. In tale atto, egli può richiedere di essere ascoltato personalmente, cosa che non può essergli negata. Terminati i cinque giorni o, se richiesta, dopo l’audizione, il datore di lavoro deve, in tempi altrettanto celeri, comunicare il provvedimento finale, ossia la lettera di licenziamento (per giusta causa o meno). 

Il licenziamento per giusta causa può essere, a sua volta, impugnato dal dipendente con una comunicazione scritta da inviare tramite lettera entro 60 giorni dalla ricezione. Nei successivi 180 giorni (che decorrono dall’invio di tale lettera), egli dovrà, a mezzo del suo avvocato, presentare ricorso in tribunale. Leggi sul punto Impugnazione licenziamento.

Esempi di licenziamento per giusta causa

Vediamo ora per quali comportamenti scatta il licenziamento per giusta causa. Lo faremo tenendo conto di quelle che sono le indicazioni della giurisprudenza, ricordando tuttavia che non si tratta di un elenco esaustivo e ben può il giudice individuare nuove ipotesi purché caratterizzate sempre dalla gravità.

Rifiuto di svolgere straordinari o trasferte

Secondo una sentenza della Cassazione [2], non è compito del dipendente svolgere lavori straordinari a meno che non sia strettamente necessario all’azienda e fatta salva la giusta maggiorazione della retribuzione. L’opposizione alla richiesta di svolgere straordinari, avvenuta tuttavia con una reazione sia fisica che verbale, può portare al licenziamento. 

Se l’attività dell’azienda necessita di raggiungere clienti posti in altre località, il ripetuto e ingiustificato rifiuto di recarsi in trasferta può essere considerato giusta causa di licenziamento. È tuttavia necessario che la disponibilità alle trasferte costituisca elemento essenziale della prestazione lavorativa [3]. 

Insubordinazione

Il dipendente che abbia ricevuto una sanzione disciplinare di sospensione dal servizio per qualche giorno non può presentarsi ugualmente in azienda; in caso infatti di rifiuto a lasciare il posto di lavoro, nonostante i ripetuti inviti, può far scattare il licenziamento per giusta causa [4].

L’insubordinazione, quella grave, è sempre causa di licenziamento. Tale è ad esempio il caso del dipendente che si rifiuti di ottemperare a un trasferimento e non prenda servizio presso la nuova sede; secondo la Cassazione, infatti, in questi casi, il dipendente che intende contestare l’ordine di servizio, deve rivolgersi prima al tribunale e, nel frattempo, adempiere all’ordine del datore di lavoro.

In generale l’insubordinazione occasionale non può essere considerata giusta causa di licenziamento. Lo è invece quel comportamento reiteratamente inadempiente come l’abbandono del posto di lavoro, l’uscita dal lavoro in anticipo, la mancata osservanza delle disposizioni del datore e delle prerogative gerarchiche [5]. Così la pausa caffè può divenire giusta causa di licenziamento solo quando ripetuta spesso e abbia comportato la sottrazione del dipendente al lavoro per numerose ore, tra loro cumulate. Lo stesso dicasi del dipendente che venga colto ad aver effettuato numerosi accessi a internet su siti non consentiti dal datore (come su Facebook). 

L’abbandono del posto non comunicato, anche per una sola volta, può generare il licenziamento in tronco solo quando ciò abbia comportato un serio pericolo per l’azienda o per il cliente (si pensi a una guardia giurata) [6].

Critiche e ingiurie

Non comportano un licenziamento per giusta causa le espressioni irriguardose (ma non minacciose), che valutate nel complessivo contesto si devono ritenere effetto di una reazione emotiva ed istintiva ai rimproveri ricevuti [7].

Lo stesso dicasi per le frasi che, pur se riprovevoli e lesive dell’onore e del decoro del destinatario, sono scaturite in un contesto ambientale di forte contrapposizione e sono frutto di uno scarso controllo delle proprie capacità di comunicazione [8].

Al contrario sono numerosi i casi di licenziamento in tronco per le gravi espressioni che travalicano il diritto di critica o che avvengono sui social network, con un post sulla propria pagina Facebook o con la partecipazione a una discussione iniziata da altri. Anche il diritto di satira non può essere sganciato da ogni limite di forma espositiva (attribuzione di qualità apertamente disonorevoli, riferimenti volgari e infamanti e deformazioni tali da suscitare disprezzo e dileggio [9]).

Bugie e infedeltà

Il dipendente che si dice malato quando invece dimostra di non esserlo (si pensi al dipendente che, durante la malattia, svolge altre attività lavorative o che fa di tutto per non guarire e non tornare al lavoro) può essere licenziato per giusta causa. 

Lo stesso dicasi per chi utilizza dei permessi per finalità personali; si pensi a chi prende i 3 giorni di permesso ai sensi della legge 104 solo per fare una vacanza o comunque senza prestare l’assistenza al familiare portatore di handicap.

L’uscita dal lavoro, durante l’orario di servizio, senza timbrare il cartellino può essere causa di licenziamento per giusta causa se reiterata a prescindere dalla durata dell’assenza. Allo stesso modo, risultare presenti quando non lo si è, grazie alla compiacenza di un collega che striscia il badge per proprio conto, può portare al licenziamento. Medesimo discorso vale per il “complice” che si presta a tali frodi in favore del compagno di lavoro.

Durante la malattia il dipendente deve attivarsi per una rapida convalescenza. Se arreca pregiudizio alla guarigione può essere licenziato (si pensi a un lavoratore assente per polmonite, trovato a fare ginnastica all’aperto).

Assenze ingiustificate

È causa di licenziamento per giusta causa l’omessa tempestiva comunicazione di eventuali impedimenti al regolare espletamento della prestazione lavorativa, che determinano la necessità di assentarsi per diversi giorni, arrecando al datore di lavoro un pregiudizio organizzativo [10], oppure delle motivazioni dell’assenza dal servizio, o comunicazione di informazioni non veritiere (nella specie, l’assenza era dovuta a custodia cautelare in carcere)[11].

Stesso discorso per l’assenza dal lavoro protrattasi per tre giorni a seguito di mancato accoglimento di una richiesta ferie.

Concorrenza e segreto

Il dipendente può svolgere altre attività lavorative, ad esempio durante le ferie o in malattia, a condizione che non siano in concorrenza con il proprio datore. Diversamente può essere licenziato per giusta causa. 

La divulgazione a terzi di notizie attinenti alla produzione o ad altri segreti aziendali può essere causa di licenziamento in tronco. 

Uso personale di strumenti aziendali

È stato considerato giusta causa di licenziamento l’abuso del telefono cellulare per fini personali [12], l’abuso sistematico per scopi personali della scheda carburante [13], l’abuso della connessione internet per fini personali utilizzando il PC assegnato in dotazione [14].

Reati 

La sottrazione di beni aziendali, anche di minimo valore, è giusta causa di licenziamento. La mancata emissione di scontrini subisce lo stesso comportamento. 

Anche i reati commessi nella vita privata, qualora siano tali da compromettere l’immagine dell’azienda, sono considerati giusta causa di licenziamento (si pensi a un dipendente che spaccia droga o a un funzionario di banca condannato per prestiti usurari).

 

note

[1] Cass. sent. n. 13284/2003.

[2] Cass. sent. n. 8938/2009.

[3] Cass. sent. n. 6896/2018.

[4] Cass. sent. n. 23172/2013.

[5] Cass. sent. n. 2238272018.

[6] Cass. sent. n. 9121/2018, n. 23409/2017.

[7] Cass. 12 marzo 2014 n. 5730; Cass. 18 marzo 2009 n. 6569.

[8] Cass. 23 giugno 2014 n. 14177.

[9] Cass. 6 giugno 2018 n. 14527.

[10] Cass. 13 maggio 2014 n. 10352

[11] Cass. 1° dicembre 2014 n. 25380.

[12] Cass. 22 ottobre 2007 n. 22066; Cass. 12 febbraio 2018 n. 3315.

[13] Cass. 19 aprile 2016 n. 7720

[14] Cass. 15 giugno 2017 n. 14862.

Autore immagine corrente prende fuoco, fired di NothingIsEverything


6 Commenti

  1. Buongiorno. Come posso difendermi dal mobbing? In ufficio sto vivendo situazioni insostenibili a causa di pressioni, offese, denigrazioni continue dal mio datore di lavoro e da alcuni colleghi. Mi sento particolarmente frustrata. Spesso mi sento gli occhi addosso e sinceramente non riesco a concentrarmi e portare a termine in maniera efficace ed efficiente il mio lavoro… Cosa posso fare?

    1. Buongiorno Ilenia. Il lavoratore vittima di mobbing può difendersi; certo, non è facile, ma la legge offre degli strumenti cui ricorrere. Innanzitutto, la persona che ritiene di essere mobbizzata può, per prima cosa, diffidare per iscritto (mediante raccomandata a/r, ad esempio) il proprio datore di lavoro, denunciando il mobbing subito e comunicandogli che l’illegittimo comportamento può essere provato davanti all’autorità giudiziaria competente per far valere il risarcimento dei danni. Il mobbing può essere denunciato anche rivolgendosi agli sportelli anti-mobbing presenti in numerose città d’Italia: per avere l’indirizzo di quello più vicino basta rivolgersi al Comune, ai sindacati o fare una ricerca su internet. Questi sportelli garantiscono assistenza gratuita e forniscono consigli su cosa fare. Leggi i nostri articoli:
      -Mobbing: chi citare? https://www.laleggepertutti.it/231539_mobbing-chi-citare
      -Come difendersi dal mobbing https://www.laleggepertutti.it/212746_come-difendersi-dal-mobbing

  2. Salve. sono venuta a sapere che l’azienda per cui lavoro vuole licenziarmi… Il motivo? Dicono riduzione del personale. Sono molto scossa. Ho bisogno di questo lavoro… Dicono che devono tagliare i costi. Cosa posso fare? Il mio datore di lavoro può licenziarmi? Potete darmi qualche informazione sul licenziamento per riduzione del personale?

    1. Buongiorno Wanda. Il licenziamento per riduzione del personale è determinato da ragioni inerenti all’attività produttiva, all’organizzazione del lavoro e al regolare funzionamento di essa. Spesso le aziende giustificano i licenziamenti individuali alla fattispecie della giustificato motivo oggettivo. Al riguardo, si ricorda però che non è necessario che l’impresa sia in crisi. Infatti, è sufficiente che il datore di lavoro decida, per esempio, di non procedere più alla tenuta della contabilità all’interno della sua azienda ma preferisca affidare tale compito a un commercialista libero professionista. Pertanto, quando un datore di lavoro decide di proseguire con un simile provvedimento è imprescindibile fornire prova dei seguenti elementi: le ragioni sulle quali si fonda il licenziamento sono effettivamente sussistenti, cioè, per esempio, è stata soppressa la posizione (ossia la mansione) del contabile interno, il che ha comportato la soppressione del suo posto di lavoro; il nesso di causalità: ossia il fatto che è stato licenziato il contabile e non, per esempio, un fattorino o l’addetto alle paghe e contributi; l’avvenuto rispetto dell’onere di repêchage, ossia che per il datore è impossibile adibire utilmente il lavoratore a mansioni diverse da quelle svolte sino a quel momento, avendo a riferimento l’organizzazione aziendale complessiva in essere al momento del recesso. Nella consolidata giurisprudenza i giudici hanno ritenuto valido il motivo oggettivo nelle seguenti ipotesi: la riduzione del personale a causa della crisi del settore in cui opera l’impresa; il riassetto organizzativo finalizzato a una gestione più economica dell’attività aziendale; il fine di conseguire una più corretta gestione dell’impresa dal punto di vista economico e organizzativo; la diminuzione del fatturato, senza che il giudice possa valutare se essa ha natura transitoria o permanente; la soppressione del posto di lavoro, inteso come ridistribuzione delle mansioni prima svolte dal lavoratore licenziato agli altri dipendenti che sono rimasti in servizio; la soppressione del settore lavorativo, del reparto o del posto cui era addetto il dipendente; la cessazione dell’attività aziendale; eccetera.

  3. Un mio dipendente ha usato i social, Facebook, per pubblicare contenuti oltraggiosi e diffamatori nei miei riguardi e verso la mia azienda dopo esser stato contestato e aver ricevuto una sanzione disciplinare in quanto non dedicava al lavoro il tempo dovuto e perdeva il suo tempo a chattare. Come me ne sono accorto? Ho creato un profilo per giusti fini per capire se dopo la sanzione avesse “messo la testa a posto”, ma ora mi sono reso conto che non solo non dedica il tempo a lavorare e chatta sui social, ma diffama anche l’azienda che LO PAGA. Vi sembra normale? Posso licenziarlo? Vi ringrazio in anticipo

    1. Buongiorno Luciano. Non sono pochi i casi di licenziamenti intimati per via di espressioni “forti” usate sui social network nei confronti dell’azienda per cui si lavora, dei prodotti da questa commercializzati, dei propri capi e del loro modo di organizzare le attività o i turni giornalieri, dello stipendio percepito. Dire che «l’azienda “tal dei tali” dà stipendi da fame» può sembrare un normale sfogo contro il capitalismo sfrenato e invece bisogna andarci cauti perché, a detta della Cassazione, l’abitudine generalizzata di usare su Facebook o sugli altri social espressioni verbali violente non è una giustificazione per denigrare il proprio posto di lavoro. A dare una serie di istruzioni sul corretto linguaggio del web è la Cassazione che, a più riprese, ha detto che criticare azienda e lavoro su Facebook comporta il licenziamento. Ma quando e in che termini? Scoprilo nei nostri articoli:
      -Licenziamento Facebook: ultime sentenze https://www.laleggepertutti.it/276863_licenziamento-facebook-ultime-sentenze
      -Criticare azienda e lavoro su Facebook comporta il licenziamento? https://www.laleggepertutti.it/202375_criticare-azienda-e-lavoro-su-facebook-comporta-il-licenziamento
      -Dipendente su Facebook: licenziamento https://www.laleggepertutti.it/273285_dipendente-su-facebook-licenziamento

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