Diritto e Fisco | Articoli

Prelievi conto corrente: professionisti e autonomi dovranno giustificarli

27 Marzo 2019
Prelievi conto corrente: professionisti e autonomi dovranno giustificarli

Accertamenti sul conto corrente: rischia una condanna per evasione il professionista che ha sul conto prelievi e versamenti sospetti non giustificati da prove scritte.

Controlli fiscali sul conto corrente: si cambia. Ora anche i professionisti e le partite Iva, al pari degli imprenditori, dovranno giustificare i prelievi e non solo i versamenti. In caso contrario rischiano accertamento e tassazione. In più, se le somme oggetto di verifica sono elevate, scatta anche una condanna penale per evasione fiscale.

Tutto ciò perché la Cassazione ha appena riscritto uno dei principi cardini su cui si erano basate le sentenze degli scorsi anni: la sostanziale differenza tra la disciplina applicabile ad avvocati, medici, ingegneri, consulenti e altri professionisti rispetto a quella riservata invece a società e imprenditori. La sentenza è di poche ore fa [1] e rischia di cambiare l’approccio con il proprio conto corrente per chi svolge l’attività autonoma. In buona sostanza, per quanto riguarda i prelievi dal conto corrente: anche gli autonomi dovranno giustificarli.

Prelievi dal conto: cosa cambia

Sino ad oggi si è ritenuto, in linea con quanto imposto dalla Corte Costituzionale [2], che il professionista non fosse tenuto, come invece l’imprenditore, a giustificare lo scopo dei prelievi dal conto corrente. E ciò perché egli non è soggetto a una contabilità separata come invece chi esercita un’attività imprenditoriale. Il che non lo obbliga a dover spiegare al fisco per quale ragione sta ritirando i contanti allo sportello o al bancomat, ben potendo servirgli per gli acquisti quotidiani necessari alla famiglia o alle esigenze personali.

Leggi sul punto l’approfondimento I controlli sul conto corrente di professionisti e autonomi.

Oggi però la Corte ha rivisto il proprio precedente orientamento ritenendo invece che anche i professionisti e gli autonomi debbano giustificare all’Agenzia delle Entrate, in caso di un controllo, sia i versamenti o i bonifici ricevuti, sia i prelievi.

Movimentazioni poco chiare

In caso di movimentazioni bancarie poco chiare e prive di giustificazioni, l’Agenzia delle Entrate può chiedere chiarimenti al professionista; se questi non offre giustificazioni valide rischia sia l’accertamento che la condanna penale. Secondo infatti la Corte può essere condannato per evasione fiscale il professionista che non riesce a giustificare non solo i versamenti ma anche i prelievi che ha eseguito sul conto corrente bancario.

Si tratta di una presunzione di colpevolezza prevista dalla legge in modo espresso solo per gli imprenditori ma dalla Cassazione estesa ora anche ai professionisti. La norma stabilisce [3] che, sia i prelevamenti sia i versamenti operati sui conti correnti bancari, si ritengono essere ricavi conseguiti dal contribuente nella propria attività (e, quindi, reddito in nero), se questo non dimostra di averne tenuto conto nella base imponibile oppure che sono estranei alla  produzione del reddito. Ebbene, secondo i giudici supremi tale disposizione ha portata generale, nonostante l’utilizzo dell’accezione “ricavi” e non anche di quella “compensi” ed è applicabile, quindi, non solo al reddito di impresa, ma anche al reddito da lavoro autonomo e professionale.

Il paradosso

La decisione odierna appare un vero paradosso, non solo perché si pone in contrasto con i precedenti sino ad oggi firmati dalla stessa Cassazione, ma anche perché rende sempre più difficile la difesa per il piccolo contribuente. Difatti il professionista e la partita Iva non hanno obbligo di un conto corrente dedicato all’attività lavorativa e ben possono far transitare tutte le somme sul conto personale, quello cioè utilizzato anche per le spese personali e familiari. Quindi, come fare a ricordare, spesso a distanza di numerosi anni, se il prelievo è avvenuto per fare la spesa al supermercato o per un investimento? Se è vero che l’autonomo non ha un obbligo di contabilità separata e che non è tenuto a conservare scontrini e ricevute per le spese non connesse all’attività, come potrà difendersi da un accertamento. Per lui si porrà l’impossibile compito di ricostruire la natura delle spese sostenute pur senza un supporto documentale.

Ciò nonostante, per la Corte, le presunzioni legali previste dalle norme tributarie, pur non potendo costituire di per sé fonte di prova della commissione del reato, assumono tuttavia il valore di dati di fatto, che devono essere valutati liberamente dal giudice penale unitamente a elementi di riscontro che diano certezza dell’esistenza della condotta criminosa.

note

[1] Cass. sent. n. 13334 del 27.03.2019.

[2] C. Cost. sent. n. 228/2014.

[3] Art. 32 del d.P.R. 29 settembre 1973, n. 600.

Reati tributari – Omessa dichiarazione dei redditi – Professionisti – Movimentazioni sul conto corrente – Devono essere giustificate.
Le presunzioni previste dalle norme tributarie, pur non costituendo di per sé prova della sussistenza del reato, costituiscono dati di fatto che devono essere valutati dal giudice liberamente, insieme ad elementi di riscontro a riprova della illiceità della condotta. Sia i prelevamenti che i versamenti operati sul conto corrente devono essere imputati ai ricavi conseguiti dal contribuente nell’ambito della propria attività, se questi non dimostra o di averne tenuto già conto nella base imponibile o che sono estranei alla produzione del reddito. Il principio ha portata generale visto che si applica sia al reddito di impresa che a quello da lavoro autonomo e professionale. È del tutto irrilevante che la disposizione faccia riferimento al termine “ricavi” e non a quello di “compensi”.
•Corte di cassazione, sezione III penale, sentenza 27 marzo 2019 n. 13334

Finanze e tributi – Accertamento – Presunzioni legali in materia tributaria – Natura giuridica – Valore probatorio nel processo penale – Utilizzabilità – Condizioni – Limiti – Fattispecie.
Le presunzioni legali previste dalle norme tributarie, pur potendo avere valore indiziario, non possono costituire di per sé fonte di prova della commissione del reato, assumendo esclusivamente il valore di dati di fatto, che devono essere valutati liberamente dal giudice penale unitamente a elementi di riscontro che diano certezza dell’esistenza della condotta criminosa. (Fattispecie nella quale la S.C. ha ritenuto inutilizzabile la presunzione contenuta nell’art. 32 d.P.R. 29 settembre 1973, n. 600, che configura come ricavi sia i prelevamenti che i versamenti operati su conti correnti bancari).
•Corte di cassazione, sezione III civile, sentenza 23 giugno 2013 n. 7078

Finanze e tributi – Accertamento – Presunzioni legali in materia tributaria – Natura giuridica – Utilizzabilità per l’applicazione di misure cautelati reali – Sussistenza.
Le presunzioni tributarie non costituiscono di per sé fonte di prova della commissione di un reato, ma, assumendo esclusivamente il valore di dati di fatto liberamente valutabili dal giudice, possono essere posti a fondamento di una misura cautelare reale (nella specie, sequestro preventivo finalizzato alla confisca per equivalente).
•Corte di cassazione, sezione III civile, sentenza 23 marzo 2013 n. 7078

Tributi erariali diretti – Accertamento delle imposte sui redditi (tributi posteriori alla riforma del 1972) – Accertamenti e controlli – Poteri degli uffici delle imposte – In genere – Prelevamenti e versamenti sui conti correnti bancari – Imputazione ex art. 32 del d.p.r. n. 600 del 1973 a ricavi conseguiti nell’attività di impresa – Estensione al lavoro autonomo e professionale – Ammissibilità.
In tema di accertamento delle imposte sui redditi, la presunzione di cui all’art. 32 del d.P.R. 29 settembre 1973, n. 600 – secondo cui sia i prelevamenti sia i versamenti operati sui conti correnti bancari vanno imputati ai ricavi conseguiti dal contribuente nella propria attività, se questo non dimostra di averne tenuto conto nella base imponibile oppure che sono estranei alla produzione del reddito – ha portata generale, nonostante l’utilizzo (nella versione applicabile “ratione temporis”) dell’accezione “ricavi” e non anche di quella “compensi” ed è applicabile, quindi, non solo al reddito di impresa, ma anche al reddito da lavoro autonomo e professionale.
•Corte di cassazione, sezione tributaria, sentenza 27 giugno 2011 n. 14041


Lascia un commento

Usa il form per discutere sul tema. Per richiedere una consulenza vai all’apposito modulo.

 



NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA