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Telefonata anonima: è reato?

28 Marzo 2019
Telefonata anonima: è reato?

Telefonate mute: anche senza parlare lo scherzo telefonico si considera molestia. Dopo quanti squilli scatta il reato?

Ci sarà una ragione per cui molti film dell’orrore iniziano con uno squillo del telefono a cui, bene che va, non segue alcuna risposta dall’altro lato della cornetta. Ci sarà un motivo per cui alcune persone sono solite staccare il telefono per dormire meglio la notte. Ci sarà una spiegazione plausibile per cui esiste una normativa sulla privacy che vieta le chiamate moleste dei call center a chi non vuol essere disturbato. E questa ragione sta nel fatto che il “driiiinn” del telefono provoca sempre un certo fastidio, quando non addirittura un vero e proprio turbamento. Ed allora, ecco che la giurisprudenza si è spesso trovata a giudicare se gli scherzi telefonici, quelli fatti cioè senza alcuna intenzione di spaventare ma solo per goliardia e dileggio, integrano gli estremi di un illecito penale. A spiegare se la telefonata anonima è reato è di nuovo la Cassazione [1]. La sentenza, pubblicata proprio ieri, prende a riferimento il frequente episodio delle cosiddette “telefonate mute”, quelle cioè ove, a fronte dei numerosi squilli, non segue alcuna risposta.

Molestie telefoniche: è reato?

Forse non lo sai ancora ma esiste un apposito articolo del codice penale [2] che punisce l’uso improprio del telefono. Proprio per le ragioni che abbiamo esposto in apertura di questo articolo, quando la molestia o il disturbo alle altre persone viene procurata attraverso una cornetta del telefono – sia che si tratti di una postazione “fissa” che di uno smartphone – il colpevole subisce l’arresto fino a sei mesi o l’ammenda fino a 516 euro. 

Certo, la legge non punisce chi, per sbaglio, compone un numero errato e, a causa di ciò, parla con uno sconosciuto; né punisce chi si ostina a chiamare la stessa utenza due o tre volte perseverando nel medesimo errore senza volerlo. Il reato infatti è doloso, ossia presuppone la malafede, la volontà di recare una molestia o un disagio. Per il codice penale, infatti, il reato scatta solo se c’è «petulanza» o «altro biasimevole motivo». E si tratta, come vedremo a breve, di un reato grave, che non può essere perdonato solo in ragione del fatto che l’intento non era persecutorio ma solo rivolto a fare uno scherzo telefonico. 

Scherzi telefonici: quali conseguenze? 

Cosa rischia chi fa scherzi telefonici? Secondo la Cassazione, uno scherzo telefonico può costare carissimo: fino a 516 euro di ammenda per la presa in giro fatta con dei semplici squilli, ripetuti però più di una volta. 

È proprio la ripetizione del comportamento, peraltro, che esclude anche la possibilità di un “perdono” da parte del giudice nonostante si tratti, almeno in astratto, di un reato non particolarmente grave ed efferato. È vero: il codice penale [3] prevede la cosiddetta particolare tenuità del fatto, un meccanismo che dà diritto all’archiviazione del procedimento penale e alla non applicazione della pena tutte le volte in cui il crimine viene punito dalla legge con una pena detentiva di non più di 5 anni e/o con la sanzione pecuniaria. Ma tale beneficio è escluso quando il reo ripete più volte il comportamento vietato, cosa che, proprio nel caso delle molestie, è insito nell’azione stessa. Ed allora, ecco che lo scherzo telefonico fa scattare il reato e non consente neanche di appellarsi alla tenuità del fatto.

Va esclusa – si legge nella sentenza in commento – la “non punibilità” per «particolare tenuità del fatto» anche se il molestatore fa telefonate anonime e mute, nonostante si tratti di uno scherzo: perché scatti il reato previsto dal codice penale basta la petulanza, l’agire pressante e insistente.  

In base ai principi più volte affermati dalla Cassazione, anche semplici squilli, se provocano un turbamento o una molestia, integrano il reato di molestie. Per di più quando «il numero delle telefonate e degli squilli accertati sulla base dei tabulati» è elevato, tale da procurare uno stato di sofferenza della vittima, non si può più parlare di particolare tenuità, configurabile solo quando il comportamento non è abituale. 

Scherzi telefonici: i presupposti della condanna

La vicenda analizzata dalla Cassazione prende le mosse in un piccolo paese dell’Abruzzo. Lì, tra marzo e maggio del 2015, una donna viene bombardata di telefonate: la suoneria del suo cellulare squilla a ripetizione, di giorno e di notte, a qualsiasi ora. Alcune volte si tratta solo di fastidiosi squilli, altre volte di vere e proprie chiamate, anonime – quindi, impensabile identificare il numero – e mute – impossibile provare a riconoscere la voce della persona all’altro capo del telefono –.

L’iniziale fastidio provato nei primi giorni diventa col passare del tempo un vero e proprio terrore. Così la vittima decide di denunciare quanto sta accadendo alle forze dell’ordine, segnalando minuziosamente giorno e orario delle telefonate ricevute. 

Gli inquirenti si fanno consegnare dalla società telefonica i tabulati delle telefonate in entrata sulla numerazione della vittima. Già! perché, se ancora non lo sai, anche le telefonate anonime e mute vengono registrate dagli operatori su richiesta della Procura. Leggi sul punto Come avere la registrazione di una telefonata. 

Si arriva così all’identificazione dell’autore degli squilli e alla sua incriminazione per il reato di «molestia telefonica».

A questo punto, per il colpevole, non vale difendersi sostenendo che «i contatti telefonici erano consistiti in un mero scherzo tra amici». Per la Cassazione, infatti, «il reato consiste in qualsiasi condotta oggettivamente idonea a molestare e disturbare terze persone» e, quindi, «l’intento scherzoso» dell’autore della molestia telefonica è assolutamente irrilevante.

Ciò che conta è che il comportamento molesto sia «connotato dalla petulanza, ossia da quel modo di agire pressante, ripetitivo, insistente, indiscreto e impertinente, che finisce per interferire sgradevolmente nella sfera della quiete e della libertà delle persone». Ed «anche i semplici squilli» possono essere idonei a «cagionare turbamento e molestia».

note

[1] Cass. sent. n. 13363/19 del 27.03.2019.

[2] Art. 660 cod. pen.

[3] Art. 131-bis cod. pen.  

Autore immagine telefono cane di Dean Drobot

Corte di Cassazione, sez. I Penale, sentenza 10 dicembre 2018 – 27 marzo 2019, n. 13363

Presidente Di Tomassi – Relatore Fiordalisi

Ritenuto in fatto

1. Sc. Pi. ricorre avverso la sentenza del Tribunale di Lanciano del 3 novembre 2017, con la quale è stato condannato alla pena di Euro 200,00 di ammenda, in ordine al delitto di molestia e disturbo alle persone, ai sensi dell’art. 660 cod. pen., perché, per mezzo del telefono e per biasimevole motivo, recava molestia a Fe. Di Vi., effettuando numerosissime telefonate, di giorno e di notte, molte delle quali pervenivano sul cellulare della stessa e risultavano “mute” e anonime. Fatto accertato in Atessa dal marzo al maggio 2015.

2. Dalla lettura della sentenza impugnata si evince che l’imputato, che aveva già riportato condanne penali per fatti analoghi, era stato identificato grazie all’acquisizione dei tabulati della persona offesa, la quale impaurita aveva denunciato in modo preciso gli orari in cui erano pervenute le telefonate moleste al proprio cellulare. Gli squilli reiterati e le telefonate, pur essendo mute, avevano creato turbamento emotivo nella persona offesa. Per il giudice di merito, Fe. Di Vi., infatti, aveva reso una dettagliata testimonianza, manifestando uno stato di «sofferenza» anche nel corso della deposizione.

3. Denuncia il ricorrente illogicità della motivazione in presenza di elementi trascurati dal giudicante, nonché violazione e falsa applicazione dell’art. 660 cod. pen., perché il Tribunale non avrebbe considerato che, dalla lettura della deposizione testimoniale della persona offesa, non si evince un’interferenza nella sua libertà, né alcuna mutazione delle sue condizioni di vita conseguente alla ricezione delle telefonate. Non risulterebbe, altrimenti, la prova di un grave disagio psichico o di un giustificato timore per la propria sicurezza, come richiesto dall’art. 660 cod. pen.

Il ricorrente lamenta, altresì, il mancato riconoscimento della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto, di cui all’art. 131 bis cod. pen., essendo stato dimostrato che i contatti telefonici erano consistiti in un mero scherzo tra amici, circostanza che sarebbe stata confermata dalla stessa persona offesa nel corso della deposizione.

Considerato in diritto

1. Giova premettere che il reato di molestie o di disturbo alla persona mira a prevenire il turbamento della pubblica tranquillità attuato mediante l’offesa alla quiete privata. Pertanto, rispetto alla contravvenzione in discorso, viene in considerazione l’ordine pubblico, pur trattandosi di offesa alla quiete privata; onde l’interesse privato individuale riceve una protezione soltanto riflessa, cosicché la tutela penale viene accordata anche senza e pur contro la volontà delle persone molestate (Sez. 1, n. 32165 del 27/06/2014, Terzi, Rv. 261234).

Il reato in oggetto consiste in qualsiasi condotta oggettivamente idonea a molestare e disturbare terze persone, interferendo nell’altrui vita privata e nell’altrui vita di relazione (Sez. 1, n. 8198 del 19/01/2006, Paolini, Rv. 233438). In particolare, ai fini della sussistenza del reato de quo, gli intenti scherzosi o persecutori dell’agente sono del tutto irrilevanti, una volta che si sia accertato che, comunque, a prescindere dalle motivazioni che sono alla base del comportamento, esso è connotato dalla caratteristica della petulanza, ossia da quel modo di agire pressante, ripetitivo, insistente, indiscreto e impertinente che finisce, per il modo stesso in cui si manifesta, per interferire sgradevolmente nella sfera della quiete e della libertà delle persone.

2. La Corte ritiene infondato il ricorso, perché il giudice di merito, indipendentemente dalle affermazioni della persona offesa che si era tranquillizzata dopo aver scoperto – grazie alle indagini di polizia giudiziaria svolte – l’identità dell’autore del fatto, ha evidenziato il persistente turbamento della stessa persona offesa da marzo ad aprile 2015, per le modalità della condotta posta in essere, consistita in telefonate mute e anonime, effettuate anche in tempo di notte sulla sua utenza telefonica.

Sicché, correttamente il Tribunale ha fatto applicazione dei principi affermati dalla giurisprudenza di legittimità, per i quali anche i semplici squilli, se idonei a cagionare un turbamento o una molestia, integrano il reato contestato ed ha coerentemente disatteso la richiesta di applicazione dell’art. 131 bis cod. pen., evidenziando il numero delle telefonate e degli squilli accertati sulla base dei tabulati, lo stato di sofferenza della vittima, manifestato anche durante la deposizione in aula e soprattutto che il condannato «non è nuovo a simili fatti», così prendendo atto che non ricorre il caso di particolare tenuità di cui all’art. 131 bis cod. pen., che può essere ravvisato solo quando il comportamento non è abituale e non è stato posto in essere con condotte plurime, abituali e reiterate.

3. Alla luce di quanto sopra, il ricorso appare infondato. Ne consegue la condanna del ricorrente al pagamento delle spese del procedimento ai sensi dell’art. 616 cod. proc. pen.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.

 


2 Commenti

  1. Oddio io ho fatto scherzi telefonici qualche volta da ragazzina. Una volta sapete cosa ho fatto? Ho chiamato a casa di una signora (numero preso dal vecchio elenco telefonico) ed ho iniziato a cantare un pezzo di Mina, poi alla fine ho chiesto se ero stata brava e se secondo lei potevo partecipare ad un talent. La signora è stata carinissima e mi ha detto: se ti presenti, stai tranquilla che io ti do’ il mio voto. Dentro di me stavo morendo dalle risate e lei era davvero seria. Poi, ovviamente, non bisogna essere insistenti. L’educazione prima di tutto.

  2. Scherzi telefonici, truffe, call center…ormai conviene bloccare le chiamate con qualche applicazione tipo tellows così da evitare di cascarci

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