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Contratto a termine illegittimo: a cosa si ha diritto?

28 Marzo 2019
Contratto a termine illegittimo: a cosa si ha diritto?

Se il termine è nullo, il rapporto è a tempo indeterminato sin dalla sua origine.

Ricorrere ad un contratto a tempo determinato per assumere dipendenti e valersi di loro per diversi anni non è così semplice. Il decreto Dignità del 2018 ha infatti ridotto le ipotesi in cui è possibile ricorrere al lavoro a termine, accorciando la durata massima del rapporto, riducendo le proroghe e reintroducendo le cosiddette “causali” (ossia le ragioni che giustificano l’apposizione del termine) se il contratto dura oltre 12 mesi. Il decreto Dignità ha inoltre aumentato le ipotesi in cui il contratto a tempo determinato è convertito in tempo indeterminato: ad esempio, in caso di stipula di un contratto a termine di durata superiore a 12 mesi, in assenza delle condizioni previste dalle causali, il contratto si trasforma in contratto a tempo indeterminato. Per un’analisi completa dei divieti sui contratti a termine leggi Contratto a termine, quando si trasforma in tempo indeterminato?

Se rientri in uno dei predetti casi puoi rivolgerti al giudice per chiedere la conversione del contratto di lavoro da tempo determinato a uno a tempo indeterminato. Se il giudice dovesse darti ragione, cosa succederebbe? In altri termini, nel caso di contratto a termine illegittimo, a cosa si ha diritto? La risposta proviene da una recente sentenza della Cassazione [1].

Quando il tribunale accerta l’illegittimità del termine apposto al contratto di lavoro non fa altro che accertare una causa di nullità che era presente sin dall’inizio del rapporto. Il che significa che la pronuncia dichiara una invalidità del contratto già dall’origine e, pertanto, essa ha effetto retroattivo [2]. In altre parole il rapporto di lavoro si considera “a tempo indeterminato” sin dal primo giorno.

Conseguentemente, il recesso comunicato da un tale rapporto deve essere considerato, ad ogni effetto di legge [3], come recesso da un rapporto a tempo indeterminato. Per l’effetto il dipendente avrà diritto a ottenere:

  • il reinserimento nel posto e la conversione del contratto da uno a tempo determinato a uno a tempo indeterminato;
  • la ricostruzione dell’anzianità di servizio calcolata sin dall’inizio del rapporto di lavoro secondo le regole del rapporto a tempo indeterminato;
  • un’indennità commisurata all’ultima retribuzione globale di fatto maturata dal giorno del licenziamento sino a quello dell’effettiva reintegrazione; da questa deve essere sottratto quanto eventualmente percepito dal dipendente, durante il periodo di estromissione, per lo svolgimento di altre attività lavorative.

note

[1] Cass. sent. n. 8385/19.

[2] La sentenza che accerta la nullità della clausola appositiva del termine e ordina la ricostituzione del rapporto illegittimamente interrotto, cui è connesso l’obbligo del datore di riammettere in servizio il lavoratore, è di natura dichiarativa e non costitutiva.

[3] Art. 18 Statuto dei lavoratori.

Corte di Cassazione, sez. Lavoro, sentenza 12 febbraio – 26 marzo 2019, n. 8385

Presidente Bronzini – Relatore Blasutto

Fatti di causa

1. La Corte di appello di Venezia, in parziale accoglimento dell’appello proposto dalla ICTS Italia s.r.l., in applicazione della L. n. 183 del 2010, art. 32, ha accertato il diritto di G.P. a 2,5 mensilità della retribuzione globale di fatto, con gli interessi legali, previa rivalutazione, dalla data della sentenza al saldo. Inoltre, in ragione dell’illegittimità del recesso accertata in primo grado, ha riconosciuto il diritto dall’appellato alle retribuzioni non corrisposte dalla data del recesso alla scadenza naturale del contratto (2 gennaio 2012), con gli interessi legali, previa rivalutazione, dalle singole scadenze al saldo. Infine, ha condannato l’appellato restituire alla società appellante la differenza tra quanto percepito in ragione dell’esecuzione sentenza di primo grado e quanto spettante in ragione della pronuncia, con gli interessi legali.

2. Il G. era stato assunto dalla società ICTS con contratto a tempo determinato per il periodo gennaio 2011 – gennaio 2012, venendo poi licenziato prima della scadenza del termine e precisamente nell’agosto 2011. Il Giudice del lavoro di Venezia, adito dal lavoratore, aveva dichiarato la nullità del termine apposto al contratto di lavoro e l’illegittimità del licenziamento; per l’effetto, aveva condannato la società a reintegrare il ricorrente nel posto di lavoro e a risarcirgli il danno commisurato le retribuzioni maturate dalla data del licenziamento alla reintegra; aveva negato l’indennizzo di cui alla L. n. 183 del 2010, art. 32, comma 5, osservando che la tutela riconosciuta ai sensi dell’art. 18 stat. lav. (nel regime anteriore alla riforma di cui alla L. n. 92 del 2012) assorbiva ogni altro diverso risarcimento.

3. Tale sentenza veniva impugnata solo dalla società, che limitava le proprie censure ai capi concernenti il risarcimento del danno.

4. La Corte d’appello di Venezia, premesso che non era più in contestazione l’illegittimità del termine apposto al contratto di lavoro, né il diritto del lavoratore alla conversione in rapporto di lavoro a tempo indeterminato e neppure era più in contestazione l’illegittimità del recesso intimato anticipatamente senza la preventiva contestazione disciplinare, ha osservato che:

a) quanto alle conseguenze applicabili ad un recesso intimato in modo illegittimo in costanza di svolgimento di un contratto a termine – che solo ex post, in sede giudiziaria, viene dichiarato a tempo indeterminato -, la tutela applicabile è quella risarcitoria consistente nelle retribuzioni perdute dalla data del recesso alla scadenza naturale del contratto a termine e tale tutela corrisponde, nel caso in esame, alle retribuzioni maturate e non corrisposte dalla data del recesso alla scadenza naturale del contratto;

b) quanto alla conversione del rapporto derivante dalla accertata nullità del termine, la L. n. 183 del 2010, art. 32, attribuisce un’indennità risarcitoria forfetizzata, omnicomprensiva di ogni pregiudizio dalla scadenza del termine legittimo fino alla sentenza e, per tale titolo, è da stimare congruo il riconoscimento di 2,5 mensilità della retribuzione globale di fatto.

5. Per la cassazione di tale sentenza ricorre il lavoratore con un motivo. Entrambe le parti hanno depositato memoria ex art. 378 c.p.c..

Ragioni della decisione

1. Con unico motivo si denuncia violazione e falsa applicazione del combinato disposto del D.Lgs. n. 368 del 2001, art. 1, art. 1418 c.c., e L. n. 183 del 2010, art. 32, comma 5, e L. n. 300 del 1970, art. 18.

Premesso che si era formato il giudicato interno sulla illegittimità della clausola appositiva del termine al contratto di assunzione stipulato tra le parti e pure sulla illegittimità del licenziamento comminato il 21 agosto 2011, per cui l’appello aveva ad oggetto esclusivamente le conseguenze applicabili al recesso datoriale intimato in modo illegittimo in un contratto a termine dichiarato a tempo indeterminato con la medesima sentenza, si deduce che l’accertamento della nullità del termine comporta la trasformazione con efficacia dichiarativa (ex tunc) e non costitutiva (ex nunc) del rapporto, sì che l’illegittimo recesso datoriale interviene in un rapporto trasformato a tempo indeterminato.

Si deduce che il risarcimento non poteva essere limitato fino alla data della originaria scadenza del contratto, poiché il termine era stato dichiarato nullo con conseguente conversione del rapporto ai sensi dell’art. 1419 c.c., e del D.Lgs. n. 368 del 2001, art. 1, dovendo trovare applicazione la tutela di cui all’art. 18 Stat. lav., nella formulazione anteriore alla cosiddetta riforma Fornero.

Si rappresenta, infine, che la soluzione interpretativa seguita dal giudice di merito comporta l’illogica conseguenza che il risarcimento riconosciuto risulta all’evidenza peggiorativo sia rispetto a quello di cui il ricorrente avrebbe beneficiato se fosse stato assunto illegittimamente a termine (conversione e indennizzo), sia a quello che avrebbe ottenuto se fosse stato illegittimamente licenziato in costanza di rapporto a tempo indeterminato (reintegra e risarcimento).

2. Il ricorso merita accoglimento.

3. Occorre muovere dalla considerazione – già più volte espressa da questa Corte (v. tra le altre, Cass. n. 14461 del 2015, n. 14996 del 2012, n. 14461 del 2014) – che la sentenza della Corte Costituzionale n. 303/2011, interpretando la norma della L. n. 183 del 2010, art. 32, ha avuto modo di chiarire che essa “non si limita a forfetizzare il risarcimento del danno dovuto al lavoratore illegittimamente assunto a termine, ma, innanzitutto, assicura a quest’ultimo l’instaurazione di un rapporto di lavoro a tempo indeterminato”; il danno forfetizzato dall’indennità prevista dalla norma “copre soltanto il periodo cosiddetto intermedio, quello, cioè, che corre dalla scadenza del termine fino alla sentenza che accerta la nullità di esso e dichiara la conversione del rapporto”, con la conseguenza che a partire da tale sentenza “è da ritenere che il datore di lavoro sia indefettibilmente obbligato a riammettere in servizio il lavoratore e a corrispondergli, in ogni caso, le retribuzioni dovute, anche in ipotesi di mancata riammissione effettiva”, altrimenti risultando “completamente svuotata la tutela fondamentale della conversione del rapporto in lavoro a tempo indeterminato” (così ancora Corte Cost., n. 303 del 2011).

4. Da tale sentenza si trae la conferma della natura dichiarativa e non costitutiva della sentenza che accerta la nullità della clausola. La scelta legislativa è stata quella di prevedere una forfetizzazione del risarcimento del danno, per esigenze di certezza e di omogeneità delle situazioni debitorie derivanti dalla conversione del rapporto di lavoro instaurato con termine illegittimo, ma il rimedio risarcitorio costituisce una sanzione che non si sostituisce, ma si aggiunge, alla ricostituzione del rapporto derivante dalla conversione, dichiarata con sentenza di accertamento.

5. La norma in oggetto, come affermato dal Giudice delle leggi, risulta “adeguata a realizzare un equilibrato componimento dei contrapposti interessi”. Infatti, al lavoratore garantisce la conversione del contratto di lavoro a termine in un contratto di lavoro a tempo indeterminato, unitamente ad un’indennità che gli è dovuta sempre e comunque, senza necessità né dell’offerta della prestazione, né di oneri probatori di sorta. Al datore di lavoro, per altro verso, assicura la predeterminazione del risarcimento del danno dovuto per il periodo che intercorre dalla data d’interruzione del rapporto fino a quella dell’accertamento giudiziale del diritto del lavoratore al riconoscimento della durata indeterminata di esso.

5.1. La normativa in questione, da un lato assicura la stabilizzazione del rapporto, dall’altro forfetizza il danno, con valenza sanzionatoria, solo per il periodo compreso tra la scadenza del termine e l’accertamento giudiziale della sua nullità. Dalla data della sentenza il lavoratore ha diritto alla riammissione in servizio e alla ricostituzione della effettiva funzionalità del rapporto illegittimamente interrotto.

6. Sulla questione è poi intervenuta la L. 28 giugno 2012, n. 92, (“Disposizioni in materia di riforma del mercato del lavoro in una prospettiva di crescita”), che con l’art. 1, comma 13, ha introdotto una disposizione di interpretazione autentica della L. n. 183 del 2010, art. 32, comma 5, stabilendo che: “La disposizione di cui alla L. 4 novembre 2010, n. 183, art. 32, comma 5, si interpreta nel senso che l’indennità ivi prevista ristora per intero il pregiudizio subito dal lavoratore, comprese le conseguenze retributive e contributive relative al periodo compreso fra la scadenza del termine e la pronuncia del provvedimento con il quale il giudice abbia ordinato la ricostituzione del rapporto di lavoro”.

7. L’uso della locuzione “ricostituzione del rapporto di lavoro” aveva fatto sorgere dubbi interpretativi, essendo stato ipotizzato da alcuni interpreti – e così sembra avere ritenuto anche la Corte di appello nella sentenza impugnata – che il legislatore avesse accreditato la tesi secondo cui la conversione del rapporto opera ex nunc e non ex tunc.

8. Tali dubbi interpretativi appaiono fugati dalla sentenza della Corte costituzionale n. 226 dell’8 luglio 2014, che ha ritenuto non fondata la questione di legittimità costituzionale sollevata con riferimento agli artt. 11 e 117 Cost., in relazione alla clausola 8.3 dell’Accordo Quadro Europeo sul lavoro a tempo determinato, allegato alla direttiva 28 giugno 1999, n. 1999/70/CE della L. 4 novembre 2010, n. 183, art. 32, comma 5, come interpretato autenticamente dalla L. n. 92 del 2012.

8.1. La Corte costituzionale, richiamata la precedente sentenza n. 303 del 2011, ha innanzitutto ribadito che:

– la ratio della L. n. 183 del 2010, art. 32, comma 5, risiede nella volontà di introdurre un criterio di liquidazione del danno di più agevole, certa ed omogenea applicazione a fronte delle obiettive incertezze verificatesi nell’esperienza applicativa dei criteri di commisurazione del danno secondo la legislazione previgente, con l’esito di risarcimenti ingiustificatamente differenziati in misura eccessiva;

– l’art. 32, comma 5, citato non si limita a forfetizzare il risarcimento del danno dovuto al lavoratore illegittimamente assunto a termine, ma va ad integrare la garanzia della conversione del contratto di lavoro a termine in un contratto di lavoro a tempo indeterminato che costituisce la protezione più intensa che possa essere riconosciuta ad un lavoratore precario;

– l’obiettivo era quello di assicurare la certezza dei rapporti giuridici, imponendo un meccanismo semplificato e di più rapida definizione di liquidazione del danno (evitando accertamenti probatori in ordine alla mora accipiendi, all’aliunde perceptum, al percipiendum, ecc.) a fronte della illegittima apposizione del termine al contratto di lavoro.

8.2. Ha poi aggiunto che:

– “analogo obiettivo è alla base della norma di interpretazione autentica contenuta nella L. n. 92 del 2012, art. 1, comma 13”;

– tale disposizione, emanata all’indomani della sentenza n. 303 del 2011, “sostanzialmente recepisce l’interpretazione costituzionalmente orientata della L. n. 183 del 2010, art. 32, comma 5, che quella pronuncia conteneva”;

– a fronte delle divergenze interpretative che pur dopo tale pronuncia erano emerse nella giurisprudenza di merito, “il legislatore è intervenuto accogliendo e rendendo vincolante l’interpretazione data da questa Corte alla L. n. 183 del 2010, art. 32, comma 5…”;

– “questi elementi consentono di ravvisare l’obiettivo perseguito dal legislatore, ancora una volta, nella esigenza di assicurare certezza nella quantificazione del risarcimento del danno spettante al lavoratore in caso di illegittima apposizione del termine al contratto, rendendo cogente la soluzione, già prevista, che bilanciava le opposte pretese del lavoratore e del datore di lavoro, nonché nello scoraggiare ulteriore contenzioso. Se, dunque, l’intento perseguito da entrambe le disposizioni è quello di stabilire un criterio uniforme e certo per la quantificazione del danno allo scopo di semplificare il contenzioso, allora ne consegue che esse si collocano fuori dall’ambito di applicazione della clausola 8.3 dell’accordo quadro e che pertanto non sussiste alcuna violazione di detta clausola e, conseguentemente, degli evocati parametri costituzionali”.

9. Dunque, la sentenza con cui il giudice, rilevato il vizio della pattuizione del termine, converte il contratto di lavoro in un contratto di lavoro a tempo indeterminato non può che operare ex tunc, sin dall’origine del rapporto di lavoro, il quale è da ritenere instaurato illegittimamente a termine e che invece è da qualificare sin dall’origine, ancorché per effetto di accertamento intervenuto ex post, di durata indeterminata.

9.1. L’accertamento giudiziale è di natura dichiarativa anche alla luce dell’intervento legislativo di interpretazione autentica, avendo la Corte costituzionale nel 2014 (sent. 226 del 2014) confermato la propria precedente lettura interpretativa (sent. 303 del 2011) ed escluso che il legislatore del 2012 ne abbia voluto introdurre una diversa.

9.2. La sentenza che accerta la nullità del termine implica la ricostituzione della funzionalità del rapporto illegittimamente interrotto, cui è connesso l’obbligo del datore di riammettere in servizio il lavoratore e di corrispondergli, in ogni caso, le retribuzioni dovute, anche in ipotesi di mancata riammissione effettiva.

10. In conclusione, va affermato il principio che, anche a seguito della norma di interpretazione autentica di cui alla L. n. 92 del 2012, art. 1, comma 13, la sentenza di accerta la nullità della clausola appositiva del termine e ordina la ricostituzione del rapporto illegittimamente interrotto, cui è connesso l’obbligo del datore di riammettere in servizio il lavoratore, è di natura dichiarativa e non costitutiva.

10.1. La conversione in rapporto di lavoro a tempo indeterminato opera, pertanto, con effetto ex tunc dalla illegittima stipulazione del contratto a termine, mentre l’indennità di cui alla L. n. 183 del 2010, art. 32, comma 5, ristora per intero il pregiudizio subito dal lavoratore, comprese le conseguenze retributive e contributive relative al periodo compreso fra la scadenza del termine e la pronuncia del provvedimento con il quale il giudice abbia ordinato la ricostituzione del rapporto di lavoro.

11. La sentenza impugnata è incorsa nell’errore di diritto di ritenere che la conversione potesse operare solo ex nunc, dalla data della sentenza che ha accertato la nullità del termine, e che, di conseguenza, il recesso datoriale dovesse essere regolato alla stregua di un recesso ante tempus intervenuto in costanza di un rapporto di lavoro a termine. Per tali motivi, la sentenza va cassata con rinvio alla Corte di appello di appello di Venezia in diversa composizione per il riesame dell’appello proposto da ICTS s.r.l. alla luce del principio di diritto sopra enunciato.

12. Tenuto conto dell’accoglimento del ricorso, non sussistono i presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto, ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater.

P.Q.M.

La Corte accoglie il ricorso; cassa la sentenza impugnata e rinvia, anche per le spese, alla Corte di appello di Venezia in diversa composizione.


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6 Commenti

  1. Gentile pagina la legge per tutti vi scrivo per segnalarvi un episodio che mi ha coinvolto in prima persona proprio a causa del decreto dignità.
    Entrando nello specifico a settembre 2018 mi sono trovato a sostenere una selezione per la figura di portalettere per poste italiane dopo aver inviato domanda sul loro sito selezione alla quale sono risultato idoneo avendo superato i step da loro previsti (quiz di logica al PC,seguente colloquio individuale ed infine prova motomezzo a pieno carico),tanto da essere invitato a preparare i documenti necessari alla firma del contratto a tempo determinato,considerando che così non è a gennaio 2019 decido di recarmi presso la sede di viale Europa dove sostenuto il tutto ed entrando in contatto con le risorse umane mi viene riferito che la mia chiamata alla firma è stata sospesa in quanto essendo stato dipendente tre mesi nel 2011(all epoca l azienda concedeva un unico contratto) sarebbe per me necessaria la causale in quanto il decreto dignità la richiede anche al primo rinnovo(e il mio caso lo considerano tale) ed hanno la direttiva dei loro superiori di non far firmare gli ex dipendenti a prescindere da quanto tempo sia trascorso dall ultimo rapporto lavorativo e dalla durata avuta, e che l assunzione procederà solo a fronte di modifiche del decreto dignità.
    Premetto che tale quesito lo posto già ad un legale e a un sindacalista e purtroppo mi viene riferito da loro che non posso fare nulla per il mio caso in quanto il bando non è su gazzetta ufficiale e poste è un ente privato che può comunque decidere di non assumerti a prescindere dall idoneità ottenuta in quanto indicano nel foglio che rilasciano che chiameranno appena necessità una loro collaborazione da parte nostra e qui aggiungo io che le loro ricerche di portalettere si sono aperte sul loro sito almeno altre 2 volte dopo la mia idoneità tanto da spingermi a pensare che l ipotetica scusa per ora non serve personale mi sembra del tutto illogica.
    Ringrazio anticipatamente per l attenzione che potrete dedicarmi in attesa di un vostra gentile analisi/risposta.
    Cordiali Saluti.
    Labico(Rm);30/03/2019

    Marcelli Riccardo

    1. Gentile Riccardo, il Decreto dignità interviene in maniera massiccia sul contratto a tempo determinato, riducendo in particolare sia la durata massima che le proroghe possibili. Altre novità riguardano: la reintroduzione della “causale”, ossia la ragione tecnica-organizzativa che giustifica il ricorso a tale tipologia di contratto;l’aumento del contributo addizionale (ai suoi tempi introdotto dalla Riforma Fornero); l’ampliamento dei termini per impugnare il contratto in caso di utilizzo ingiustificato da parte del datore di lavoro. Concentrandoci in particolar modo sulla durata e le proroghe dal 14 luglio 2018 la durata del contratto a termine si è abbassato da 36 mesi a 24 mesi. Tuttavia, per i contratti con durata che superano i 12 mesi (anche per successioni di proroghe) è necessario indicare la causale nel contratto; quindi il contratto a termine potrà essere stipulato o prorogato solo: per esigenze temporanee e oggettive, estranee all’ordinaria attività per esigenze sostitutive di altri lavoratori; per esigenze connesse a incrementi temporanei, significativi e non programmabili dell’attività ordinaria. Con il Decreto dignità il limite massimo delle proroghe è ora abbassato ad un massimo di 4 nell’arco di 24 mesi, e la trasformazione a tempo indeterminato in caso di sforamento scatta solamente a partire della quinta proroga.Per i contratti già in essere alla data del 14 luglio 2018 il Decreto Legge non prevede alcun regime transitorio. Se desideri sottoporre un caso specifico all’attenzione dei professionisti del nostro network puoi richiedere una consulenza cliccando qui https://www.laleggepertutti.it/richiesta-di-consulenza

      1. Buona sera
        anchio ho vissuto la stessissima situazione di Riccardo identica ma a novembre 2018, ma io vi scrivo per sottopormi il mio caso:
        ho lavorato in somministrazione per una spa con successioni di contratti (alla scadenza della 6 proroga mi riassumevano il giorno dopo con qualifica equivalente) dal primo giugno 2017 al 30 settembre 2018.
        il primo ottobre2018 mi fanno un nuovo contratto senza CAUSALE nonostante il decreto dignità (per come lo interpreto io ) afferma che per contratti nuovi successivi al 14 luglio 2018, il regime transitorio è terminato; questo nuovo contratto va dal 1ottobre 2018 al 30 ottobre e successivamente prorogato fino al 15 novembre 2018. avendo un pregresso superiore ai 12 mesi nel nuovo contratto del 1 ottobre non doveva esserci la causale? e se si avendo fatto entro 30 giorni la diffida all’azienda e all’agenzia interinale potrei fare qualcosa??

        1. Michele ti consigliamo la lettura dei nostri articoli:
          -Contratto di somministrazione https://www.laleggepertutti.it/150526_contratto-di-somministrazione
          -Somministrazione: la causale del contratto è obbligatoria? https://www.laleggepertutti.it/227554_somministrazione-la-causale-del-contratto-e-obbligatoria Anche per il contratto di somministrazione, così come per l’ordinario contratto a termine, sono necessarie le causali. Questo in quanto il decreto Dignità dispone che, in caso di assunzione a tempo determinato, il rapporto di lavoro tra somministratore e lavoratore è soggetto alla disciplina del contratto a termine, con esclusione delle disposizioni riguardo alla percentuale massima di lavoratori da assumere a tempo ed al diritto di precedenza. Le causali, però, secondo un recente emendamento al decreto Dignità, costituiscono un obbligo in capo all’utilizzatore, non all’agenzia.Le causali sono le ragioni che motivano l’assunzione a termine, cioè che spiegano perché il contratto ha una scadenza. Per il contratto a tempo determinato di durata inferiore a 12 mesi non è necessario indicare una causale, salvo rinnovi, oppure in caso di proroghe che facciano slittare il contratto originario sopra i 12 mesi. Le causali ammesse, sia per la somministrazione che per l’ordinario contratto a termine, sono: esigenze temporanee e oggettive, estranee all’ordinaria attività; esigenze sostitutive di altri lavoratori; esigenze connesse a incrementi temporanei, significativi e non programmabili dell’attività ordinaria. La causale si riferisce, però, al solo utilizzatore, e non all’agenzia: in pratica, se il rapporto tra lavoratore e agenzia dura più di 12 mesi, ma le missioni presso i singoli utilizzatori durano meno di 12 mesi, senza rinnovi, indicare una causale non è necessario.
          Se desideri sottoporre la tua situazione lavorativa all’analisi dei professionisti del nostro network e richiedere una consulenza legale, clicca qui https://www.laleggepertutti.it/richiesta-di-consulenza

          1. Quello che avete detto l’avevo già letto ma quello che nessuno riesce a spiegarmi e se io al 30 settembre 2018 ho un anzianità superiore ai 12 mesi e firmo un altro contratto che rientra nel decreto dignità l’utilizzatore deve inserire la causale con l’agenzia interinale??? Io credo di si… voi cosa sapete dirmi a proposito?

  2. A me invece accade questo: il 4.4.18 vengo assunto con contratto a tempo determinato della durata di 24 mesi con esplicita dicitura contratto “acausale” e quindi senza porre le motivazioni del termine, ora a scadenza il 3.4.20 mi viene comunicato che non si vuole proseguire con l’assunzione a tempo indeterminato. La questione: il contratto del 4.4.18 era valido? O essendo invalido il termine di scadenza diviene una assunzione a tempo indeterminato fin dal 4.4.18?

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