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Srls: morte dell’amministratore e ammissione al passivo del lavoratore

27 Aprile 2019
Srls: morte dell’amministratore e ammissione al passivo del lavoratore

Sono stato un responsabile di produzione di una srls con amministratore unico, morto inaspettatamente. Io e tutti i dipendenti abbiamo continuato a lavorare sulle commesse in corso nel 2017, già pagate, fino allo scadere delle due mensilità e ci siamo licenziati per giusta causa. Passato ancora un mese, in mancanza di eredi interessati a rilevare la società, abbiamo presentato un’istanza di fallimento alla Srls. Ad oggi, il curatore non ammette al passivo i due mesi lavorati senza ricevere stipendio dalla morte dell’amministratore fino alle dimissioni per giusta causa. Ciò perché ritiene che non potevamo sapere cosa fare senza ordini diretti dell’amministratore. Noi invece lo sapevamo bene essendo le commesse lunghe anche 6 mesi. Abbiamo lavorato, senza comprare beni nuovi, ma con i beni che già erano in azienda, sulla commessa e il committente ha avuto regolare consegna del bene con DDT entro dicembre 2017. L’azienda ha una propria personalità giuridica, pur se è morto l’amministratore. Non è così? Chi ha ragione?  

Il ragionamento del curatore fallimentare non è a parere dello scrivente condivisibile, posto che – come dal lettore correttamente dedotto – nel periodo successivo al decesso dell’amministratore e fino alle dimissioni – questi ha provveduto a svolgere la consueta attività lavorativa a tutela dell’azienda.

Diverso sarebbe stato il caso in cui dal decesso dell’amministratore fino alla dichiarazione di dimissioni l’azienda fosse stata solo formalmente in vita, ma sostanzialmente inattiva: in questo caso, poteva essere ammesso il ragionamento per cui il lavoratore, non espletando alcun tipo di prestazione, non doveva essere retribuito e, quindi, non poteva essere ammesso al passivo.

Tra l’altro, lavorando, il lettore non ha fatto altro che curare gli interessi della Curatela e, quindi, gli interessi della massa attiva dei creditori: difatti, quelle commesse – se non curate – non sarebbero state portate a termine e, conseguentemente, l’azienda non avrebbe potuto incassare le somme da esse derivanti.

Tra l’altro, la società in questione è una società di capitali, seppur semplificata e non una ditta individuale, facente capo ad un solo soggetto.

Non è dato conoscere dal quesito in esame l’organigramma della società, ma si può presumere che, oltre l’amministratore, ci fossero altri soggetti chiamati a gestire – sotto il de cuius – le attività dei lavoratori, le commesse, i pagamenti, il marketing e quant’altro.

Orbene, alla luce di questo, come potrebbe il Curatore stabilire – senza alcun riferimento legislativo – che il lavoratore il quale abbia svolto nient’altro che le sue mansioni, a suo rischio e pericolo (di non recuperare le somme dalla distribuzione del fallimento) non debba essere incluso nella massa dei creditori per l’attività lavorativa svolta successivamente alla sua morte, ma a completamento di direttive già ricevute in vita?

Orbene, tale ragionamento pare alquanto assurdo.

Per l’ammissione del credito al passivo occorre dimostrare la certezza e la natura lecita delle somme vantate e, nella sua fattispecie, non potranno di certo essere contestati questi elementi.

Proprio il credito del lettore è considerato privilegiato dal legislatore e, quindi, soddisfabile prima degli altri crediti chirografari (ad esempio, i crediti dei fornitori).

Pertanto, quello che si consiglia al lettore – una volta ricevuto il rigetto formale dell’istanza – è di presentare opposizione allo stato passivo e, quindi, dimostrare al Giudice fallimentare l’infondatezza del ragionamento del curatore.

Articolo tratto dalla consulenza resa dall’avv. Salvatore Cirilla



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