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Ansia: sintomi, cause e cure

2 Aprile 2019 | Autore:


> Salute e benessere Pubblicato il 2 Aprile 2019



Quali sono i sintomi dell’ansia? Quali sono i rimedi? Può essere trasferito il lavoratore che soffre d’ansia?

Quante volte ti è capitato di essere preoccupato/a per un colloquio di lavoro, per un concorso, per una gara sportiva, per un’esibizione artistica, per un esame scolastico, per un incontro importante o per una promozione. Temi di non sentirti all’altezza della situazione, di non riuscire a raggiungere i risultati sperati o di deludere le aspettative altrui. Capita a tutti, no? Senti l’adrenalina scorrere nelle vene e ciò che in un primo momento può spaventarti, si trasforma poi in una situazione in cui riesci a dare il meglio di te. Allora ti rendi conto che la paura, che dapprima ti frenava, in realtà è solo il preludio del tuo talento esplosivo.

Immaginiamo che tu sia un/a cantante e debba esibirti di fronte ad un grande pubblico. Sei nel backstage e, spiando dal sipario, vedi che la sala è gremita di gente e pensi che avrai tutti gli occhi puntati addosso. Vorresti fuggire, ma ormai il presentatore pronuncia il tuo nome. E’ fatta: o la va o la spacca. Ti sudano le mani, ti manca il fiato, hai la bocca secca. Poi, parte la musica e dimostri di essere un animale da palcoscenico. E tu che temevi tanto di non farcela. Ciò di cui ti parlerò nel mio articolo è l’ansia patologica che si distingue chiaramente da casi come questo. Con molta probabilità ti starai ponendo tante domande e vorresti saperne di più sull’ansia: sintomi, cause e cure.

Cos’è l’ansia? E’ possibile gestirla? Quali sono le implicazioni nella vita di tutti i giorni? L’apprensione per una particolare situazione può creare disagi non indifferenti che possono incidere sulla propria quotidianità e sulla qualità della propria vita. Le persone che soffrono d’ansia si sentono spesso intrappolate in una situazione e ritengono che l’unica soluzione sia evitare di parlarne, di viverla e di affrontarla. E se la persona ansiosa lavora in un’azienda? L’imprenditore può deciderne il trasferimento? Per scoprirlo, continua a leggere il mio articolo. Ti parlerò dei doveri del datore di lavoro e del trasferimento del lavoratore ansioso. Dopodiché, troverai l’intervista al dr. Matteo Pacini, specialista in psichiatria e psicoterapeuta.

Dipendente ansioso: può essere trasferito?

Nell’esercizio dell’attività di impresa, il datore di lavoro è tenuto all’adozione di tutte le misure necessarie per la tutela dell’integrità fisica e della personalità morale dei suoi dipendenti.

Il datore di lavoro può trasferire il dipendente ansioso? Il datore deve fare un bilanciamento tra la salute del dipendente e le esigenze di profitto della sua azienda. Dunque, deve assicurarsi che il lavoratore ansioso svolga mansioni compatibili con il suo stato di salute e con la sede di lavoro.

Il trasferimento del dipendente ansioso è illegittimo? La risposta è affermativa, a meno che la scelta del datore di lavoro non rappresenti l’unica opzione valida e possibile. Mi riferisco ai casi in cui il trasferimento del dipendente sia legato a ragioni organizzative, tecniche e produttive. Per un ulteriore approfondimento, leggi il nostro articolo Si può trasferire il dipendente che soffre d’ansia?.

Per avere maggiori informazioni sull’ansia, abbiamo intervistato il medico chirurgo e psicoterapeuta Matteo Pacini.

Ansia: cos’è?

L’ansia è uno stato di attesa preoccupata di un evento minaccioso ed è una delle modalità con cui il cervello legge la realtà e ci si rapporta. Come parola non indica sempre qualcosa di eccessivo e disfunzionale, quindi esiste anche l’ansia fisiologica, cioè quella che permette di elaborare le risposte o le strategie migliori per difendersi.

Quali sono i sintomi cognitivi e comportamentali dell’ansia?

I sintomi acuti sono quelli della reazione d’allarme che può configurarsi in tre modi:

  • una reazione di fuga, quindi attiva;
  • una reazione di resa (per esempio debolezza, paralisi del comportamento, talora accasciamento), che sono comunque reazioni di evitamento;
  • una reazione di difesa, in cui l’ansia spinge a produrre una risposta per aggredire la minaccia e neutralizzarla.  La risposta coinvolge tutto il corpo, con una parte visibile (sudorazione, espressione facciale, postura) e una non visibile, che consiste in attivazione di diversi sistemi, da quelli surrenalici a quelli del controllo della pressione e della soglia al dolore etc.

Nel tempo, se l’ansia diventa un problema centrale, ci sono alcuni cambiamenti che sono come “preventivi” dell’ansia stessa. La persona inizia ad evitare una serie di cose per cercare di non trovarsi a dover subire lo stato ansioso. Questo avviene tipicamente quando la parte evitante prevale su quella reattiva e cioè quando non c’è una risposta possibile all’ansia, o perché è forte o perché la capacità di reazione è stata alterata dall’interno.

Cosa scatta nel cervello della persona ansiosa?

Nel cervello, scatta un meccanismo d’allarme che però subisce poi un filtro verso una soluzione comportamentale attiva e che deve chiudere la fonte di ansia. Quando questo non si verifica, prevalgono le strategie di allontanamento dalla fonte di ansia. Capita poi che il pericolo, specie se concreto, sia tale da non lasciare spazio ad alcuna reazione, come nelle catastrofi naturali, nelle aggressioni improvvise etc. Qui, il cervello rischia di conservare una memoria di “shock inevitabile”, con il risultato di rimanere in uno stato di allerta e in una ridotta capacità di gestire l’ansia, con reazioni esplosive o non graduate di fuga, aggressività, terrore. In questi casi, si parla di disturbi da stress post-traumatico.

Quali sono i sintomi fisici dell’ansia?

Vanno distinte due tipi di situazioni. Ci sono i sintomi fisici dell’ansia che possono essere praticamente di qualsiasi tipo.

I più comuni e frequenti possono essere:

  • quelli “di petto”: palpitazione, cuore in gola, senso di schiacciamento al petto, senso di respirazione affannosa o corta;
  • quelli “di pancia”: urgenza di andare in bagno, crampi addominali, fastidio alla bocca dello stomaco, nausea;
  • quelli “di testa”: senso di sbandamento, fischi o ronzii, appannamento della vista o riduzione dell’udito, mal di testa, senso di formicolio alla testa.

Da notare che questi sintomi non sono necessariamente misurabili, per cui spesso alla palpitazione non corrisponde tachicardia, il respiro è pressoché normale, e così via. Per contro, alcune persone possono avere invece valori alterati di pressione, frequenza cardiaca durante un attacco di ansia, senza che questo significhi niente di particolare.

Un discorso diverso sono i “sintomi” intesi come preoccupazione. Chi è preoccupato di avere malattie tende a concentrarsi sul corpo e tende a riferire in maniera preoccupata una serie di elementi che possono anche non essere chiari o definibili in maniera costante e netta, ma su cui vuole avere rassicurazione. Il sintomo quindi diventa “quanto sono preoccupato di avere quel sintomo” e il suo livello è soggettivamente ritenuto preoccupante, anche se minimo, con difficoltà a stabilirne l’entità, la durata, spesso con connotati tipo “sempre”, “un po’ sempre”, “fortissimo e sempre”.

Ansia: chi colpisce?

Tutti. La cosa importante da capire è che, così come la depressione, è falso che l’ansia colpisca sempre persone già ansiose o già tendenti all’ansia come caratteristica di base.

Quali sono gli agenti esterni che possono aumentare lo stato d’ansia? 

Gli agenti esterni veri sono quelli che non fungono solo da fattori scatenanti, ma che producono ansia senza che vi sia predisposizione. Sicuramente, ci sono situazioni che “svelano” la tendenza a determinati disturbi.

Può farci qualche esempio?

Il panico spesso inizia dopo trasferimenti e allontanamenti da casa. L’ansia sociale spesso si rende evidente presto con le prime esperienze scolastiche. Alcune droghe accompagnano non di rado l’inizio di un disturbo d’ansia, anche se al momento non si pensa che siano cause, ma soltanto fattori scatenanti.  L’uso continuativo di ansiolitici può portare ad un peggioramento del controllo dell’ansia che comunque c’era già in partenza come motivo di inizio dell’assunzione.

Attacchi di panico e agorafobia: può darci maggiori informazioni? 

E’ il disturbo d’ansia più comune, anche se si tende a fare un uso un po’ improprio del termine “attacco di panico” per indicare genericamente uno stato ansioso intenso. Si tratta di un succedersi di episodi di allarme improvviso, senza un motivo identificabile, con una reazione che va oltre le capacità di organizzazione di una risposta, anche perché in questo caso non c’è un motivo esterno.

Si sviluppa terrore di rivivere la crisi oppure si sviluppano timori associati, come quello che potrebbe accadere durante o come conseguenza della crisi (morire, avere un infarto, perdere il controllo) o la visibilità che la crisi potrebbe avere (figure in pubblico, prestazioni compromesse). La persona inizia ad evitare le situazioni in cui ritiene di non poter cercare aiuto o in cui non vuole avere le crisi, finché non rimane fortemente limitata anche da questa strategia di evitamento. Spesso le crisi dopo il primo periodo si riducono, ma l’evitamento imprigiona.

È consigliata una terapia farmacologica per l’ansia? 

Mai ragionare sul sintomo generico, sempre sulla diagnosi. Le terapie si scelgono in base alla diagnosi e a volte non abbiamo una diagnosi per tutto o è difficile distinguere. Farmacologicamente, la risposta immediata all’ansia si chiama ansiolitico ed è il tipo di farmaco psichiatrico più usato. Tuttavia, il bisogno di avere un effetto immediato rischia di ritardare la diagnosi e quindi una cura migliore, nonché di favorire l’attaccamento all’ansiolitico che non risolve il disturbo e può peggiorarlo.

Esistono interventi farmacologici e non per l’ansia. Sostanzialmente non andrebbe mai fatta una scelta di campo tra farmacologia e non-farmacologia, ma una scelta sullo strumento e sulle conoscenze scientifiche circa la sua efficacia per un determinato obiettivo.

In quali casi l’ansia diventa depressione?

Va tenuto presente che un disturbo d’ansia limita la persona e il fatto di essere tagliati fuori da attività, situazioni sociali e anche una prospettiva di vita “libera” induce nel cervello uno stato di demoralizzazione. Il fatto che poi vi sia una depressione intesa come malattia è possibile più nel senso che spesso una depressione inizia con una fase preliminare in cui domina l’ansia che quindi anticipa anche di molti mesi, così come l’insonnia, l’insorgere di una depressione.

Come distinguere l’ansia da una preoccupazione per una prestazione sportiva o un esame?

Come dicevamo, l’ansia fisiologica produce reazioni di adattamento. Quando questa forma di ansia è abolita, ad esempio mediante l’uso di droghe, la persona rischia di sottovalutare i rischi, sopravvalutare la propria preparazione e i propri risultati. L’ansia patologica non è gestibile e nel tempo allontana la persona dal raggiungimento dei propri scopi o la limita. L’ansia patologica lascia una memoria negativa, perché non è stato un modo per raggiungere l’obiettivo, ma è stata la causa del mancato raggiungimento.

Spesso si distingue, sbagliando, il carattere fisiologico dell’ansia in base al fatto che ci sia una causa esterna o una situazione oggettiva, così come per la depressione: se c’è una causa, si ritiene che non si possa parlare di “disturbo”, ma semmai di una reazione patologica legata alla personalità. Ciò non è vero, quello che occorre valutare sono la forma della reazione ansiosa e la memoria che lascia nelle strategie che la persona mette in atto dopo.

In che modo si può gestire l’ansia?

Noi non gestiamo le nostre funzioni mentali. E’ un’autogestione in un certo senso. Quindi, laddove non riusciamo a gestirle, non dobbiamo incolparci di una qualche mancanza. Se ci sono strategie per gestirle, vanno imparate e questa può chiamarsi psicoterapia ad esempio. Quando l’ansia è “gestibile” è un altro modo per dire che non è fortissima. Certamente, tutta l’ansia fisiologica è gestibile e anzi la persona la vive ormai come inevitabile se si sta provando a superare una prova.

Anche l’evitamento è un modo per gestire l’ansia, ma è un modo patologico, poiché in realtà non consente di sconfiggere l’ansia o andare oltre, semplicemente è un adattamento obbligato verso un’ansia che non è gestibile.

In che modo si può gestire un attacco di panico?

Alcune persone nel tempo imparano a convivere con gli attacchi, altre no. Mia impressione è che il tutto dipenda dal modo di esprimere l’ansia, e all’intensità dell’attacco. Sostanzialmente quando una persona ha attacchi meno forti riesce ad aspettare, a razionalizzare. Chi ne ha di forti va in allarme. Ciò a fini pratici cambia poco, perché l’attacco passa. Capita che alcune persone si illudano inizialmente di avere imparato a gestire l’attacco, mentre poi ne hanno uno più forte e lì si spaventano come se avessero perso il controllo, ma in realtà non è cambiato niente nel loro controllo, semplicemente l’attacco era più for. Pretendere di avere un panico pieno e gestirlo è un po’ una contraddizione in termini, visto che il sintomo del panico è appunto lo stato d’allarme.

Attacco di panico alla guida: come comportarsi?

Molti hanno attacchi in strada: il loro comportamento varia ed è di solito quello di accostare, fermarsi alla prima zona di sosta. Alcuni rimangono “bloccati” dall’ansia e si fanno venire a prendere. L’ansia produce reazioni tali per cui la persona tenderà a non fare piuttosto che rischiare; infatti la cosa più comune è che chi ha il panico eviti poi di guidare, o non lo faccia più da solo o non lo faccia comunque volentieri per tratti lunghi e non conosciuti. Chiunque abbia avuto una attacco di panico alla guida ha avuto paura di fare incidenti, perdere il controllo, ma di fatto non ho mai sentito nei racconti nessun evento di questo tipo.

Perché l’ansia può provocare risvegli notturni?

Proprio perché il sistema d’allarme si accende a vuoto, può scattare anche nel sonno. A volte, questi episodi, specie nell’infanzia, sono scambiati per una sorta di crisi di paura notturna “da buio” o per il dormire da soli e magari motivano la richiesta di dormire nel letto con i genitori con la luce accesa, o altro.

In altri disturbi d’ansia, è frequente il sonno disturbato con il pensiero “martellante” quando si è svegli, cosicché la persona, una volta svegliatasi per un motivo qualunque, tende poi a iniziare a pensare e non si riaddormenta. Spesso questo motiva l’uso di sonniferi per evitare il pensiero ansioso notturno.

E’ possibile sconfiggere definitivamente l’ansia? 

Le cure per i disturbi d’ansia hanno buona probabilità di funzionare. Il destino del disturbo è poi dato dai fattori predisponenti e dal fatto che non si tratta di corpi estranei funzionali, perché l’ansia ha quasi sempre una radice fisiologica, quindi su quella può riprodursi. Le radici non possono essere eliminate, ma i rami patologici sì.

L’effetto dei medicinali si divide in sintomatico e curativo. In entrambi i casi, si punta alla scomparsa dei sintomi, ma attraverso meccanismi diversi: i sintomatici sono immediati e diretti; spesso agiscono su una parte dei sintomi e possono essere utili per periodi limitati o al bisogno, in occasione di crisi. I curativi “insegnano” al cervello a funzionare in maniera diversa, a patto che il loro effetto sia completo, e quindi prevengono le crisi ansiose perché promuovono una situazione cerebrale che le ostacola in partenza.

Le psicoterapie possono produrre risultati rapidi o lenti, duraturi o transitori, e in questo non sono diverse dai farmaci. E’ sbagliato pensare a una distinzione in cui il farmaco agisce in superficie e la psicoterapia in profondità oppure in cui il farmaco agisce in maniera posticcia e la psicoterapia invece eradica in maniera definitiva.

Quali sono i disturbi d’ansia più conosciuti? 

Il più noto è probabilmente il disturbo di panico. Ci sono poi il disturbo d’ansia generalizzata, il disturbo ossessivo, le fobie semplici, il disturbo d’ansia sociale, i disturbi da stress acuto e post-traumatico.

Il disturbo ossessivo consiste ad esempio nella tendenza del cervello a tradurre in pensieri coscienti attività di controllo o di completamento delle informazioni, con conseguente produzione di domande, dubbi o elementi ripetitivi che costringono la persona a elaborare tecniche per distrarsi, calmarsi o recuperare il controllo. Purtroppo, questo meccanismo non si chiude mai efficacemente, ma anzi alimenta l’idea di dover mantenere il controllo delle ossessioni con un crescendo di sforzo e complicazione. Alcuni modi di adattarsi agli elementi ripetitivi sono vere e proprie azioni che la persona mette in atto e sono dette compulsioni.

I disturbi da stress sono quelli in cui un evento particolarmente  minaccioso o violento supera la capacità della persona di reagire o non lascia spazio alla reazione, cosicché l’elaborazione del pericolo o del trauma non avviene in maniera efficace, e nel tempo lo stato d’allarme rimane producendo un blocco mentale intorno all’evento.

L’ipocondria, resa molto frequente dalla disponibilità di informazioni mediche “libere” consiste nella preoccupazione circa la propria salute, inclusa la variante in cui la persona è ossessionata dal controllare le proprie funzioni corporee o mentali al meglio, come se dovesse evitare una resa non ottimale.

C’è poi la categoria dei cosiddetti disturbi somatoformi, in cui sono incluse anche condizioni spesso di matrice ansiose, come l’ipocondria ansiosa. La classificazione non tiene conto poi di numerose situazioni in cui vi sono sintomi ansiosi, non specifici, indotti da agenti esterni non modificabili. Basti pensare ai disturbi nel contesto di mobbing, stalking, o alle reazioni ansiose transitorie (che però possono durare mesi), a eventi di vita, incidenti anche non gravi, cambiamenti ambientali bruschi. In parte, si ritiene che questo tipo di situazioni sia legato all’incontro tra alcuni tipi di stress e profili di personalità poco predisposti al cambiamento o alla reazione attiva, ovvero personalità evitanti o ossessive.

Ci sono alimenti utili a riequilibrare il sistema nervoso?

No. In generale, la barriera gastrointestinale è strutturata in maniera tale da rendere improbabile che un alimento, anche assunto abitualmente, abbia un potere condizionante sulla funzione del sistema nervoso, poiché questo comporterebbe più rischi che benefici.

Se le sostanze neuroattive entrassero facilmente tramite la digestione e si distribuissero facilmente poi al sistema nervoso, si verificherebbero alterazioni poco gestibili e grossolane della funzione cerebrale (basate cioè su singoli neurotrasmettitori). Questo accade infatti in alcune situazioni patologiche come l’insufficienza epatica, nelle quali semmai vi sono abitudini alimentari sconsigliate.

Esistono rimedi naturali per combattere l’ansia?

Non esiste questo concetto in medicina. In medicina, sono naturali le malattie, per cui nessuno chiede di esserlo alle cure come concetto di partenza. Il fatto che una medicina sia derivata, senza troppe modifiche da una sostanza presente in natura, o vegetale, non rende affatto naturale poi il suo uso terapeutico, spesso condizionato da determinate dosi o vie di somministrazione.

Insomma, non vi è niente di naturale nel fatto che un farmaco di origine vegetale entri nel corpo umano, niente di così diverso dal fatto che ci entri un farmaco sintetizzato in laboratorio “a tavolino”. Il fatto di dover tendenzialmente agire in laboratorio per produrre medicine non significa che la natura non offra spunti per crearle, ma significa che anche quando si usa la stessa sostanza senza cambiare la molecola si cambiano comunque altre caratteristiche per ottenere un preparato utile a fini terapeutici. Quindi, il concetto di naturale è sostanzialmente immaginario, oltre che essere privo di significato pratico.

note

Autore immagine: ansia di Photographee.eu


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3 Commenti

  1. Una buona serata, al mio parere non esiste l’ansia, ma vari tipi di ansie, ansie fobiche, ansie depressive, e altri tipi di ansie correlate ad’altre concause di natura eziologiche.
    In materia terapeutica, non esiste “la terapia, ma le terapie”, che valgano per tutti i sintomi, ma ogni caso è assestante all’altro.
    Dalla normale terapia , psicoterapia alla terapia del placebbo, alle terapie farmacologiche con le rispettive molecole, che possono essere mirate a curare il singolo sintomi ansiosi, ansiodepressivi, e fobiche.
    Grazie per avermi dato l’opportunità di esprimermi nei miei vecchi studi di neuroscienze.

  2. Buona domenica. Voglio condividere con voi un episodio che ha coinvolto una persona a me molto cara. Una mia amica soffre di attacchi di panico. Una sera stava ritornando a casa in auto dopo una serata in cui ci siamo divertite molto. Mi sembrava tranquilla ed io le ho detto di inviarmi un messaggio non appena fosse ritornata a casa. Ad un certo punto, ricevo una sua telefonata e mi dice di aver parcheggiato in un rifornimento di benzina perché non si era sentita bene. Era spaventatissima. Allora, l’ho raggiunta immediatamente e sono riuscita a tranquillizzarla. L’ho scortata con l’auto fino a casa. Da quel momento, la sera evita di prendere l’auto e quando usciamo la riaccompagno a casa. Le ho consigliato di parlarne in famiglia e di rivolgersi ad un bravo medico così può affrontare la sua ansia con l’aiuto di un professionista.

  3. Articolo ben approfondito. Si analizza l’ansia sotto vari punti di vista e sotto vari punti di vista. Interessante anche il risvolto giuridico e la tutela del lavoratore ansioso. Io personalmente temevo di non riuscire a superare la mia ansia. Questa incideva sulla mia vita in maniera considerevole. Io come difesa adottavo l’evitamento. Evitavo di uscire da sola in auto per timore che mi succedesse qualcosa di brutto, un incidente, un attacco di panico, un malore. Evitavo situazioni che mi potessero far sentire a disagio. Ora, ho iniziato ad affrontare con decisione le mie paure e grazie all’aiuto e alla comprensione della mia famiglia e di un caro amico psicologo. Tutto si può superare, basta volerlo e circondarsi di persone che ci vogliono bene. Non abbiamo bisogno di giudizi, ma di affetto e vicinanza.

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